Barnabò Visconti aveva mandati all'armata della lega a Bologna cinquecento lance, sotto il comando del conte Lucio Lando, ma d'altra parte non aveva opposto verun ostacolo alla compagnia de' Bretoni, quando attraversava i suoi stati; suo fratello aveva di già fatta la pace colla Chiesa, ed egli stesso offriva di acquistare dal papa la città di Vercelli per cento mila fiorini. Rodolfo di Camerino credette adunque di dover diffidare del conte Lando e dei soldati di Barnabò[145]. D'altra parte i Bolognesi temevano di qualche trama nella loro città: vedevano di mal occhio Taddeo degli Azzoguidi, il capo della fazione dello scacchiere, essere troppo premuroso pel richiamo de' Pepoli, antichi capi dello stesso partito; mentre che questa famiglia, doppiamente odiosa per avere usurpata la tirannide, e per avere in seguito venduta la città, era stata la sola eccepita dalla generale amnistia. Rodolfo di Camerino, per questo doppio sospetto, nè volle azzardare una battaglia contro i Bretoni quando giunsero nello stato di Bologna, nè aspettarli in aperta campagna. Roberto di Ginevra per provocarlo ad una battaglia, lo fece interpellare perchè si rimanesse ozioso e chiuso entro le mura d'una città. «Io non n'esco, rispose Rodolfo, perchè voi non c'entriate[146]

Il legato cercò in seguito di staccare i Bolognesi dalla lega, promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento della libertà che avevano ricuperata, purchè riconoscessero la suprema sovranità della Chiesa e l'autorità dei ministri del papa. «Noi siamo apparecchiati a tutto soffrire (risposero i Bolognesi) piuttosto che sottometterci nuovamente a persone, del di cui fasto, insolenza ed avarizia abbiamo fatto così crudele esperimento.» — «Ed io (disse Roberto quando ricevette tale risposta) dite loro, che non mi allontanerò da Bologna finchè non mi sia lavati e mani e piedi nel sangue loro[147].» La condotta del cardinale era veramente degna di così feroce discorso; i suoi Bretoni presero successivamente i castelli di Crespelano, Oliveto e Monteveglio che si arresero loro sotto condizioni, che da essi poi non vennero osservate, perciocchè li bruciarono dopo avere saccheggiate tutte le proprietà degli abitanti[148]. Presero in seguito Pizzano, e passarono a fil di spada tutti coloro che vi trovarono, senza neppure risparmiare i fanciulli da latte[149]. Finalmente chiesero i quartieri d'inverno, ed il legato obbligò Galeotto Malatesti ad aprir loro la città di Cesena, che questo signore aveva persuasa a non ribellarsi[150]. La murata, quel quartiere in cui Marzia degli Ordelaffi aveva alcuni anni prima fatta una così eroica difesa, fu assegnata per loro dimora ai Bretoni. Ma questi barbari soldati, incapaci di disciplina, trattavano una città amica, come se presa l'avessero d'assalto. Forzavano le case de' borghesi per rapir loro gli effetti, le mogli, le figlie; aggiugnevano l'insulto al danno, e finalmente stancarono la pazienza degli abitanti; questi attaccarono all'impensata i Bretoni il primo febbrajo del 1377, ne uccisero più di trecento, e costrinsero gli altri a chiudersi nella murata[151]. Il cardinale di Ginevra, che vi trovavasi ancor esso, mandò Galeazzo Malatesti a trattare coi borghesi per acquietarli, confessò che i suoi soldati avevano meritato quel castigo, ed accordò ai Cesenati un'assoluta amnistia, a condizione che aprissero di nuovo le loro porte. Furono in fatti aperte, ed il cardinale con atroce perfidia abbandonò Cesena ad una universale carneficina[152]. Non contento di lasciare in città i suoi feroci Bretoni, chiamò ancora Acuto che trovavasi cogl'Inglesi a Faenza; e perchè questo capitano mal sapeva risolversi a prender parte a tanta iniquità, il cardinale gli disse: Io voglio sangue, sangue: e mentre durava la carneficina fu udito spesso gridare: uccideteli tutti[153]: e niuna persona fu risparmiata. I Bretoni prendevano pei piedi i fanciulli alla mammella, e loro schiacciavano il capo contro i muri. I preti, i religiosi, le vergini consacrate agli altari, tutto fu passato a fil di spada. Cinque mila persone perirono in quest'orribile carneficina; e tutta la popolazione di Cesena sarebbe stata distrutta, se alcuni abitanti con una pronta fuga non si fossero prima sottratti ai carnefici[154].

Quando la notizia del massacro di Cesena fu portato alle città della lega, vi cagionò più sdegno ancora che spavento. La signoria di Perugia fece celebrare l'ufficio de' morti in tutte le chiese, ordinò una pompa funebre per gl'innocenti uccisi dalle armi dei preti; e tutte le città in guerra colla Chiesa ne imitarono l'esempio[155].

