La signoria di Perugia trovavasi tra le mani del second'ordine della cittadinanza e della plebe; l'uomo il più riputato di questa repubblica era Leggieri, figliuolo d'Andreotto de' Michelotti; la fazione dominante di cui era capo aveva come la Pisana il nome di Raspante, e davasi quello di malcontenti ai loro avversarj. Trovavasi alla testa degli ultimi Tribaldino dei Manfredini, che le feroci congiure fecero dai Perugini chiamare il nuovo Catilina. Tribaldino studiavasi d'inasprire il risentimento de' nobili e de' principali cittadini, che il popolo allontanava dagl'impieghi; in seguito si era associati quarantacinque gentiluomini di Perugia, tra i quali venivano particolarmente notati diversi cavalieri delle due illustri famiglie delle Mecche, e di monte Mellino; avevano poi preso parte alla congiura novantaquattro cittadini di ricche famiglie, e più di quattrocento d'inferiore condizione. Ma prima di confidare il segreto a così esteso numero di congiurati, Tribaldino, senza avere ancora un complice, aveva fatti pervenire alla signoria a diverse riprese alcuni falsi indizj per farle cercare una trama che non esisteva; e tali progressive false denuncie avevano disposta la signoria a non farsi più carico degli avvisi che le potessero giugnere intorno alla sua cospirazione.

Tribaldino convenne coi congiurati, che in un determinato giorno, nel principio di ottobre del 1361, alcuni appiccherebbero il fuoco ne' diversi quartieri delle città, altri occuperebbero il palazzo, ed ucciderebbero i priori ed i camerlinghi, ond'era composto il governo, mentre i loro compagni aprirebbero le porte ai contadini, introducendoli in città, e rendendosi per tal modo padroni dei borghesi: nello stesso tempo alcuni uomini, affigliati ai congiurati, dovevano far ribellare tutti i castelli del territorio perugino. Tutto il piano della cospirazione sembrava dettato da una vendetta infernale piuttosto che dall'ambizione d'un cittadino. Dopo un'orribile carnificina de' signori di Perugia, la repubblica sarebbe probabilmente venuta in mano di qualche tiranno: per buona sorte Tinieri da monte Mellino, uno de' congiurati, spaventato da tanti orrori, e lacerato da rimorsi, rivelò ai priori il segreto della congiura. Niccolò delle Mecche e Ceccherello dei Boccoli, furono all'istante imprigionati con quattro de' loro satelliti; tutti gli altri si salvarono colla fuga. Si credette di dover lasciare al popolo il giudizio di una causa di tanta importanza, ed all'indomani il parlamento condannò a morte in contumacia, come traditori e ribelli, quarantacinque tra gentiluomini ed antichi cittadini; novanta altri furono assoggettati ad un'ammenda; i due congiurati ed i loro satelliti, arrestati subito dopo la rivelazione della trama, furono i soli condannati al supplicio[547].

CAPITOLO XLVII.

Volterra assoggettata ai Fiorentini; guerra di Pisa e Firenze; seconda peste in Toscana; congiura de' Malatesti contro la repubblica fiorentina. — Giovanni Agnello occupa la signoria di Pisa ed assume il titolo di doge.

1361 = 1364.

Sulla sommità di una montagna, di dove stendesi lo sguardo su quasi tutta la Toscana, è fabbricata la città di Volterra. Apresi innanzi a lei a grande distanza il mar Tirreno, e le pianure pisane, ed i colli di Firenze, e le foreste di Siena scopronsi egualmente dalle sue alte vedette: enormi blocchi di pietra, posti senza cemento gli uni sopra gli altri, che sostengonsi col solo loro peso già da oltre due mila anni, formano le sue mura. A fianco alle mura si è aperta una lezza, che ogni giorno inghiotte parte della montagna, meno durevole che il gigantesco lavoro degli Etruschi. Ma Volterra nel quattordicesimo secolo non era più che l'ombra di ciò ch'era stata ne' primi secoli di Roma. Posta in mezzo alle tre più potenti repubbliche della Toscana Volterra non aveva saputo conservare la sua libertà, ed era caduta sotto il tirannico governo di messer Bocchino dei Belfredotti. Questo signore trovò un pericoloso nemico in uno de' suoi parenti, che possedeva presso Volterra la fortezza di Montefeltrano, e le loro dissensioni furono cagione della ruina d'ambidue e fecero perdere l'indipendenza alla loro patria. Ognuna delle vicine repubbliche voleva prendere parte a queste contese di famiglia; Firenze, come garante d'un trattato conchiuso tra Bocchino ed il suo parente, Pisa come alleata di Bocchino, e Siena come sua nemica. I sudditi del tiranno, di già alienati dalle sue crudeltà, furono avvisati che stava per vendere Volterra ai Pisani, e che questi erano di già in viaggio per prendere possesso della città. A tale notizia i Volterrani presero le armi e fecero prigioniero il loro signore; in pari tempo spedirono deputati ai Fiorentini ed ai Sienesi per ottenere che questi due popoli rispettassero la loro libertà. I soldati pisani, che si erano avvicinati, furono sorpresi e disarmati senza far resistenza. Ma la signoria di Firenze non volle esporsi agli effetti dell'incostanza d'un popolo che usciva allora da una rivoluzione, e che pendeva incerto tra opposti partiti; onde fece avvicinare le sue truppe a Volterra, e precludere la strada ai Sienesi, che s'avanzavano ancor essi dal canto loro; fece occupare diversi castelli, e per ultimo la medesima cittadella. Allora dichiarò che per dieci anni terrebbe guarnigione in questa fortezza, ma che per ogni altro rispetto conserverebbe la libertà e l'indipendenza de' Volterrani. Il primo uso che questi fecero dei diritti che loro venivano conservati, fu quello di far decapitare il loro tiranno il 10 ottobre del 1361[548].

