Le due fazioni che dovevano scuotere lo stato, avevano annunziata la loro esistenza durante la guerra colla Chiesa; erano esse nate dalla divisione tra gli Albizzi ed i Ricci, di cui abbiamo altrove parlato. I primi, alleati colle più antiche famiglie guelfe, che cominciavasi allora ad indicare col nome di nobiltà popolare, erano secondati dalla magistratura di parte guelfa. Pietro degli Albizzi, Lapo di Castiglionchio e Carlo Strozzi erano capi di questa fazione. Il capo dell'opposta parte, Uguccione dei Ricci, era morto, dopo avere in parte perduta la sua popolarità; ma Giorgio Scala e Tommaso Strozzi l'avevano rimpiazzato. La fazione loro era la democratica; pure vi si trovavano altresì i Ricci, gli Alberti ed i Medici, che, come i loro avversarj, facevano parte della nobiltà popolare. Le loro famiglie di origine egualmente plebea, eransi da lungo tempo, per mezzo del commercio, innalzate ad una grande ricchezza e ad un grandissimo credito.

La fazione dei Ricci era stata gagliardamente abbassata nel 1372, quando un gran numero de' suoi membri vennero esclusi dal governo o ammoniti come Ghibellini; ma ella si era rialzata in tempo della guerra colla Chiesa. L'intera repubblica pareva che avesse adottati i principj dei Ghibellini; e gli otto della guerra, che avevano procurato alle armi di Firenze così grandi successi, e che erano stati così gloriosamente riconfermati d'anno in anno, appartenevano tutti al partito dei Ricci o dei Ghibellini[202].

Due magistrature di parte esistevano dunque nella repubblica in opposizione l'una coll'altra; e si videro con maraviglia, verso il fine della guerra colla Chiesa, i capitani di parte guelfa, resi arditi dalla gelosia che gli otto della guerra avevano in fine eccitata, attaccarsi ai loro clienti, talvolta a loro medesimi per ammonirli come Ghibellini. Furono veduti fare un irremissibile delitto ai figliuoli dell'avere i loro antenati fatta guerra alla Chiesa uno o due secoli prima; mentre essi, mentre la repubblica, trovavansi in guerra colla Chiesa; mentre questa spigneva i suoi attacchi con un vigore che gli antichi Ghibellini non avevano conosciuto[203].

La parte guelfa, resa forte dall'unione di tutti coloro ch'erano gelosi degli otto della guerra e dall'antica nobiltà, pensò di potere approfittare alla morte di Gregorio XI dei trattati di pace colla Chiesa per ricuperare un assoluto impero sopra la repubblica. Avevano essi troppo inasprita l'opposta fazione, perchè fosse ancora possibile un riconciliamento; perciò erano essi determinati di cacciare fuori di città i loro avversarj, dietro l'esempio degli antichi guelfi, e d'impadronirsi a viva forza del palazzo dei priori[204]. Era in aprile del 1378, quando i tre capi di parte deliberarono intorno a questo progetto. Lapo di Castiglionchio ne voleva affrettare l'esecuzione, tanto più che le borse donde si tiravano a sorte i priori, essendo quasi vuote, sapevasi che vi restava ancora una signoria affatto ghibellina, di cui Salvestro de' Medici, uomo intraprendente, ed uno de' più pericolosi avversarj dei Ricci, sarebbe gonfaloniere. Quando questi magistrati sarebbero in seggio, si poteva temere che essi medesimi non cominciassero l'attacco. Pietro degli Albizzi per lo contrario voleva differire fino alla prossima festa di san Giovanni, per approfittare dell'affluenza dei contadini, che in tal giorno accorrevano da ogni banda alla città, confondendo tra questi gli uomini di cui volevano servirsi. Lapo acconsentì di mal animo a questo ritardo; furono prese delle misure insufficienti per impedire che Salvestro de' Medici occupasse la carica di gonfaloniere, e si aspettò in riposo la prossima estrazione[205].

Questa diede la signoria dei mesi di maggio e di giugno, alla testa della quale si trovò Salvestro de' Medici come gonfaloniere[206]. Il Medici d'accordo con Benedetto Alberti, Tommaso Strozzi e Giorgio Scali, erano risoluti di opporsi alle usurpazioni segrete dei grandi. Volevano impedire ai capitani di parte guelfa di cambiare la costituzione in oligarchia coll'ajuto delle vane accuse di ghibellinismo. La sorte aveva designato Salvestro de' Medici il 18 giugno per essere prevosto; dignità che gli dava il diritto di proporre ai consigli nuove leggi e riforme[207]. Egli ne approfittò per far adunare il consiglio del popolo, mentre in un'altra sala del pubblico palazzo egli presiedeva al collegio delle compagnie. Propose a quest'ultima assemblea una legge, che rinnovava l'ordinanza di giustizia contro i grandi, che minorava l'autorità dei capitani di parte, e che apriva agli ammoniti una strada per ricuperare gli onori dello stato. Questa legge incontrò una gagliarda opposizione nel collegio. Allora Salvestro, abbandonando il suo luogo senz'essere osservato, passò nella sala ove stava adunato il consiglio del popolo. «Io aveva creduto, diss'egli, che il mio dovere di gonfaloniere mi obbligasse a reprimere l'insolenza de' grandi, ed a correggere leggi, il di cui abuso forma l'infelicità della repubblica; ma ho trovato tra i nemici del popolo una così gagliarda opposizione, che lungi dal poter apportare rimedio al male, non mi è pure permesso di far conoscere ai miei concittadini i regolamenti che aveva proposti. Poichè trovomi nell'impossibilità di fare il bene, non voglio più lungo tempo occupare una carica, di cui la pubblica diffidenza mi toglie d'esercitarne la più augusta funzione. Io rinuncio al gonfalone, e torno a casa mia per vivere da privato[208].» Nel pronunciare queste parole Salvestro scese dalla tribuna. Ma il suo discorso aveva eccitato in consiglio il più vivo fermento. Entraronvi i priori ed il collegio per calmare il tumulto, e ritennero Salvestro de' Medici, che partiva, o fingeva di partire. Frattanto tutto il partito degli Albizzi era dai plebei minacciato; Carlo Strozzi venne preso al collare da un plebeo, che gli disse essere giunto il termine della potenza de' grandi[209]. E perchè le parti si riscaldavano, Benedetto degli Alberti s'avvicinò alla finestra, e chiamò i cittadini alle armi, gridando viva il popolo! All'istante si chiusero le botteghe, la piazza si empì di persone armate, che colle loro acclamazioni diedero subito a conoscere, ch'erano del partito degli otto della guerra e de' plebei. Dall'altro canto i gentiluomini e gli amici degli Albizzi eransi adunati nel palazzo della parte guelfa, ma non trovandovisi che in numero di circa trecento, si separarono volontariamente. Il collegio intanto s'accorse d'essere il più debole, onde approvò la legge proposta da Salvestro de' Medici, che prima aveva rifiutata. Questa legge venne immediatamente portata al consiglio del popolo, che la sanzionò[210].

