Nei successivi giorni i cardinali d'Aigrefeuille, di Limoge e di Poitou, che avevano avuta la principale parte nell'elezione d'Urbano VI, chiesero e da lui ottennero alcune grazie. Durante la settimana santa i cardinali, ch'eransi allontanati, tornarono a Roma, e tutti assistettero alla coronazione il giorno di Pasqua, e l'accompagnarono in pompa alla basilica di san Giovanni di Laterano[193].

Per tal modo l'elezione del capo della Chiesa era compiuta: il tumulto del popolo che l'aveva accompagnata non aveva altrimenti determinata la scelta de' cardinali, che per lo contrario temevano d'avere con questa medesima scelta provocato lo sdegno del popolo. Altronde essi avevano riconosciuta e confermata nella calma un'elezione ch'era stata accompagnata da alcune burrascose circostanze. Ma comunque regolare fosse quest'elezione, era essenzialmente cattiva, perciocchè la scelta dei cardinali difficilmente avrebbe potuto cadere sopra un uomo più imprudente, più collerico, più vano, e più proprio a farsi odiare. A questi difetti soltanto conviene attribuire l'abbandono in cui si trovò ben tosto, quando l'intero collegio de' cardinali, che l'aveva creato e riconosciuto, dichiarossi contro di lui.

Urbano cominciò ad alienare i prelati della sua corte con i suoi sforzi per la riforma della Chiesa. Petrarca aveva spesse volte rimproverato agli ecclesiastici francesi la loro ghiottonerìa; Urbano volle ridurli a non avere che un solo piatto sulla mensa, ed egli medesimo ne dava l'esempio. Volle altresì frenare la simonia, e minacciò di scomunicare i cardinali che accettassero doni. Queste lodevoli riforme non erano nè annunciate, nè eseguite colla debita moderazione e prudenza. In altre occasioni il pontefice si fece ancora conoscere mancante di queste virtù. Egli annunciò la sua ferma disposizione di non lasciar più Roma, ed ordinò ai cardinali di prepararsi a passarvi gl'inverni. I banderali di Roma avendolo pregato di fare una nuova promozione, secondo la costumanza degli altri pontefici, egli rispose in presenza de' cardinali oltramontani, che non solo aveva determinato di fare una promozione, ma che la farebbe così numerosa, che d'ora innanzi i cardinali romani ed italiani sarebbero nel sacro collegio più potenti che gli stranieri. Il cardinale di Ginevra, che trovavasi presente a questa risposta impallidì per la collera, ed uscì all'istante. Ne' concistori segreti Urbano VI usava ancora minore ritenutezza; interrompeva i cardinali coi più offensivi discorsi; hai parlato abbastanza, diceva ad uno; taci, che non sai quello che tu ti dica, diceva ad un altro. Ed una volta giunse perfino all'eccesso di chiamare sciocco il cardinale Orsini[194], e di dire al cardinale di san Marcello, quando questi tornò dalla sua legazione di Toscana, che aveva rubato il danaro della Chiesa: tu ne menti come un Calabrese, rispose lo sdegnato prelato, che sentiva come gentiluomo francese l'ingiuria che gli si faceva[195].

I cardinali, cui la rozzezza del papa riusciva insopportabile[196], ottennero gli uni dopo gli altri la licenza di ritirarsi ad Anagni, ove, in conformità degli ordini dati da Gregorio, avevano fatti degli apparecchi per passarvi l'estate. Urbano VI, che dopo la loro partenza era rimasto in Roma, invece di seguirli, come n'aveva avuto prima intenzione, andò a stabilirsi a Tivoli, e loro ordinò di raggiugnerlo. I cardinali, che avevano fatte ragguardevoli spese, e che si trovavano senza danaro, non volevano abbandonare tutti gli apparecchi che avevano fatti ad Anagni, ed esporsi a maggiori spese a Tivoli, ove non eranvi case in istato di riceverli. Mentre disputavano intorno a quest'ordine, riscaldando l'odio loro contro Urbano VI col ricordare le ingiurie da lui ricevute, Onorato Caietano, conte di Fondi, venne a ritrovarli ed aggiunse la sua collera all'odio loro. Egli aveva prestati mille fiorini a Gregorio XI, ed Urbano ricusava di restituire questa somma, e perfino di riconoscere il debito, pretendendo che il suo predecessore avesse erogata tale somma in suo privato uso e non a vantaggio della Chiesa. Aveva fatto di più; inasprito da questa contesa, aveva dichiarato il conte di Fondi decaduto dalla contea di Campania, e gli aveva sostituito il suo personale nemico, Tommaso di S. Severino. Il conte di Fondi aveva di già cercato di farsi giustizia colle armi, e si era colla forza reso padrone di alcuni castelli della Campania[197].

