Nell'armata che i Fiorentini adunarono sotto il comando di Bonifazio Lupo di Parma, contavansi seicento corazzieri, mille cinquecento arcieri, e tre mila cinquecento pedoni[554]. La signoria diede la bandiera il 20 giugno nell'ora ch'era stata fissata dagli astrologhi; imperciocchè il rinnovamento delle scienze aveva dato maggior credito all'astrologia giudiziaria, ancora tra quei che si credevano filosofi[555]. L'armata fiorentina dopo avere attraversata Val di Nievole, girò bruscamente per Fucecchio, passò l'Arno, saccheggiò Val d'Elsa, e s'impadronì del castello di Ghiazzano[556].
Bonifazio Lupo, che comandava quest'armata, non aveva per anco acquistata molta riputazione, in oltre non era di un rango abbastanza distinto perchè si potessero porre sotto i suoi ordini moltissimi signori ed ufficiali, che, come alleati o come soldati, seguivano le insegne della repubblica. La signoria per appagare la vanità di costoro fece venire il 16 luglio Ridolfo da Varano, signore di Camerino, cui affidò il comando[557]. Ma questi fece in breve vedere che non aveva nè i talenti, nè l'attività del suo predecessore[558]. Pure si avanzò ancor esso nel territorio nemico; saccheggiò Cascina; accampò a san Savino e diede de' giuochi presso alle stesse porte di Pisa, ove tre volte distribuì il prezzo della corsa[559]. Più tardi assediò il castello di Pecciola, e lo prese l'undici d'agosto[560]: capitolarono in seguito Montecchio, Ajatico e Tojano; la Maremma fu abbandonata al sacco, ed i Pisani, che nello stesso tempo trovavansi crudelmente tormentati dalla peste, quasi non opposero veruna resistenza a tanti guasti[561].
Ma l'indisciplina delle truppe assoldate, cui Ridolfo da Varano inspirava poco rispetto, sospese i prosperi successi dell'armata fiorentina. Il conte Niccola d'Urbino con alcuni ufficiali italiani, ed i principali contestabili tedeschi chiesero che nell'occasione della presa di Pecciola l'armata ricevesse doppia paga e mese compiuto. La signoria rifiutò di dare per così piccola conquista una ricompensa riservata per le più grandi vittorie; i contestabili posero allora un cappello sulla punta d'una lancia, e fecero pubblicare nel campo un invito a tutti coloro che volevano doppia paga e mese compiuto di adunarsi intorno a quest'insegna, e vi si unirono mille cavalieri. Il generale ricondusse quest'armata sediziosa a san Miniato per non dare al nemico lo spettacolo della sua indisciplina, e la signoria congedò tutti i soldati che avevano avuta parte nel tumulto, ma questi non si separarono, e formarono una compagnia di ventura sotto il nome di cappelletto in memoria del cappello, che loro aveva servito d'insegna, poi passarono nel territorio d'Arezzo, ove cominciarono a vivere di furti[562].
Mentre la repubblica fiorentina aveva combattuto prosperamente i Pisani per terra, si era veduta con istupore farsi a combatterli ancora sul mare. Vero è che i Pisani, dopo la grande rotta avuta alla Meloria nella guerra contro i Genovesi, avevano cessato d'essere una potenza marittima. Per lungo tempo era stato loro vietato, in forza del trattato convenuto con Genova, di aver in mare galere armate. Durante quest'intervallo avevano essi perdute le antiche loro abitudini; la gioventù aveva scelta un'altra carriera; i consigli avevano un'altra ambizione; i pescatori delle Maremme, quelli di Lerici e della Spezia avevano abbandonato il loro servigio per passare a quello de' Genovesi; le colonie di Sardegna e di Corsica, che loro somministravano tanti marinaj, erano state loro tolte. Dopo tale epoca i Pisani eransi dati alle manifatture ed all'agricoltura, avevano compiuta la conquista dello stato lucchese, e raddoppiata in tal modo l'estensione del loro territorio; ma avevano rinunciato alla navigazione ed alla gloria marittima. Questa stessa repubblica che spesso aveva armati in pochi mesi sessanta ed ottanta vascelli, non fu in istato di difendersi quando i Fiorentini assoldarono Perino Grimaldi di Genova con quattro galere ed un grande vascello; essi gli avevano inoltre dati due vascelli napolitani, e con questa piccola squadra il loro ammiraglio pose a contribuzione tutte le coste dello stato pisano[563].
In principio d'ottobre Perino Grimaldi attaccò l'isola del Giglio, ed, ossia per viltà della guarnigione, o per lo scoraggiamento ispirato dalla peste, il castello che signoreggia quest'isola, che i Genovesi, i Catalani ed i Napolitani non avevano mai potuto sottomettere, s'arrese alla repubblica fiorentina, e ricevette da lei un governatore[564]. In seguito la flotta volse la prora verso Porto pisano, che non trovò guardato da verun vascello da guerra. Perino Grimaldi, dopo un'ostinata pugna, s'impadronì delle due torri che difendevano il porto, tolse la catena che ne chiudeva l'ingresso, e la fece trasportare a Firenze, ove se ne vedono ancora alcuni pezzi attaccati alle colonne di porfido, che stanno innanzi alla porta del battistero[565].
