I Pisani andavano debitori ai Visconti della venuta di questa prima compagnia; si volsero di nuovo a questi signori in principio della seguente campagna per far venire col mezzo loro nuove truppe di Lombardia. Volevano approfittare dei loro prosperi successi per ottenerne altri maggiori, e procurarsi una gloriosa pace. I Visconti, dal canto loro, trovavansi in migliore situazione che mai di soccorrere Pisa. La campagna del 1363 erasi aperta in Lombardia in un modo brillante per la Chiesa e per i suoi alleati. Un'armata di duemila cinquecento corazzieri, comandata da Ambrogio, figliuolo naturale di Barnabò, era stata rotta il 16 aprile, presso Modena. Ambrogio era stato fatto prigioniere con un gran numero di ragguardevoli ufficiali[590]. Ma la guerra non erasi in appresso trattata con vigore. Barnabò, scoraggiato dalla disfatta del figliuolo, aveva cercato di riconciliarsi col papa; ed in settembre aveva conchiuso un armistizio che venne seguito da lunghe negoziazioni. Il 3 di marzo 1364 la pace di Lombardia venne finalmente conchiusa. Il Visconti rinunciò a tutte le sue pretese sopra Bologna, e rese al papa tutti i castelli del Bolognese ch'egli aveva occupati. Ciò peraltro fece a condizione che il cardinale Albornoz, di cui Barnabò temeva la vicinanza, non amministrerebbe quella legazione. Un altro cardinale, chiamato Androino della Roche, fu dal papa deputato al governo di Bologna[591]. I signori lombardi ed i Visconti si restituirono a vicenda i castelli che si erano tolti. Il marchese di Monferrato fece dal canto suo la pace con Galeazzo Visconti, ed i due principi cambiarono alcune parti del proprio territorio per rotondare vicendevolmente i loro stati. E per tal modo essendosi renduta la pace alla Lombardia, i signori ed i popoli sentivano eguale premura di rimandare le compagnie di ventura, che gli avevano così crudelmente oppressi[592].
Galeazzo Visconti s'affrettò quindi di offrire ai Pisani la compagnia d'Anichino Bongarten, composta di tre mila corazzieri o barbute[593], la quale si pose in marcia per la Toscana in principio di marzo. I Pisani trovarono allora d'avere sei mila corazzieri sotto i loro ordini, ragguardevole armata, che verun sovrano in Italia non aveva ancora avuta. Gl'Inglesi al loro soldo avevano saccheggiato in febbrajo la Val di Nievole e le campagne di Vinci e di Lamporecchio[594]. L'istante pareva ai Pisani propizio per istabilire una gloriosa pace. Supplicarono il papa di assumerne la mediazione, e questi mandò a tale oggetto a Firenze fra Marco da Viterbo, generale de' Francescani.
La signoria fiorentina non voleva compromettere l'onore della repubblica con uno svantaggioso trattato; altronde, rifiutando la pace, temeva di trovarsi risponsabile degli avvenimenti; adunò dunque un consiglio straordinario, o dei richiesti. Prima di dare udienza al nunzio del papa, uno degli otto della guerra annunziò ai cittadini adunati, che la compagnia della Stella di quattro mila corazzieri, che trovavasi in allora in Provenza entrava ai servigi della repubblica; che due mila altri erano stati assoldati in Germania, e che gli uni e gli altri giugnerebbero in Toscana prima che terminasse il mese. Indipendentemente da queste due compagnie la repubblica aveva di già tre mila corazzieri al suo soldo. Il tesoriere prese allora a parlare. Assicurò che Firenze, dopo avere pagate le sue truppe fino alla fine di ottobre, non troverebbesi in debito che di 166,000 fiorini; e fece vedere quali erano ancora le risorse dello stato. La signoria dopo di avere fatto così conoscere al popolo i suoi mezzi di sostenere gloriosamente la guerra, fece entrare in consiglio il generale de' Francescani. Questi espose le domande dei Pisani, che parvero così arroganti, che il consiglio ad una voce risolse di continuare la guerra, e di aspettare a trattare quando Firenze avrebbe ottenuta qualche vittoria[595].
