La peste, che desolava il rimanente dell'Italia, non penetrò in Toscana che l'anno dopo; e le repubbliche di questa contrada prosperavano, quando la guerra de' Visconti colla Chiesa e col marchese di Monferrato desolava le limitrofe province. Durante questo stesso periodo le repubbliche toscane allargarono il loro territorio, comperando feudi dai gentiluomini del vicinato, ed anche forzandoli talvolta a sottomettersi.

I Fiorentini in particolare fecero colle armi o col danaro i più considerabili acquisti. In agosto del 1359 assediarono Bibbiena, ricca borgata, che Pietro Saccone aveva in altri tempi tolta al vescovo ed alla città d'Arezzo, e che al presente era posseduta dai Tarlati suoi figliuoli[533]. I Fiorentini, che conoscevano l'importanza di Bibbiena per la difesa di Val d'Arno superiore, non lasciaronsi smuovere dalla ostinata resistenza degli assediati. Acquistarono i diritti del vescovo e della città d'Arezzo su questo castello[534], ed il 6 gennajo del 1360 l'ottennero per capitolazione. Tre Tarlati e circa quaranta loro soldati furono fatti prigionieri[535].

Marco, figliuolo di Galeotto, signore di san Niccola e di Soci, approfittò di quest'occasione per offrire senza condizioni i suoi due castelli alla repubblica. Era questo il più sicuro mezzo di venderli ad alto prezzo, e gli furono generosamente pagati[536]. Circa lo stesso tempo gli Aretini tolsero ai Tarlati Pieve a santo Stefano, Montecchio e Chiusi[537]; il castello di Serra si diede volontariamente ai Fiorentini, e mentre Pietro Saccone aveva nella lunga sua vita signoreggiati metà degli Appennini, e renduta formidabile a tutta la parte guelfa la sua famiglia, questa quattro anni dopo la di lui morte trovavasi ridotta nel più basso stato[538].

Presso ai feudi dei Tarlati e sulla strada di Firenze a Pietra Mala, il conte Tano, della famiglia Alberti, possedeva i due castelli di Monte Carelli e di Monte Vivagni, ch'erano diventati asili di assassini. Tano erasi alleato all'arcivescovo Visconti, quando questi era in guerra coi Fiorentini, e dopo tale epoca erasi conservato fedele ai signori di Milano, malgrado l'avviso che un giorno gli diede il suo buffone. Essendosi questi gettato entro ad un fosso, che divideva i dominj del conte da quelli della repubblica fiorentina, si fece a gridare all'armi con quanta voce poteva. I Fiorentini, accostumati dalle frequenti vessazioni del conte a correre alle armi al menomo segnale, si adunarono in numero d'oltre cinquecento. Il conte accorse ancor esso e rampognò il buffone d'avere sparso l'allarme in tutto il paese: «Guarda conte, gli rispose il buffone, come alle mie sole grida sonosi ragunati cinquecento uomini del territorio fiorentino, senza che sia venuto in mio ajuto un solo servitore de' signori di Milano; non vedi tu in buona fede, che tu potresti suonare il corno d'Orlando tutto l'anno senza poter far venire da Milano in tuo soccorso cinque uomini[539].» La predizione del buffone si avverò: stanca la repubblica fiorentina di soffrire in Mugello le avarie del conte Tano, dopo aver chiesto ed ottenuto l'assenso de' Visconti, fece assediare i due castelli di Monte Carelli, e di Monte Vivagni, i quali furono presi e riuniti al territorio fiorentino, e il conte Tano trattato qual capo d'assassini perdette la testa sul patibolo.

La famiglia degli Ubaldini, non meno potente di quella dei Tarlati, possedeva vasti feudi negli Appennini; ma di questi tempi s'andava indebolendo con una guerra domestica. Era divisa in due rami, chiamati di Maghinardo e di Susinana, i quali si battevano con accanimento. La repubblica fiorentina, verso la fine del 1360, comperò tutte le giurisdizioni del ramo dei Maghinardo, e le due castella di Monte Gemmoli e di Monte Coloreto pel prezzo di sei mila fiorini. In pari tempo accordò all'illustre famiglia degli Ubaldini il privilegio di rinunciare alla sua nobiltà per entrare nella classe de' cittadini di Firenze, e concorrere ai pubblici impieghi[540]. Lo stesso privilegio era stato l'anno precedente accordato agli Ubertini per compensarli de' servigi resi alla repubblica contro la grande compagnia[541]. Di modo che, quasi nello stesso tempo, le tre grandi famiglie che signoreggiavano gli Appennini, furono ridotte all'ubbidienza della repubblica.

