Il terribile contagio che nel precedente anno aveva fatto strage in Pisa, erasi manifestato nel campo fiorentino. Il 19 giugno, il generale Pietro Farnese cadde infermo e morì lo stesso giorno[576]. Questo flagello si estese anche a Firenze e gli rapì un uomo, la di cui perdita fu più deplorabile, lo storico cui siamo debitori della pittura così vera e così animata dei costumi e degli avvenimenti accaduti alla metà del 14.º secolo. Matteo Villani morì di peste come suo fratello Giovanni erane morto 15 anni prima. Fu sopraggiunto dalla malattia l'8 luglio, ed il 12 rese divotamente l'anima a Dio[577]. Attribuivasi al suo sobrio e temperato vivere la lunga resistenza di cinque giorni alla violenza del male. Incaricò, morendo, suo figliuolo Filippo Villani di continuare la sua storia fino all'istante in cui si ristabilirebbe la pace tra Firenze e Pisa[578].

Verun istorico ispira maggior rispetto, stima ed affetto di Matteo Villani. Religioso senza superstizione, rispetta la Chiesa, e nondimeno ardisce dipingere coi più vivi colori la corruzione e i delitti di alcuni suoi capi. Abbastanza versato nella politica e nella conoscenza del cuore umano per notare tutti gli errori de' governi, e per attribuire agli avvenimenti la vera loro cagione, è troppo dabbene per approvare giammai la mancanza di fede, o per supporre che possa derivare verun vantaggio dalla perfidia. Egli sollevasi al di sopra de' pregiudizj dell'astrologia giudiziaria, dei quali suo fratello non andava esente; abbraccia nella sua storia tutto il mondo conosciuto, e con un colpo d'occhio filosofico e penetrante attribuisce ad ogni popolo il suo vero carattere. Egli si anima per dipingere la virtù, si sdegna contro il vizio, s'infiamma per la libertà. Veruno storico d'Italia non rese mai a quest'ultima un più nobile e più costante omaggio. La fazione che governava Firenze non sostenne sempre pazientemente le sue censure; lo fece ammonire come Ghibellino il 29 aprile del 1363, e lo escluse in tal modo dai pubblici impieghi l'ultimo anno della sua vita[579].

La compagnia bianca degl'Inglesi era giunta il 18 luglio a Pisa in numero di due mila cinquecento cavalli, e due mila fanti. I Pisani la riunirono, sotto il comando di Ghisello degli Ubaldini, alle truppe che di già avevano, cioè ottocento corazzieri assoldati, otto mila pedoni, ed un grosso numero di gentiluomini e di cavalieri che servivano senza paga. I Fiorentini avevano nominato capitano Ranuccio Farnese, fratello di Pietro, morto ai loro servigi; ma l'armata che avevano posta sotto i di lui ordini era debolissima, e la peste che infieriva in città, nelle terre e nel campo, rendeva ogni difesa difficile. Era questa la volta in cui i Pisani potevano senza incontrare ostacolo entrare nel territorio fiorentino. Essi recaronsi da prima a Lucca, di dove passarono innanzi a Pistoja, tenendo la strada della montagna; ma invece di fare l'assedio di questa città, che non poteva opporre lunga resistenza, non pensarono che a rendere ai Fiorentini sotto le loro proprie mura gli affronti che avevano da loro ricevuti. Stabilirono il loro campo tra Peretola e Campi, fecero coniare danaro alle porte di Firenze, distribuirono premj per una corsa di cavalli, ed appiccarono tre asini ad una forca, con alcuni brevi che loro davano i nomi dei tre magistrati fiorentini. Impiegarono in queste ridicole ostentazioni una forza ed un tempo che sarebbe loro bastato per fare importanti acquisti[580]. Guastarono in seguito la campagna tra Firenze e Prato, le Lastre, la Val di Pesa, ed una parte della Val d'Arno; finalmente tornarono a Pisa pel piano di Empoli[581].

Quando la peste cessò, i Fiorentini si presero cura ancora essi di adunare un'armata. Trattarono colla compagnia della Stella, ch'era in Provenza e con varj capitani tedeschi, ma Barnabò Visconti ebbe modo di render vani tutti i loro negoziati, e di ridurli a due mila cavalieri mal armati e male capitanati, che arrolarono in mancanza di altri[582]. I Fiorentini posero alla loro testa Pandolfo Malatesti, uno de' signori di Rimini, che poc'anni prima aveva con tanta prudenza e valore difesa la Toscana contro il conte Lando e la grande compagnia.

Ma il Malatesti era di quella razza romagnuola tanto in Italia rinomata per la sua perfidia ed i suoi tradimenti. Sapeva in quale stato di spossamento aveva la peste gettata Firenze; sapeva che alcuni domestici intrighi, effetti dell'ultima congiura, rendevano debole il governo; vedeva che la momentanea potenza de' Pisani, e la forza della compagnia inglese erano cagione di grandi timori in città, e si lusingò, ove gli riuscisse di accrescere il timore del popolo, di vendergli cari i suoi soccorsi, ed all'ultimo di avere la signoria di Firenze, siccome in altre quasi eguali circostanze, l'avevano prima di lui ottenuta i duchi di Calabria e di Atene.