Ma Galezzo Visconti avendo corrotti coi regali i capi della compagnia della Stella impedì loro di recarsi a Firenze nello stabilito termine, ed i Pisani ne approfittarono per guastare il territorio fiorentino. Avevano dato il comando dell'armata ad un avventuriere, che si rese in seguito famoso nelle guerre d'Italia, e che aveva di già servito con distinzione nelle guerre degl'Inglesi in Francia. Era questi Giovanni Hawkwood, che gl'Italiani chiamano acuto o aguto[596]. Questi attraversò la Val di Nievole a mezzo aprile; entrò nel territorio di Pistoja e di Prato, senza trovare opposizione; passò avanti alle porte di Firenze, e si avanzò fino nel Mugello, facendo una ragguardevolissima preda in quelle ricche campagne[597].
Ritornando da questa spedizione gl'Inglesi s'avvicinarono di nuovo a Firenze l'ultimo giorno di aprile. Eransi fatti avanti alle porte della città alcuni trincieramenti per difenderle; gl'Inglesi gli attaccarono e presero d'assalto, dopo avere uccisa molta gente ai Fiorentini. Anichino Bongarten colse quest'occasione per farsi armare cavaliere in mezzo alla pugna ed in faccia alla porta della città. In appresso egli conferì lo stesso ordine a molti contestabili inglesi e tedeschi che militavano sotto di lui. Durante la notte l'armata celebrò la festa della cavalleria sul colle di Fiesole, che soprasta a Firenze. Dalle mura della città vedevansi i soldati nemici danzare in giro con fiaccole in mano, ed udivansi ripetere nelle loro orgie i venerandi vocaboli che i priori adoperavano in palazzo nelle pubbliche deliberazioni[598]. Dopo avere per altri due giorni saccheggiate ancora le campagne di Firenze, Aguto condusse la sua armata in Val d'Arno di sopra; indi attraversò il territorio d'Arezzo, quello di Cortona e di Siena, e tornò a Pisa per la Val d'Elsa, dopo avere portata la desolazione in quasi tutte le province del territorio fiorentino[599].
Il conte Enrico di Monforte, capitano de' Fiorentini, tirò, gli è vero, qualche vendetta di tanto oltraggio con una rapida incursione nel territorio nemico, ove abbruciò Livorno e Porto Pisano[600]. Frattanto ancora non giugneva la compagnia della Stella, onde i Fiorentini si videro forzati a ricorrere ad altri mezzi per difendersi contro i loro avversarj. Gl'Inglesi e la compagnia di Bongarten erano vicini al termine dei loro impegni coi Pisani. Queste truppe mercenarie indifferenti alla causa per cui combattevano, non pensavano che a vendere i loro servigi al più alto prezzo. I Fiorentini trattarono segretamente coi loro capi[601]; li ridussero, mediante una grossa somma di danaro, a non ricevere nuovo soldo dai Pisani e ad allontanarsi dalla Toscana: il solo Aguto rimase al servigio di questa repubblica con circa mille corazzieri inglesi.