Nello stesso anno i Sienesi sottomisero al loro dominio i conti di santa Fiora, i più grandi feudatarj ghibellini ed indipendenti del suo vicinato[542]. I Pistojesi occuparono il castello della Sambuca[543]: i Perugini molti di quelli de' Tarlati postisi sotto la loro protezione. Ma mentre che le repubbliche toscane s'ingrandivano a spese della nobiltà immediata, furono tutte agitate la volta loro da cospirazioni, e tutte ebbero la fortuna di scoprire a tempo le trame che minacciavano la loro esistenza.

La congiura di Pisa fu la prima a scoppiare. I mercanti e gli artigiani di questa città erano ruinati dall'allontanamento de' Fiorentini, i quali avevano dietro loro tirati a Telamone i più ricchi mercanti stranieri, lasciando il porto di Pisa ed i suoi mercati deserti. I Raspanti, che governavano la repubblica, venivano chiamati autori d'ogni danno che soffriva il commercio: essi, dicevasi, si erano sforzati, per odio che portavano ai Guelfi, di far nascere una guerra tra Firenze e la loro patria, mentre i Bergolini, che governavano prima, avevano rappacificate le due repubbliche. I Gambacorti, capi della precedente amministrazione, erano ancor essi mercadanti, e non avevano sagrificato l'interesse generale ai pregiudizj del partito ghibellino, dal quale cominciavano a staccarsi. Un agente di cambio, detto Federigo del Mugnajo, assicurato che tutti i mercanti di Pisa erano malcontenti, intraprese a riunirli per cacciare i Raspanti, e richiamare i Bergolini. La sua professione lo aveva reso noto a tutti i mercanti, e gli dava frequenti occasioni d'udire le loro lagnanze intorno allo stagnamento del commercio. Egli incoraggiava tali lagnanze, faceva il confronto dell'imprudente animosità dei Raspanti colla savia moderazione de' Gambacorti. Quando vedeva coloro che lo ascoltavano abbastanza irritati, sicchè potesse sperare d'impegnarli a secondarlo, loro esponeva i suoi progetti. I congiurati dovevano occupare la piazza il venerdì santo, 3 aprile 1630, dovevano uccidere i principali capi de' Raspanti, richiamare i Bergolini dall'esilio, e rendere ai Fiorentini le antiche loro esenzioni. Questa trama venne denunciata alla signoria il giovedì santo; onde vennero arrestati diciotto de' principali congiurati, otto de' quali furono condannati alla morte, e dieci banditi, e vedendo i Raspanti che un grandissimo numero di cittadini credevasi compromesso, essi non osarono spingere più in là le loro indagini[544].