Questa speranza fece tenere a Malatesti la più perfida condotta e la più criminosa. L'Omo Santa-Maria, signore di Jesi, nuovo capitano dei Pisani, era entrato cogl'Inglesi in Val d'Arno di sopra, ed il 17 settembre erasi reso padrone di Filigne senza quasi trovare resistenza[583]. Malatesti, quasi volesse precludergli la strada, stabilì il suo campo all'Ancisa, ma diede a questo campo così grande estensione che riusciva quasi impossibile il poterlo difendere; ne allontanò i migliori soldati, sotto pretesto di fare una scorreria nel territorio pisano, ed egli stesso l'abbandonò per tornare a Firenze. In sua assenza fu sorpreso il campo il 3 ottobre, ed i Fiorentini perdettero più di quattrocento uomini[584]. Il forte castello dell'Ancisa rimaneva almeno per coprire Firenze, ma all'indomani il luogotenente di Pandolfo l'abbandonò ai nemici. Si videro giugnere verso la città i fuggiaschi che tornavano dall'armata, e Pandolfo, che gli era andato all'incontro, retrocesse a briglia sciolta, e raddoppiò l'universale terrore. Andò a dichiarare agli otto signori della guerra, che non conosceva verun altro mezzo per salvare Firenze, che quello di unire al potere militare di cui era rivestito un potere giudiziario sopra i cittadini, onde mantenere l'uno coll'altro, e punire a tempo le congiure che scoprirebbe in città. I signori della guerra adunarono in vista di tale inchiesta un consiglio straordinario cui invitarono tutti i più riputati cittadini[585]. Quando gli otto della guerra ebbero dichiarato a questa assemblea la domanda del Malatesti, Simone, figliuolo di Rinieri Peruzzi, si levò, e disse ad alta voce «Abbadate di non accordare al Malatesti veruna nuova prerogativa, i suoi progetti non ad altro mirano che ad usurpare la tirannide: ricordatevi del duca d'Atene, de' suoi cominciamenti, e come osò in seguito trattarvi; riconoscete la dolcezza della libertà, e vivete e morite conservandola.» A tali parole tutto il consiglio dimenticò il pericolo della vicinanza degl'Inglesi, il credito di cui godeva il Malatesti, e la confidenza che ispiravano i suoi passati servigi. I priori fecero rinnovare ai soldati il giuramento di fedeltà alla signoria di Firenze; nominarono un nuovo giudice, affatto indipendente dal Malatesti, dichiarando che il potere del generale non si stendeva che sopra le truppe e le milizie[586].

Pandolfo non mostrò verun malcontento per questa decisione del consiglio, ma conchiuse che i Fiorentini non erano ancora bastantemente umiliati. Permise dunque appositamente che venisse saccheggiata la campagna di Ripoli, senza far resistenza ai Pisani, cui era superiore di forze[587], e quando l'Omo di Jesi volle scendere la Val d'Arno per ricondurre le sue genti a Pisa, Malatesti condusse le milizie fiorentine incontro a lui, quasi per voler precludergli la strada; ma invece di farle sostenere dai corazzieri, ritenne questi in città e fece chiudere le porte: di modo che se gl'Inglesi avessero attaccata la milizia fiorentina, questa sarebbe stata infallibilmente tagliata a pezzi. Quest'ultimo tradimento fece conoscere alla signoria ciò che doveva aspettarsi da Pandolfo. In riguardo ai suoi antichi servigi, e pel nome che portava, volle perdonargli i suoi progetti; ma lo ammonì severamente, avvertendolo che se usava indulgenza, era in memoria dell'antica amicizia, ch'egli stesso aveva voluto tradire. Pandolfo rimase fino al termine convenuto capitano delle genti da guerra, ma venne spogliato d'ogni autorità sopra la città e sopra le milizie[588].

La compagnia inglese di ritorno a Pisa si riposò alcun tempo, indi si accordò di nuovo per sei mesi in servigio di questa repubblica per la somma di cento cinquanta mila fiorini. Era in allora composta di mille lance, e di due mila pedoni. Gl'Inglesi avevano i primi introdotta in Italia l'usanza di contare i cavalieri per lance. Questo nome in allora disegnava tre cavalieri, che avevano fatta tra di loro una specie d'associazione. I loro cavalli non servivano che a trasportarli colla loro pesante armatura sul campo di battaglia, ove combattevano il più delle volte a piedi. Erano coperti di cotte di maglia, fortificate sul petto da una lastra d'acciajo, i loro braccialetti, le corazze, gli stivaletti erano di ferro, portavano al fianco una forte spada ed una daga; due uomini tenevano la stessa lancia, essi l'abbassavano e l'avanzavano lentamente, serrati in falange, fortemente gridando. Ogni corazziere era seguito da uno o due paggi, quasi unicamente occupati a ripulire le loro armi, onde brillavano come specchi.

Era la prima volta che si vedevano corazzieri scendere da cavallo per combattere a piedi. Con tale pratica aggiugnevano all'impenetrabile armatura de' cavalieri, la solidità dell'infanteria, e la loro falange difficilissimamente poteva essere rotta. Gl'Inglesi sprezzavano il più rigido freddo degl'inverni d'Italia, e veruna stagione faceva loro sospendere le loro operazioni. Non mostravano minore abilità nelle sorprese e ne' colpi di mano, che valore nelle battaglie. Seco portavano scale composte di vari pezzi, che s'innestavano gli uni negli altri, e cadauno non aveva mai più di tre gradi, di modo che potevano facilmente giugnere alla sommità delle più alte torri, e le loro scale non oltrepassando mai il muro non potevano essere rovesciate dagli assediati[589].