Agnello, di ritorno a Pisa, osò di proporre in uno de' consiglj, che precedettero il trattato di pace, di nominare un signore annuale, onde ispirare più di confidenza a Barnabò, loro fedele alleato, come pure alle genti d'armi, ed a fine di tenere più segrete le deliberazioni dello stato. Indicò in pari tempo per questo comando Pietro d'Albizzi di Vico, uno de' più virtuosi cittadini di Pisa, che veniva allora nominato ambasciatore per trattare la pace coi Fiorentini. Pietro rigettò questa proposizione con orrore, dichiarando ch'era solamente colla pace ch'egli andava a negoziare, non già col sagrificio della libertà, che conveniva salvare la patria. Ma dopo la partenza di Pietro di Vico pel congresso di Pescia, Agnello rinnovò la sua proposizione nel prossimo consiglio, ed un certo Vanni Botticella, nipote d'un macellajo, ebbe la sfrontatezza di chiedere per sè la signoria che Agnello proponeva di stabilire. Questi lodò lo zelo di Botticella, ma gli chiese se aveva in danaro contante trentamila fiorini, ch'erano necessari a quello che si caricherebbe del governo, onde pagare il loro soldo alle truppe; e perchè Botticella confessò la sua impotenza, Agnello domandò di nuovo che s'indicasse qualche altro uomo abbastanza ricco ed abbastanza abile per salvare la repubblica.

Questa bizzarra proposizione, ripetuta con tanta asseveranza, eccitò finalmente i sospetti de' migliori cittadini di Pisa. Nello stesso tempo si sparse voce che Agnello adunava soldati e persone pericolose nella propria casa. Una sera molti riputati cittadini presero le armi, e recaronsi al palazzo degli anziani, chiedendo a questi magistrati di ordinare una visita nella casa di Agnello, ed ottennero che si eseguisse in sull'istante. Ma Agnello aveva preveduta questa ricerca, ed aveva alloggiati i soldati ed i banditi da lui adunati, non nella propria casa, ma presso alcuni de' suoi amici e complici. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi degli anziani, si pose a letto, coperto com'era della corazza; fece che si coricasse al suo fianco la consorte, ed ordinò ciò che far doveva alla piccola fantesca, che sola stava con loro in quella casa: poi s'infinse di dormire profondamente.

I cittadini armati, guidati da uno de' magistrati, si presentarono intanto alla porta d'Agnello, che venne loro aperta all'istante. Essi avanzaronsi fino alla camera ov'era coricato il padrone della casa, e l'udirono russare. La consorte, appena coperta d'una veste da camera, si rizzò di subito. «Mio marito dorme, loro disse, egli è stanco assai; ma se la patria o i magistrati hanno di lui bisogno, io lo sveglierò». I cittadini che i primi avevano sospettato arrossirono dei loro sospetti e si vergognarono d'avere così sorpresa una donna rispettabile, ritirandosi senza permettere che si svegliasse Agnello. Tornati presso gli anziani, dichiararono che i loro sospetti non avevano fondamento, e si disarmarono. Ma si erano appena ritirati, che Agnello balzò tutt'armato dal letto in cui fingeva di dormire per porsi alla testa de' banditi che aveva adunati. Marciò con loro al palazzo, e sorprese le guardie della signoria. Giovanni Hawkwood, guadagnato dal danaro dei Visconti, favoreggiava la sua usurpazione, ed aveva fatti montare a cavallo i suoi corazzieri per sostenerlo. Agnello si pose a sedere nella sala della signoria sulla seggiola del presidente; fece l'un dopo l'altro risvegliare gli anziani, e condurre innanzi a lui. «Maria Vergine, disse loro, mi ha rivelato questa stessa notte che per la prosperità ed il riposo di Pisa io debba prendere, almeno per lo spazio di un anno, il titolo e le funzioni di doge. In esecuzione di questo ordine celeste ho di già distribuiti del mio proprio trenta mila fiorini alle truppe in pagamento del loro soldo arretrato. Io vi ho fatti chiamare perchè voi raffermiate subito coi vostri suffragi questa celeste nomina.» Gli anziani sorpresi e spaventati, vedendosi circondati dai satelliti di Agnello, non opposero resistenza. Giurarono l'un dopo l'altro ubbidienza al nuovo doge. Questi fece in appresso cercare a casa loro tutti i più riputati cittadini, e tutti quelli che gli erano sospetti per far loro dare lo stesso giuramento; e mentre faceva lampeggiare le spade intorno alle loro teste, non risparmiava promesse per sedurli. Ad uno offriva il vicariato di Lucca, ad un altro quello di Piombino, ad un terzo la scelta tra le varie castellanie dello stato. Durante tutta la notte i magistrati ed i cittadini gli furono gli uni dopo gli altri condotti, per giurargli fedeltà. Fatto giorno corse la città, con una pompa ducale, accompagnato dagli anziani, mentre i soldati, che lo circondavano, sforzavano il popolo a salutarlo col nome di doge.

Per assodare il suo potere Agnello riunì sedici famiglie di cittadini in una sola, di cui si dichiarò capo. Tutti i membri di questa nuova corporazione dovevano portare il titolo di conti, e gli stessi stemmi. Agnello dava ad intendere che dopo un anno deporrebbe la sua dignità e darebbe luogo a quello dei conti che il popolo nominarebbe suo successore. Ma veruno seguì meglio d'Agnello i consigli dati dal conte di Montefeltro a papa Bonifacio[606]. Promise per farsi de' partigiani; e per conservarsi loro padrone non attenne le sue promesse. Ben tosto lasciò il titolo di doge adoperato di già in due repubbliche marittime, per assumere quello di signore; si circondò della più ridicola pompa; più non mostrossi al popolo che collo scettro d'oro in mano, e la stoffa d'oro sospesa in sul capo; pretese finalmente che gli si presentassero le suppliche stando in ginocchio, sebbene fin allora non si usasse quest'atto di sommissione che ai papi ed agl'imperatori[607].

In questo tempo, Pietro d'Albizzo di Vico, l'ambasciatore de' Pisani al congresso di Pescia, s'affrettò d'ultimare le vertenze della sua patria coi Fiorentini. La pace venne segnata il 17 agosto del 1364. Le antiche esenzioni accordate ai mercanti fiorentini vennero tutte rinnovate; il castello di Pietrabona, ch'era stata la prima cagione della guerra fu dai Pisani ceduto ai Fiorentini; gli altri castelli, presi da ambe le parti, vennero vicendevolmente restituiti, ed i Pisani si obbligarono a pagare ai Fiorentini entro dieci anni cento mila scudi d'oro per le spese della guerra, cioè dieci mila ogni anno, la vigilia della festa di san Giovanni, protettore di Firenze[608].

FINE DEL TOMO VI.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO VI.]