I Fiorentini, informati dell'arrivo di Gregorio XI, gli spedirono, per parte loro, ambasciatori a Roma, per chiedergli la pace a giuste condizioni[162]; ma perchè i loro trattati non ottennero il desiderato fine, ricominciò la guerra con vigore, e Bolsena si ribellò mentre il papa trovavasi nelle sue vicinanze. I Fiorentini confermarono per la seconda volta gli otto della guerra nel loro impiego. Questi magistrati non erano in origine stati creati che per un anno, ma avevano coronati i loro talenti con tanta prosperità che il popolo non poteva risolversi a dar loro dei successori. Gli otto persuasero Giovanni Acuto, che aveva terminato il tempo del suo servigio col papa, a passare al loro soldo colla compagnia inglese[163]. Ma d'altra parte Rodolfo da Camerino che fin allora era stato generale dei Fiorentini, abbandonò il loro partito, malcontento che non gli si concedesse di conquistare la città di Fabbriano, ch'erasi dichiarata libera, e sulla quale vantava alcuni diritti[164]. Il papa accolse Rodolfo con singolari dimostrazioni d'onore, e gli affidò immediatamente il comando della compagnia dei Bretoni, colla quale il signore di Camerino tenne tribolati gli alleati de' Fiorentini nella Marca d'Ancona[165].

Il conte Lucio Lando di Svevia andò allora ad attaccare Rodolfo, con tre mila cavalli fiorentini, quasi alle porte di Camerino, sua capitale; gli uccise dugento soldati, gli prese lo stendardo con mille prigionieri, e lo sforzò a fuggire quasi solo a Tolentino[166]. In appresso i Fiorentini presero san Lupidio, santa Maria Serra, e più altre castella nella Marca d'Ancona[167].

Il papa desiderava la pace coi Fiorentini, ma voleva che la loro devozione la rendesse per lui più vantaggiosa. Mentre trovavasi ancora in Avignone, la signoria gli aveva spedita santa Catarina da Siena per cercare d'addolcirlo. Il papa rimandò la santa a Firenze, assicurandola che avrebbe poste in sua mano le condizioni della pace. Ma sebbene le virtù e la conosciuta santità di Catarina ispirassero la più alta venerazione ai capi della repubblica, essi non credettero di dover consultare intorno agl'interessi della loro patria gli scrupoli d'una donna entusiasta[168]. Gregorio mandò dal canto suo ambasciatori a Firenze; e questi, che speravano di fare maggiore impressione sul popolo che sul governo, non vollero esporre la loro missione che in presenza d'un parlamento adunato. In questo recitarono un artificioso discorso: il pontefice, essi dissero, ben sapeva che il popolo non voleva la guerra; la quale era l'opera di alcuni capi ambiziosi che si arricchivano nella pubblica miseria, che di già avevano conservato il loro impiego oltre il tempo fissato da tutte le leggi, e si lusingavano di ridurre ben tosto in servitù quel popolo, che traviavano in nome della libertà. Gregorio chiedeva soltanto che i Fiorentini deponessero i loro perfidi magistrati, ed in appresso era disposto ad accordar loro la pace a quelle condizioni ch'essi medesimi avrebbero desiderato. Il gonfaloniere rispose agli ambasciatori a nome del popolo. Che lunghe ingiurie abbisognarono, e le prove della più sfrenata ambizione degli ecclesiastici per istaccare i Fiorentini dal partito della Chiesa, cui si mostrarono tanto tempo fedeli: che tante offese avevano finalmente stancata la loro sofferenza, ond'erano unanimi nella presa opposizione: che non pertanto desideravano sempre i Fiorentini la pace, ma che dovevasi ben credere che le condizioni della pace dovessero essere svantaggiose a coloro che avevano imprudentemente provocata la guerra[169].

Il pontefice, irritato da questa risposta, raddoppiò le pene ecclesiastiche pronunciate contro i Fiorentini, e scrisse di nuovo, non più a tutti i sovrani, ma a tutte le città, per persuaderle a confiscare le proprietà de' suoi nemici. Dall'altro canto i Fiorentini, che fino a tale epoca avevano osservato gl'interdetti pronunciati dal pontefice, risolsero di non rimanere soggetti ad un'ingiusta sentenza. Fecero aprire tutte le chiese, e costrinsero i preti a celebrare l'ufficio divino colla stessa solennità, come se l'interdetto non fosse stato pronunciato[170].