I Fiorentini nominarono in seguito un nuovo capitano di guerra, e sovvenendosi piuttosto gli antichi servigi che una fresca ingiuria, ricorsero di nuovo alla famiglia de' Malatesti di Rimini. Galeotto, fratello del vecchio signore di questa città e zio di Pandolfo, era uno de' più riputati generali d'Italia, e fu questi che la repubblica pose alla testa delle sue genti di guerra[602]. Galeotto assunse il comando dell'armata fiorentina in sul finire di luglio, e la condusse a Cascina, sei miglia lontana da Pisa. Ma, appena giunto, si propose di seguire i progetti di suo nipote, e non pensò che ad indebolire lo stato di cui gli era stata affidata la difesa, onde più facilmente sottometterlo. Con premeditato disegno espose il suo campo ad una sorpresa, non lo avendo nè fortificato nè circondato di vedette, e permettendo ai soldati di disperdersi come se si trovassero al sicuro dai nemici. Hawkwood, che n'ebbe avviso, si pose in marcia con mille cavalli e tutta la fanteria pisana per attaccarlo. Fortunatamente alcuni antichi contestabili, attaccati di cuore al servigio de' Fiorentini, sospettarono il tradimento del loro generale. Manno Donati di Firenze, e Bonifazio Lupo di Parma adunarono i soldati, li fecero armare e li prepararono alla battaglia. Ricevettero vigorosamente i Pisani tosto che questi si presentarono. Hawkwood, che contava sopra una sorpresa, ritirossi a precipizio co' suoi cavalli, tostocchè conobbe di essere atteso. La fanteria pisana ebbe mille morti e due mila prigionieri, ed il resto salvossi a stento, e non avrebbe potuto fuggire se Galeotto avesse voluto approfittare della vittoria. Ma tutt'all'opposto questo generale non pensò che ad eccitare il malcontento nell'armata, sollecitandola a pretendere ricompense di doppia paga e di mese compiuto per avere difeso il campo, ov'erasi lasciata sorprendere[603].
Gl'intrighi e la malafede de' Malatesti e la discordia che manifestavasi in diversi corpi dell'armata fiorentina, determinarono finalmente la signoria a pensare di proposito alla pace. L'onore della repubblica era stato posto in sicuro dalla vittoria di Cascina; i Pisani erano umiliati e deboli, e Firenze doveva oramai temere assai più il suo proprio generale che i nemici. La signoria rinnovò adunque i trattati che il generale de' Francescani aveva aperti. Urbano V aveva dato l'arcivescovo di Ravenna per aggiunto a questo monaco. Colla loro mediazione gli ambasciatori dei due popoli unironsi a Pescia, nella chiesa di san Francesco, ed il congresso si aprì con egual desiderio da ambe le parti, di terminare le ostilità[604].
Ma, sebbene il trattato fosse in breve ridotto a termine, una strana rivoluzione sopraggiunta a Pisa rovesciò il governo di questa repubblica, e fu in procinto di rinnovare la guerra, prima che si pubblicasse il trattato di Pescia. I Visconti, senza volere apertamente dichiararsi contro i Fiorentini, avevano per altro cercato di formarsi coi loro intrighi, o di mantenersi in Toscana un partito, coll'ajuto del quale potessero un giorno stendere il loro dominio su tutta questa provincia. Avevano sovvenuto danaro ai Pisani, accordate e fatte passare al loro servigio due compagnie d'avventurieri, fermata quella che i Fiorentini avevano presa al loro soldo, e lusingavansi che la continuazione della guerra determinerebbe all'ultimo i Pisani a porsi volontariamente sotto la loro dipendenza. Soltanto sembrava loro necessario di piegare una prima volta lo spirito ed il carattere altero de' cittadini, e di avvezzarli a riconoscere un padrone. L'ambasciatore che i Pisani avevano mandato ai signori di Milano parve a questi proprio alle loro viste. Costui, detto Giovanni dell'Agnello, era un mercante d'una famiglia borghese, attaccato al dominante partito dei Raspanti, e che fin allora non aveva avuta veruna onorificenza[605]. Barnabò Visconti, dopo avere scoperta in Agnello ambizione, spirito d'intrigo e falsità propria a formare un tiranno, si offrì d'ajutarlo con tutte le sue forze e con tutte le sue ricchezze, per farlo signore di Pisa; ed Agnello in contraccambio promise al Milanese, che s'egli comandava una volta in Pisa, terrebbe questa città dipendente dalla casa Visconti, come se fosse suo luogotenente e non suo alleato.