Finchè la peste regnò in Pisa, i Pisani avevano sofferta la guerra senza quasi combattere essi medesimi. Alla fine di quest'anno tanto per loro disastroso, il flagello cessò, ed al principio del susseguente formarono progetti di conquiste. Rinieri de' Baschi, loro capitano, attaccò successivamente Altopascio e santa Maria a monte; formò pure l'assedio di Barga, mentre uno de' suoi ufficiali sorprendeva il castello di Lello nel Volterrano[566].
I Pisani avevano bisogno di stranieri soccorsi per difendersi e vendicarsi delle perdite fatte nella precedente campagna. Si volsero a Barnabò Visconti, capo de' Ghibellini d'Italia, ed alleato ereditario della repubblica. Barnabò trovandosi impegnato in una pericolosa guerra, temeva di provocare i Fiorentini; pure non voleva nè meno vedere affatto perduti i loro nemici, col di cui mezzo sperava un giorno la signoria di tutta la Toscana. Questo principe, dopo aver lasciato spargere la notizia della sua morte durante la peste di Lombardia, era uscito tutt'ad un tratto in agosto del 1361 dalla foresta in cui si era ritirato, e si era innoltrato alla testa di due mila cavalli verso Bologna, sperando di sorprenderla; ma essendo state scoperte le intelligenze che aveva in città, ritirossi senza venire a battaglia[567]. Per tal modo erasi ravvivata la guerra di Lombardia, che ben tosto si rese dannosa ai Visconti. Il legato Albornoz aveva persuasi i signori della Venezia ad unirsi colla Chiesa per difendere Bologna. Quelli della Scala, i Carrara ed il marchese d'Este avevano promesso di tener pronti ognuno cinquecento cavalli, e di unirli ai mille cinquecento che Albornoz obbligavasi di mantenere. Il trattato d'alleanza fu soscritto in aprile del 1362[568], ed il papa diede il segno delle ostilità, scomunicando di nuovo Barnabò Visconti, e dichiarandolo eretico con tutti i suoi aderenti[569].
Mentre l'armata della nuova lega invadeva contemporaneamente gli stati di Barnabò dalla banda di Modena e di Brescia, e che otteneva diversi vantaggi, il marchese di Monferrato stringeva la casa Visconti dalla parte di Novara e di Tortona[570]. In maggio del 1361 egli aveva preso al suo soldo la compagnia bianca degl'Inglesi, e col di lei ajuto aveva guastato una parte del Piemonte. Ma gl'Inglesi non avevano fatto minor danno al marchese che al Visconti; il primo era impaziente di disfarsene, e Barnabò, sollecitato dai Pisani a soccorrerli, ottenne di far passare al loro soldo questa compagnia che gli faceva la guerra; e liberandosi in tal modo di un nemico, soccorreva un alleato, e schivava in pari tempo di venire ad aperta rottura coi Fiorentini, che non voleva disgustare[571]. I Pisani promisero quaranta mila fiorini di soldo agl'Inglesi per quattro mesi da incominciarsi col giorno in cui cesserebbe la loro convenzione col marchese[572].
Pietro Farnese, che dal 27 marzo in poi comandava i Fiorentini, e Rinieri de' Baschi capitano dei Pisani desideravano ugualmente di venire a battaglia prima che giugnessero gl'Inglesi; il primo temeva la loro superiorità, l'altro non voleva perdere l'onore della vittoria. Le due armate scontraronsi il 7 maggio a san Piero presso Bagno alla Vena. I Fiorentini avevano mille seicento cavalli; i Pisani, orgogliosi per un leggiero vantaggio ottenuto in Garfagnana, e valutando la superiorità della loro fanteria, osarono di attaccarli con seicento corazzieri. Furono disfatti dopo una sanguinosa battaglia, e Pietro Farnese il giorno 11 maggio entrò trionfante in Firenze conducendo con sè Rinieri de' Baschi, il generale nemico, fatto prigioniero con cento cinquanta de' suoi migliori soldati[573].
Dopo qualche giorno di riposo, Farnese marciò di nuovo contro Pisa, e fece battere monete d'oro e d'argento in faccia alle porte di questa città[574]. Pose in seguito l'assedio a Montecalvoli, di cui sarebbesi impadronito, se i Pisani non avessero saputo spargere il timore nel campo fiorentino. Ogni notte facevano essi uscire di città i loro corazzieri, e li facevano rientrare in pieno giorno coperti di sudore e di polvere, ricevendoli come se fossero gente della compagnia inglese. Le spie fiorentine avvisarono subito i priori dell'arrivo di queste nuove truppe, e siccome sapevasi che realmente questa compagnia erasi posta in viaggio alla volta di Pisa, la signoria, temendo di una sorpresa, ordinò al Farnese di ritirarsi[575].