Era la fine di giugno quando i cardinali si erano ritirati ad Anagni; l'arcivescovo d'Arles cameriere del defunto papa Gregorio XI, andò a raggiugnerli, portando loro la tiara ed i giojelli della corona. Il comandante di castel sant'Angelo, creatura del cardinale di Montmayeur, ricusò di più oltre ricevere gli ordini d'Urbano VI; il cardinale d'Amiens procurò l'alleanza di Francesco di Vico, signore di Viterbo, prefetto di Roma e ribellatosi contro la Chiesa[198]. Finalmente il cardinale di Ginevra, che aveva avute colla compagnia de' Bretoni troppo strette relazioni pel suo onore, trattò con questa compagnia per farla passare in Anagni al servizio de' cardinali. I Romani vollero fermarlo al passaggio del ponte Salario, ma vi furono rotti colla perdita di più di cinque cento uomini. I cardinali, resi orgogliosi da questa vittoria e dal sentimento delle loro forze, dichiararono al papa che più non ritornerebbero presso di lui, nè a Tivoli, nè a Roma; consultarono seriamente se dovevano dargli un coadjutore per amministrare la Chiesa, e dopo qualche incertezza, deliberarono di annullare piuttosto la sua elezione sotto pretesto che non era stata libera.

Ma non si ridussero subito a quest'estremo, perchè i cardinali italiani, non meno scontenti del papa di quel che lo fossero i francesi, temevano non pertanto di entrare in disamine, e di far passi, che potessero richiamare la santa sede al di là dai monti. Cercavano adunque di farsi mediatori tra i due partiti. Tutti e quattro assistettero a diversi concistori tenuti da Urbano VI a Tivoli; quelli di Firenze, di Milano, e l'Orsini stabilirono la loro dimora a Subiaco presso Anagni, e quando i cardinali francesi abbandonarono in agosto Anagni per recarsi a Fondi, colà invitati dal conte di quella città, i tre italiani li seguirono fino a Suessa. Il quarto, Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, tornò a Roma col papa, e colà morì, dichiarando quando stava per spirare, ch'egli teneva Urbano VI per legittimo pastore della Chiesa[199].

La morte del Tebaldeschi privò Urbano VI del solo cardinale che gli fosse rimasto veramente fedele; i tre italiani senza rifiutarlo, e senza volere compiutamente associarsi agli oltramontani, avevano cessato di ubbidirgli; ed i francesi, poichè furono sicuri dell'appoggio del re di Francia e della regina Giovanna, pronunciarono di comune consentimento, il 9 agosto 1378, che la santa sede era vacante. Dichiararono che Bartolomeo Prignani, che facevasi chiamare Urbano VI, era stato illegalmente eletto in mezzo ad un popolo ammutinato; e perchè essi formavano più de' due terzi del sacro collegio, protestarono solennemente contro un'elezione, che dichiaravano nulla, poichè l'avevano fatta contro la loro volontà.

Urbano VI, ch'era rimasto solo a Roma, ove non aveva potuto richiamare nè pure i cardinali italiani, fece nella festa dei quattro tempi di settembre una promozione di ventinove nuovi cardinali. I cardinali anziani inaspriti da tale notizia, tennero il 20 settembre un concistoro a Fondi nel quale determinarono di chiudersi in conclave per procedere all'elezione di un nuovo papa. La scelta cadde ben tosto sopra Roberto di Ginevra; i suoi talenti ed il suo carattere fecero loro dimenticare la carnificina di Cesena, e lo scandalo della guerra di Romagna. Roberto prese il nome di Clemente VII; i cardinali italiani non vollero dargli le loro voci, ma nemmeno tornarono a Roma. Essi ritiraronsi in diverse ville della Campania, o ne' castelli degli Orsini, senza prendere apertamente parte nello scisma, che incominciò a quest'epoca a dividere il cristianesimo[200]. La Spagna e la Francia seguirono colla regina di Napoli le parti di Clemente VII; l'Italia, la Germania, l'Inghilterra, l'Ungheria ed il Portogallo s'attaccarono ad Urbano VI. Intanto l'autorità pontificia fu quasi distrutta dalla divisione della Chiesa fra due uomini, niuno de' quali poteva conciliarsi il rispetto del mondo cristiano.

In uno de' concistori da Urbano VI preseduti a Tivoli coll'assistenza de' quattro cardinali italiani, egli aveva sottoscritta la pace colla repubblica fiorentina a condizioni affatto diverse da quelle che aveva domandato Gregorio XI nel congresso di Sarzana. Le ostilità non eransi rinnovate dopo lo scioglimento di questo congresso, non avendo la repubblica voluto esasperare il nuovo pontefice; ed aveva cercato di buon ora di approfittare delle difficoltà in cui trovavasi ravvolto, per riprendere il trattato. Ella acconsentì di pagargli per i danni della guerra settanta mila fiorini entro un anno, e cento ottanta mila nello spazio di quattro anni; ed in cambio la repubblica venne assolta con tutti i suoi alleati dalle censure ecclesiastiche nelle quali era incorsa[201].

Potrebbe taluno maravigliarsi come, dopo tante vittorie ottenute in una giusta guerra, la repubblica acconsentisse ancora a pagare indennizzazioni ad un nemico ch'ella non poteva più temere; ma tutte le guerre delle altre potenze colla Chiesa eransi terminate nello stesso modo, ed i popoli si credevano obbligati di cancellare con un clamoroso soddisfacimento lo scandalo dato alla cristianità, combattendo il comune pastore. Altronde Firenze non era omai più in istato di proseguire le sue vittorie, come non lo era il papa di vendicarsi. L'una e l'altra potenza erano nello stesso tempo indebolite da un'interna discordia, che loro non permetteva di pensare agli affari esterni. L'anno 1378 non fu meno funesto alla pace di Firenze, che a quella della Chiesa: essa fu l'epoca della più violenta rivoluzione della repubblica, e del gran scisma della Chiesa.