La sommissione di Volterra ai Fiorentini accrebbe il risentimento de' Pisani contro di loro; perciocchè vedevano venuta in mano de' loro rivali un'importante città nell'istante medesimo, in cui credevano di farne essi l'acquisto. Altronde i due popoli s'andavano ogni giorno esasperando con fresche ingiurie. Pietro Gambacorti, cui i Pisani avevano assegnata Venezia per luogo d'esilio, aveva lasciata questa città per venire a Firenze, ed in principio del gennajo del 1362 erasi avanzato, alla testa de' suoi partigiani armati sul territorio di Pisa. Vero è che i Fiorentini avevano severamente proibito ai loro popoli di unirsi alla sua gente; ma forse potevano ancora impedire un'aggressione, che pur non ebbe alcun prospero successo[549].

D'altra parte Giovanni del Sasso, famoso partigiano, che aveva militato al soldo dei Fiorentini, erasi reso padrone, non senza loro saputa, del castello lucchese di Pietrabuona, posto tre miglia al disopra di Pescia. Questa fortezza era la chiave della valle superiore della Pescia, e del territorio montuoso di Lucca. I Pisani non eransi lasciati in quest'occasione ingannare dal bando dato dalla città di Firenze a Giovarmi del Sasso, e conobbero di dove veniva il colpo, e fecero avanzare formidabili forze per assediare Pietrabuona[550].

L'istante era finalmente giunto in cui la lunga nimicizia dei due popoli più non poteva coprirsi sotto pacifiche forme. Le truppe pisane e fiorentine, ravvicinate le une alle altre sui confini del territorio di Lucca, s'insultarono alla Romita, al di sopra di Pietrabuona, alla Cerbaja ed a Montecarlo[551]. Il popolo ed il governo volevano egualmente la guerra, ed i priori di Firenze adunarono il 18 di maggio un parlamento per riportarsi alla sua decisione. Annunziarono alla nazione adunata, che i banditi, che occupavano Pietrabuona, offrivano di dare questa fortezza alla repubblica; aggiunsero che avevano creduto di doverla accettare, onde valersene perchè in cambio fosse loro resa Coriglia o Sorana, che alcuni pretesi banditi Pisani avevano loro tolte. Ricapitolarono i torti ricevuti dai Pisani, e chiesero al popolo se approvava la parte presa dalla signoria, e se volevano assumere la difesa di Pietrabuona. Ad una sola voce il popolo gridò che difenderebbe il castello, e per tal modo venne decretata la guerra. Per altro questa determinazione fu troppo tarda per salvare la piazza assediata. Passarono alcuni giorni prima che Bonifazio Lupo di Parma, che i Fiorentini facevano venire per comandare le loro truppe, potesse recarsi al campo, avanti Pietrabuona[552]. Appena vi fu giunto che tornò a Firenze il 4 giugno per dichiarare alla signoria ch'era stato chiamato troppo tardi, e che avendo visitato le posizioni degli assedianti, più non conosceva mezzo di salvare la piazza, che effettivamente all'indomani fu presa d'assalto. I Pisani festeggiarono clamorosamente questo leggiero vantaggio, frammischiandovi insulti e minacce contro i Fiorentini, e rendendo in tal maniera la guerra inevitabile, sebbene non fossero per anco cominciate le ostilità, e che fosse di già tornato in loro potere il castello per cui andavano a battersi[553].