Un nipote del papa aveva tentato, alla testa de' Bretoni, di entrare nella Maremma di Siena, e fu forzato di dare a dietro in faccia ad Acuto. Ma più che le armi tornarono utili gl'intrighi alla corte pontificia. Erasi scoperta in Bologna una congiura in favore dei Pepoli, in sul finire del precedente anno, e Taddeo degli Azzoguidi era stato esiliato da questa città con una parte della fazione dello scacchiere[171]. Il restante di questa fazione, fedele alla libertà ed agl'interessi de' Fiorentini, mutò nome in quest'occasione, e si chiamò Raspanti. Le famiglie de' Bentivogli, Salicetti, Azzoguidi, Bianchi e Gozzadini entrarono nella nuova fazione de' Raspanti, e sotto questo nome governarono la repubblica.

Ma in marzo del 1377 la sorte diede ai Bolognesi un gonfaloniere ed otto anziani dell'opposta fazione, o de' Maltraversi. Questi, dopo avere guadagnato destramente il favore del popolo, ed assicurata la loro autorità, fecero arrestare in un solo giorno tutti i capi dei Raspanti, e spedirono al legato del papa, che allora trovavasi a Ferrara, per domandargli una tregua, onde trattare con lui una pace separata. Gregorio XI accolse avidamente quest'offerta, e non si mostrò difficile nelle condizioni. Domandò soltanto che fosse ricevuto in Bologna un vicario pontificio, non per comandare in effetto, ma per averne soltanto l'apparenza: e perchè non si concepisse veruna diffidenza, nominò per tale incumbenza uno degli ambasciatori della repubblica, che era dottore di legge[172]. Acconsentì espressamente che Bologna continuasse a governarsi liberamente ed in comune[173]; ed a tali condizioni essendo stata il 21 agosto segnata la pace in Anagni, si pubblicò a Bologna in principio di settembre[174].

Circa lo stesso tempo il prefetto di Vico fece pure una separata pace colla Chiesa[175]; onde i Fiorentini, vedendosi abbandonati dai due più potenti alleati, pensarono seriamente a mettere fine alla guerra. Il vescovo d'Urbino, ambasciatore del papa, propose loro di prendere per arbitro un loro alleato, Barnabò Visconti, ed infatti i Fiorentini acconsentirono di aprire, sotto la sua mediazione, un congresso a Sarzana. Barnabò recossi il primo in questa città in principio del 1378. Vi giunsero poco dopo il cardinale d'Amiens e l'arcivescovo di Narbona legati del papa. Il conte di Brienne e l'arcivescovo di Laon arrivarono in appresso come ambasciatori del re di Francia; ed in breve vi si adunarono i deputati fiorentini e quelli delle città alleate.

Le conferenze cominciarono il 12 di marzo, e si potè allora travedere dietro quali segrete intelligenze aveva il papa scelto arbitro il suo più antico nemico, e l'alleato de' Fiorentini. Barnabò Visconti aveva convenuto col papa di dividere con lui il danaro che farebbe pagare alla repubblica. Propose nella sua qualità di arbitro, che i confederati dessero al papa l'enorme somma di ottocento mila fiorini per le spese della guerra. Le decisioni degli arbitri venivano risguardate come inappellabili; tutti gli alleati de' Fiorentini più omai non li secondavano che assai mollemente, e gli ambasciatori delle repubbliche si videro forzati d'aprire la negoziazione su questa base; e forse la pace sarebbesi conchiusa a condizioni svantaggiosissime per gli alleati, se la notizia della malattia del papa, attaccato dalla pietra, e poco dopo quella della sua morte, accaduta in Roma il 27 marzo del 1378, non avesse sciolto il congresso di Sarzana[176]. Tutti gli ambasciatori tornarono a casa loro senza nulla avere conchiuso, ed il gran scisma d'Occidente, che tenne dietro alla morte di Gregorio XI, permise ben tosto ai Fiorentini di trattare colla Chiesa sotto più favorevoli auspicj[177].