Prima che la plebaglia si fosse ritirata, due de' banderali di Roma vennero in deputazione per parte di questa magistratura, e chiesero udienza ai cardinali, che li ricevettero nella piccola cappella del Vaticano. I banderali rappresentarono al sacro collegio quanto l'intera cristianità aveva sofferto per avere i papi stabilita la loro residenza fuori d'Italia. A Roma i templi ed i sacri edificj ruinavano; alcuni cardinali non avevano pure visitate, in tutto il tempo della loro vita, le chiese di cui portavano il titolo; essi le lasciavano derelitte, sebbene loro ne incumbesse il mantenimento. Lo stato ecclesiastico era stato invaso, dopo partiti i papi, dai tiranni che se lo erano diviso, e non erasi riacquistato dal cardinale Albornoz che dopo un'accanita guerra con grave dispendio del sangue dei popoli, e dei tesori della cristianità. Era poi stato abbandonato a ministri venali, insolenti ed arbitrari, i quali avevano fatta scoppiare una generale rebellione, governando in un modo così diverso dal paterno modo della antica Chiesa. Una guerra generale erasi accesa in Italia, ed il restante del mondo cristiano si era esaurito per volere riacquistare province ch'erano state forzate a ribellarsi. Fu per una veramente particolare disposizione della Provvidenza, aggiugnevano, che il buon papa Gregorio è venuto a morire in Roma, affinchè il senato della Chiesa, dovendosi di nuovo adunare nella di lei capitale, fosse più a portata di conoscere i sentimenti della greggia cui deve dare un pastore, e che i cardinali, organi de' Romani, che in altri tempi sceglievano il proprio vescovo coi loro suffragi, si uniformassero fedelmente alle intenzioni di coloro, che sono incaricati già da alcun tempo di rappresentare[183].

I banderali ritiraronsi per lasciar deliberare i cardinali; poi furono nuovamente introdotti, e Pietro Corsino, cardinale di Firenze, loro rispose a nome del sacro collegio: che maravigliavasi della loro pretesa d'influire sopra un'elezione, alla quale, nè il rispetto, nè il timore, nè il favore, nè le grida del popolo dovevano aver parte; che i cardinali andavano ad udire la messa dello Spirito Santo, e che lo Spirito Santo determinerebbe solo colla sua ispirazione la scelta che farebbero[184]. I banderali si ritirarono poco soddisfatti di questa risposta, ed il popolo rinnovò le grida, un romano volemo, un romano.

Malgrado la fermezza con cui il cardinale vescovo di Firenze aveva risposto, i clamori del popolo non lasciavano d'influire sul sacro collegio. I cardinali esponevansi senza dubbio ad un grandissimo pericolo, se totalmente disprezzavano la volontà di un popolo, pel quale la scelta del suo pastore era della più alta importanza. I Romani non avevano dimenticato, che il diritto di eleggere il papa loro spettava tre soli secoli avanti; e più tardi ancora Luigi di Baviera e Cola da Rienzo avevano rinfrescata la memoria di quest'importante privilegio. Il partito degl'Italiani acquistò in conclave maggiore influenza, e la sua alleanza venne a gara ricercata dalle due opposte fazioni dei Limosini e del cardinale di Ginevra[185]. La sola loro adesione poteva decidere la pluralità dei due terzi dei suffragi necessarj per eleggere un papa[186].

I Limosini, veduta l'impossibilità di fare che l'elezione cadesse sopra uno di loro, scelsero una delle loro creature, che loro sembrava affatto proprio a conciliare tutti i suffragi; era questi Bartolomeo Prignani, arcivescovo di Bari, nato nel regno di Napoli. Costui era stato chiamato in Avignone dal cardinale di Pamplona, limosino, cancelliere della Chiesa, il quale lo aveva lungo tempo occupato nelle cose della cancelleria. L'arcivescovo di Bari aveva vissuto tanti anni in Francia, che quasi ritenevasi per francese; era suddito della regina di Napoli, protettrice del partito opposto ai Limosini; come italiano doveva piacere ai cardinali di questa nazione; e finalmente l'arcivescovo di Bari, allora in età di circa sessant'anni, godeva opinione d'essere uomo dotto e religioso assai.

Poichè i cardinali d'Aigrefeuille e di Poitiers, capi del partito limosino, ebbero presentite le disposizioni dei loro colleghi, il primo, all'indomani del loro congresso in conclave, chiese, immediatamente dopo la messa dello Spirito Santo, che si raccogliessero i suffragi, sembrandogli che il sacro collegio fosse bastantemente d'accordo[187].

Essendosi tutti posti a sedere, tenendo l'ordine dell'anzianità, il cardinale di Firenze ch'era il primo dei vescovi, nominò ad alta voce per papa il cardinale di san Pietro. Il cardinale di Limoges, ch'era il secondo tra i vescovi, levossi e disse: «Il signor cardinale di san Pietro non ci conviene per papa, perchè è romano; parrebbe, eleggendolo, che noi avessimo ceduto alla violenza, ed ai clamori del popolo; inoltre egli è vecchio ed infermo. Nè il cardinale di Firenze ci conviene meglio perchè appartiene ad una città attualmente in guerra colla Chiesa. Rifiutò egualmente il cardinale di Milano, suddito di un tiranno, e del più acerrimo nemico della religione. Per ultimo il cardinale Giacomo Orsini è romano, ed è troppo giovane. Perciò adunque io eleggo e scelgo per papa il signor Bartolomeo arcivescovo di Bari[188]