Il movimento popolare pareva calmato, i cittadini ed i consiglieri del popolo si ritiravano in pace alle case loro; ma ognuno era d'opinione che la contesa non fosse finita; che i vinti non soggiacerebbero alla disfatta, e che i vincitori non sarebbero contenti della loro vittoria. Di già i più timidi si premunivano contro le rivoluzioni credute inevitabili. Gli uni afforzavano le case loro, altri trasportavano nelle chiese o ne' monasteri i loro più preziosi effetti, onde porli in sicuro; le botteghe non si aprivano, e l'aspetto della città annunziava la diffidenza o la guerra.

Il domani l'altro era giorno di domenica; ed i corpi delle arti e mestieri approfittarono di questo dì di riposo per adunarsi tutti separatamente; nominarono commissarj per conferire coi priori intorno allo stato della repubblica; e le loro deliberazioni accrebbero il fermento. Invece di ristrignersi a confermare l'ultima pacificazione si andò ansiosamente cercando tutto ciò di cui il popolo potev'essere mal soddisfatto; si trovarono dei giusti motivi del suo malcontento, perchè se ne trovano sempre; e mentre si voleva arrecarvi rimedio, si faceva alla moltitudine conoscere che aveva ragione di lagnarsi e di volersi vendicare.

Il popolo di Firenze era diviso in varie corporazioni politiche, i quartieri, le compagnie delle milizie, e le arti. Ognuna di tali divisioni aveva certi diritti e certa parte alla sovranità; ognuna era rappresentata nel governo della repubblica; ma la più importante di queste classificazioni era quella delle arti e de' mestieri; perchè in uno stato mercantile, era la più intimamente legata al lavoro che dava di che vivere ad ogni cittadino. Eravi un rapporto assai più immediato tra tutti gl'interessi, tutta l'esistenza de' mercanti o degli artigiani d'uno stesso mestiere, che non fra i vicini d'uno stesso quartiere, o tra i fratelli d'armi della medesima compagnia. I mestieri che a Firenze avevano un'esistenza politica erano ventuno, de' quali i sette più ricchi ed onorati chiamavansi arti maggiori. Questi, ne' quali trovavansi interessati i più ricchi negozianti della repubblica, favorivano la nobiltà popolare, la magistratura dei Guelfi e la parte degli Albizzi. Le arti minori provavano una viva gelosia contro quest'aristocrazia. Eravi in oltre una numerosa classe di artigiani, che non avevano un'esistenza politica, ma che, lavorando per conto d'altri, venivano risguardati come loro dipendenti. L'arte o manifattura della lana, che aveva acquistata in Firenze la più alta importanza, e che teneva il primo rango tra le arti maggiori, aveva sotto la sua dipendenza i cardatori delle lane, i tintori, i tessitori, tutti gli operaj infine che venivano adoperati dai fabbricatori di stoffe. Lagnavansi questi operaj, e forse talvolta a ragione, di non poter ottenere giustizia contro i loro padroni, quando ricorrevano al tribunale civile, che l'arte della lana aveva stabilito per decidere le differenze che nascevano tra i membri[211]. Le fazioni aristocratica e democratica trovavansi dunque di nuovo in contrasto; ma, dopo l'abbassamento dell'antica nobiltà, si era veduto sorgere tra i mestieri l'antico loro spirito, che si manifestava per l'opposizione tra le arti maggiori e minori, e per la gelosia che le arti subalterne nudrivano contro i mestieri da cui esse dipendevano.

In questa congiuntura si vide, non senza inquietudine, il martedì 22 giugno, ognuna delle arti spiegare il suo stendardo innanzi alla sua borsa o luogo d'adunanza. I priori, per prevenire la burrasca ond'erano minacciati, adunarono il consiglio del popolo, il quale a loro persuasione nominò una balìa, cui accordò un'autorità dittatoriale per la riforma della repubblica. La signoria, il collegio, gli otto della guerra, i capitani di parte ed i sindaci delle arti, furono tutti ammessi in questa balìa; ma mentre stava deliberando, i corpi de' mestieri eransi di già mossi e recati in sulla piazza coi loro stendardi e le loro armi[212].