I Fiorentini avevano mandato lo stendardo della libertà a Roma, siccome a tutte le altre città dello stato ecclesiastico. La repubblica romana era in allora governata da una signoria di tredici banderali dei tredici quartieri della città[156]. Ma i Romani, che ardentemente desideravano di persuadere il loro vescovo a tornare a Roma, erano meno degli altri popoli zelanti della libertà. Avuto avviso che Gregorio XI pensava di restituirsi finalmente alla sua naturale sede, entrarono con lui in trattato, e gli promisero di rendergli la sovrana autorità sopra Roma, tostochè sarebbe giunto ad Ostia. Acconsentirono pure di sopprimere i loro banderali, e intanto il papa confermò altri magistrati, chiamati esecutori di giustizia, sotto condizione che cadauno di loro gli prestasse giuramento di fedeltà[157].

Gli otto della guerra di Firenze, informati di questo trattato, addirizzarono, il 26 dicembre 1376, la seguente lettera ai banderali per incoraggiarli a difendere la loro libertà.

«Agli illustri uomini, nostri onorati fratelli, i banderali della città di Roma.

«Sebbene noi abbiamo fino al presente alzata invano la nostra voce per esortarvi a difendere con irremovibile coraggio la vostra libertà e quella dell'Italia, e sebbene noi non abbiamo da voi ricevuto, per mercede di nostre esortazioni, che lettere elegantemente scritte, e vanamente ornate di belle sentenze, pure oggi che vediamo imminente la ruina della vostra libertà, non temeremo di darvi ancora sinceri e salutari avvisi. Noi non possiamo dubitarne, o nostri cari fratelli! e se non siete determinati di accecarvi, voi pure dovete facilmente riconoscere, che il sovrano pontefice, che voi aspettate con sì amichevoli disposizioni, non sente verun affetto per la vostra città; non ne ama il soggiorno, e non viene a risedere nella sua propria sede per consolare il vostro devoto popolo, ma per cambiare la libertà vostra in servitù. Quando domanda l'abolizione delle vostre magistrature che altro desidera egli? che spera egli, se non di atterrare la colonna della romana libertà? Qual freno resterà agli audaci? quale rifugio ai deboli? se la sacra vostra società, da cui dipendono la pace, il coraggio e la tranquillità di Roma, è disciolta all'arrivo della corte? Quando il papa dovesse riporre la città nell'antico suo splendore ed in tutta la sua bellezza, quando sollevasse i Romani a tutta la maestà del loro antico impero, quando ricoprisse d'oro le vostre mura, se ciò deve farsi con pregiudizio della vostra libertà, il dover vostro vi ordina di non accettarlo. Noi vi supplichiamo soltanto di comportarvi come si conviene ai figli de' Romani, presso i quali la libertà e la virtù sono ereditarie. Mentre ancora lo potete, mentre siete ancora in tempo, mentre l'oppressore della vostra domestica libertà non è per anco tra le vostre mura, provvedete, per Dio, alla vostra salute, provvedete a quella del popolo romano: quando voi lo vogliate, quando ne saremo avvisati da qualche segno, noi impiegheremo a favor vostro tutta la nostra potenza, come se si trattasse della nostra propria libertà, della nostra propria salute; imperciocchè noi punto non ignoriamo che quando il vostro popolo sarà caduto sotto il giogo, per leggiere che possa a bella prima sembrare, noi più non saremo abbastanza forti per liberarvi[158]

In principio del seguente anno i Fiorentini scrissero di nuovo ai banderali di Roma, loro offrendo tre mila lance per difesa della loro libertà[159]. Le generose loro esortazioni ed offerte non rimasero affatto prive d'effetto; per altro i Romani ricusarono di combattere, e non accettarono le truppe offerte dalla repubblica fiorentina: soltanto richiesero dal papa meno umilianti condizioni. Gregorio XI, assicurato d'essere ricevuto in Roma, e convinto che la sua sola presenza poteva calmare l'universale rivoluzione, era partito da Avignone il 13 settembre del 1376, ma non giunse a Corneto che in sul finire dell'anno, trattenuto e respinto costantemente dai venti contrarj per più di tre mesi[160]. Il 17 gennajo rimontò finalmente il Tevere, e sbarcò a san Paolo. I Romani lo accolsero con grida di gioja mentre attraversava la città a cavallo per recarsi al Vaticano. I banderali lo avevano aspettato a porta Capena, entrando egli nella quale, avevano deposte ai suoi piedi la bacchetta del comando; ma la ripresero all'indomani, e continuarono ad amministrare la repubblica quali magistrati di uno stato sovrano, senza che il papa ardisse resistere alla loro volontà[161].