I Cardinali di Glandeve, d'Aigrefeuille, di Ginevra, di Milano, tutti finalmente diedero il loro suffragio all'arcivescovo di Bari, ad eccezione del cardinale di Firenze, che aveva di già emesso il suo, e del cardinale Orsini, che dichiarò di non volere in quel giorno eleggere il papa. Essendosi i cardinali ritirati nelle loro celle per dire le loro ore, si riunirono poco dopo nella cappella e fecero un secondo giro di suffragi. Il cardinale di Firenze si unì alla maggiorità, e diede la sua voce cogli altri all'arcivescovo di Bari, che fu canonicamente eletto. Il solo Orsini si mantenne nella sua opposizione. Aveva aspirato egli stesso al pontificato, ed erasi lusingato di ottenerlo, coll'ajuto delle grida del popolo, che andava sulla piazza ripetendo, romano lo volemo[189]!

Frattanto i cardinali temevano d'annunciare al popolo che l'eletto papa non era romano, tanto più che per antica consuetudine era permessa una grande licenza nel momento dell'elezione, e che il popolo s'arrogava il diritto di saccheggiare il palazzo del nuovo pontefice. Siccome le grida raddoppiavano innanzi al Vaticano, il cardinale Orsini s'affacciò ad una finestra, e fece fare silenzio, dicendo al popolo che il papa era nominato. Quando gliene fu chiesto il nome, rispose: andate a san Pietro, e lo saprete. Il vocabolo di san Pietro, ripetuto nella folla, fece credere che fosse stato eletto il cardinale di san Pietro: tutta la città tripudiò e la casa del Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, fu saccheggiata da cima in fondo. Mentre il popolo vi accorreva, i cardinali avevano fatto entrare in Vaticano l'arcivescovo di Bari con molti altri prelati. Il popolaccio di ritorno dal saccheggio, vedendo che non aprivasi il palazzo, ne atterrò le porte per rendere omaggio al cardinale di san Pietro; e l'inquietudine de' cardinali raddoppiò, quando videro che il popolo credeva di avere ottenuto quanto desiderava, e che conveniva disingannarlo. Cercarono perciò di salvarsi colla fuga gli uni per la gran porta che il popolo aveva atterrata, altri per le camere dei cappellani, e quando nel fuggire si scontravano nella folla, la confermavano nel suo errore. I Romani si precipitavano nella piccola cappella ov'era rimasto il cardinale di san Pietro, l'adoravano e gli chiedevano la benedizione. Il vecchio Tebaldeschi poteva gridare a posta sua: «non sono io l'eletto, io non sono papa; nè voglio esserlo.» La debole sua voce non era udita in tanto tumulto, e que' medesimi che potevano udirlo, credevano che dicesse così per modestia[190]. Più l'errore andava accreditandosi e più i cardinali temevano l'istante in cui il popolo verrebbe tolto d'inganno; perciò la maggior parte di loro uscì di città dopo aver detto ai loro amici che il vero papa era l'arcivescovo di Bari. I cardinali Orsini e sant'Eustachio si rinchiusero a Vicovaro, Roberto di Ginevra a Zagarolo, quelli di Limoges, d'Aigrefeuille, di Poitou, di Viviers, di Bretagna e di Marmoutiers ritiraronsi in castel sant'Angelo, il cardinale di sant'Angelo si riparò a Guardia, e gli altri di Firenze, di Milano, di Montmayeur, di Glandeve e di Luna, rimasero soli nelle proprie case.

Frattanto l'arcivescovo di Bari era in Vaticano, e non meno atterrito degli altri, stava nascosto in una segreta camera, mentre il popolo saccheggiava tutte le provvigioni fatte per il conclave. La susseguente mattina, il 9 aprile, quest'arcivescovo mandò Tommaso d'Acerno, vescovo di Lucera, dal quale abbiamo presa la maggior parte di queste particolarità, ad intendere dai cardinali cosa foss'egli, e cosa dovesse fare. Il cardinale di Fiorenza rispose che l'arcivescovo di Bari era il vero e legittimo papa; mandò ad informare dell'accaduto i banderali, che stavano adunati in Campidoglio, e siccome il popolo erasi calmato, i banderali promisero che il nuovo pontefice sarebbe accetto al popolo, e riconosciuto, sebbene non romano. Frattanto i cinque cardinali rimasti in Roma recaronsi in Vaticano presso l'arcivescovo di Bari, che per anco non aveva accettata la sua elezione. Fu d'uopo spedir varj messi ai cardinali chiusi in sant'Angelo, prima che si potesse persuaderli ad uscire[191]. Vennero finalmente ad unirsi agli altri; ed allora il cardinale di Firenze, come decano, presentò l'arcivescovo di Bari al sacro collegio con un sermone su questo testo; Talis debebat esse, ut esset nobis pontifex impollutus: l'eletto prese per testo della sua risposta: timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me tenebrae. Per uniformarsi al suo testo non parlò che dello spavento che gli cagionava così alta dignità, e della sua incapacità di occupare degnamente il pontificato. Il cardinale di Firenze interruppe questo discorso, pregandolo di lasciare per allora da un canto la spiegazione e la parafrasi del suo testo; poichè non costumavasi di fare in quell'istante un discorso formale; e lo strinse a dire positivamente se accettava l'elezione che di lui era stata fatta in nome del Signore. L'arcivescovo di Bari rispose che l'accettava, prese il nome d'Urbano VI, ed i cardinali, avendo intuonato il Te Deum, l'innalzarono sul trono[192].