Non eranvi quasi meno malcontenti a Firenze che a Pisa; ma per diversa cagione. I Pisani accusavano l'imprevidenza del loro governo, ed i Fiorentini erano forzati di riconoscere la prudenza del proprio, nello stesso tempo che si lagnavano che fosse diventato la proprietà d'una sola classe di cittadini. Le leggi, ch'erano state fatte per rendere le magistrature a tutti accessibili, avevano tutte prodotto un contrario effetto. Il divieto allontanava dagl'impieghi le famiglie più illustri, e l'ammonizione era un'arma in mano alla regnante oligarchia per escludere tutti quelli che loro facevano ombra. In forza dell'ultimo statuto la magistratura di parte guelfa ammoniva coloro, che voleva escludere dagl'impieghi, di averli sospetti di ghibellinismo, e li veniva in tal modo a privare de' loro onorifici diritti. L'incostituzionale oligarchia che così conservava in cotal modo il suo potere non era formata di nobili famiglie, o di antiche, che governassero per una specie di prescrizione, nè di cittadini volontariamente eletti dalla nazione; ma era un'ambiziosa associazione, una fazione, che coll'ajuto di leggi tutte democratiche, aveva ottenuto d'entrare tutta intera nel governo e di potervisi mantenere. Ma questa fazione aveva manifestato nell'amministrazione della repubblica molti talenti, coraggio e virtù. Senza muovere guerra ai Pisani, gli aveva fatti pentire della loro mancanza di fede; aveva fatto rispettare in mare la bandiera d'una potenza, che in verun punto toccava il mare; aveva dato l'esempio a tutti i sovrani d'Europa di rispingere le grandi compagnie colle armi, invece di pagar loro vergognose taglie; aveva finalmente osservati con fedeltà i suoi trattati coi Visconti, sebbene potesse riuscire vantaggioso alla repubblica il romperli, quando il legato della Chiesa le chiedeva che il facesse. Pure tanta gloria non assicurava la fazione regnante dalla gelosia di coloro che ingiustamente aveva allontanati dallo stesso potere. Si posero alla testa de' malcontenti Bartolomeo, figlio d'Alamanno dei Medici, Niccolò del Buono e Domenico Bandini, de' quali gli ultimi due erano stati coll'ammonizione esclusi dagl'impieghi. Questi si unirono ad un intrigante, Uberto degl'Infangati, che sospettavano d'avere di già ordita qualche trama contro lo stato, e lo incaricarono di procurar loro esterni soccorsi. I tre primi congiurati appartenevano all'ordine de' cittadini, ma si legarono con alcuni capi di famiglie nobili, che non erano meno di loro scontenti della fazione dominante; e furono un Rossi, un Frescobaldi, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, un Adimari. I congiurati si tenevano sicuri del favore del popolo, e supponevano che per condurre a fine la rivoluzione bastasse l'occupare il palazzo del pubblico; poichè era questo la fortezza del governo e della fazione dominante. Scelsero per l'esecuzione il primo dicembre del 1360, nel qual giorno, dovendo i nuovi priori prendere il posto di que' che uscivano di carica, tutte le guardie del palazzo verrebbero chiamate alla parata. Quattro uomini, scelti dai congiurati, dovevano essere introdotti nella torre del palazzo, ed ottanta de' loro soldati tenersi nascosti nelle camere, dalle quali uscirebbero tutt'ad un tratto per occupare tutte le porte. Uberto degl'Infangati, che si era incaricato di procurare ai congiurati esterni soccorsi, prima di prender parte in questa congiura, aveva trattato con un milanese, detto Bernardolo Rosso, che stava ai servigi di Giovanni di Oleggio, in allora signore di Bologna. Infangati a quell'epoca mirava a dare all'Oleggio la signoria di Firenze; ma l'imprevveduta agressione de' Visconti e la necessità in cui trovossi l'Oleggio di vendere Bologna alla Chiesa, aveva sospesa questa trama. L'Infangati per procurare ai nuovi congiurati una straniera protezione, si addirizzò allo stesso Bernardolo, che, con le truppe del signore di Bologna, era passato al servigio della Chiesa. Bernardolo cercò di mettere a parte della cospirazione il legato Albornoz, come aveva interessato nell'altra il suo precedente padrone; ma il legato, che riponeva ogni sua speranza nell'amicizia de' Fiorentini, rigettò le fattegli proferte, e fece avvisare la signoria di Firenze di tenersi in guardia, poichè gli era noto che tramavasi qualche cosa contro di lei.

Quando Bernardolo vide di non poter giovare all'impresa, scrisse egli stesso alla signoria, offrendole, mediante una ricompensa di venticinque mila fiorini, di manifestare il segreto della congiura denunciata dal legato. Tale offerta venne a notizia di Silvestro de' Medici, ch'era in allora membro di uno degli uffici superiori, ed egli ne diede parte a Bartolomeo suo fratello. Allorchè questi vide che la signoria teneva nelle mani un filo che la condurrebbe a scoprire ogni cosa, confessò al fratello che una immoderata ambizione l'aveva fatto entrare in tale congiura, e gli promise di scoprirgli il segreto, quando fosse sicuro del perdono. Niccolò del Bono e Domenico Bandini furono presi e condannati alla morte, pochi altri de' più colpevoli fuggirono, e vennero condannati come contumaci: ma la signoria, sospese la procedura, risguardò la nota de' congiurati, scritta di proprio pugno dall'Infangati, come calunniosa, onde la fece bruciare senza esaminarla, e con tale prudente dolcezza riconciliò al proprio governo una parte di coloro che le erano sembrati più contrarj[545].

Si pretendeva, in Italia, che le quattro principali repubbliche della Toscana si distinguessero per oppostissimi caratteri. Dicevasi generalmente che i Sienesi erano leggeri ed incostanti, i Pisani avveduti e maligni, feroci e collerici i Perugini, gravi, lenti e costanti i Fiorentini[546]. Questi diversi popoli si regolavano per altro in un modo abbastanza uniforme; il loro governo si rassomigliava, e sembravano agitati dalle medesime passioni; tutti quasi nello stesso tempo trovaronsi esposti a rivoluzioni quasi simili, sebbene quella che scoppiò in Perugia nel 1361 parve avere l'impronta del carattere che attribuivasi al popolo di quella città.