Questa truppa di gente armata non rimase lungamente in riposo; molti erano inaspriti da lunghe ingiurie, altri animati dall'ambizione, o avidi di saccheggio. Mentre le arti maggiori tenevansi ferme in piazza, le minori ed il basso popolo si mossero per attaccare la casa di Lapo da Castiglionchio[213], il quale travestito da monaco si ritirò nel Casentino, deplorando l'ostinazione di Pietro degli Albizzi, che non aveva voluto prevenire i suoi nemici, attaccandoli il primo, ed accusando la propria debolezza per avere ceduto all'ostinata opinione dell'amico. La casa di Lapo fu saccheggiata e bruciata, come pure quella dei Bondelmonti, ed i palazzi di Carlo Strozzi, dei Pazzi, di Migliore Guadagni, degli Albizzi, e di molti altri capi dei partito guelfo[214].

Uno de' priori, Pietro da Fronte, seguiva a cavallo gl'insorgenti con alcuni arcieri del palazzo, ed ottenne finalmente colle sue esortazioni, colle minacce, e col supplicio di alcuni, di calmare il furore degli altri. La notte fu tranquilla, ma la balìa, spaventata da questo tumulto, risolse all'indomani d'appagare il popolo con nuove concessioni. Preparò una legge in forza della quale gli ammoniti dovevano essere rimessi in possesso dei diritti di cittadinanza, a condizione per altro che per tre anni non eserciterebbero le magistrature; abolì le leggi che davano ai capitani di parte una così formidabile autorità, e dichiarò ribelli Lapo da Castiglionchio, ed alcuni suoi partigiani[215].

Si estrassero quindi a sorte i nuovi priori, e la carica di gonfaloniere di giustizia toccò a Luigi Guicciardini. La nuova signoria venne installata il primo luglio, senza cerimonie, nel pubblico palazzo, temendosi che la pompa, che d'ordinario accompagnava tale atto, non eccitasse qualche popolare movimento. I priori, che avevano opinione d'essere uomini pacifici ed imparziali[216], ordinarono a tutti i cittadini di deporre le armi, ed a tutti i contadini d'uscire di città sotto pena capitale. Fecero levare le barricate poste in molti quartieri, e per dieci giorni parve che Firenze avesse ricuperata l'antica tranquillità. Ma tutt'ad un tratto le arti adunaronsi di nuovo gli 11 di luglio, dietro inchiesta degli ammoniti, che trovavano troppo dura cosa l'aspettare tre anni per rientrare in possesso degli onori dello stato. I sindaci delle arti, riuniti alla camera de' sei di commercio, presentarono una petizione alla signoria per ottenere, che tutti coloro che dopo il 1320 avevano esercitato alcuno de' principali impieghi della repubblica, non potessero essere ammoniti come Ghibellini; che se di già ammoniti, rientrassero in tutti i loro diritti; e per ultimo che la magistratura di parte guelfa fosse tolta alla fazione che se l'era appropriata esclusivamente, e che si riempissero di nuovi nomi le borse, dalle quali si estraevano a sorte i capitani di parte. Oneste domande erano abbastanza eque, onde furono immediatamente ammesse dai collegi, dal consiglio del popolo, e dal consiglio comune; perchè il timore che ispiravano i corpi de' mestieri, che sapevansi armati, non permetteva lunghe deliberazioni[217].

I cittadini precedentemente ammoniti come Ghibellini non erano ancora soddisfatti, volendo esercitare vendette contro coloro che lungo tempo gli avevano oppressi; ma si vergognavano di chiedere direttamente proscrizioni, ed avrebbero voluto che la proposizione venisse spontaneamente dalla magistratura. La signoria adunò i sindaci delle arti ed i loro consiglieri, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini rappresentò loro a quali pericoli esponevano la repubblica con queste nuove incessanti domande. «Quanto più noi vi accordiamo, disse loro, più s'accresce il vostro orgoglio, e sempre formate più ingiuriose domande. Voi avete voluto togliere ai capitani di parte la loro autorità, e venne loro tolta; chiedeste che si bruciassero le borse del loro ufficio e si facessero nuove riforme, e vi abbiamo acconsentito; avete domandato che gli ammoniti rientrassero al possesso degli onori dello stato, e l'abbiamo concesso. Per le vostre preghiere abbiamo perdonato a coloro che svaligiarono le case e spogliarono le chiese; per soddisfarvi abbiamo esiliati molti potenti cittadini coperti di gloria; e per favorirvi abbiamo posto freno al potere de' grandi con nuove ordinanze. Qual fine avranno adunque le vostre domande? quanto tempo abuserete ancora della nostra liberalità? Non v'accorgete che ci riesce meno insopportabile una disfatta, che voi la vittoria?... Volete voi dunque colle vostre discordie rendere in tempo di pace schiava questa città, che tanti potenti nemici non soggiogarono colla guerra? Imperciocchè, sappiatelo, che le vostre vittorie sui vostri concittadini non vi apporteranno che servitù; quei beni, che voi avete rapiti o che voi rapirete, non faranno che rendervi più poveri.... Onde noi vi ordiniamo, e se l'onore della repubblica ci permette quest'avvilimento, vi preghiamo, di acquietarvi, accontentandovi di quanto abbiamo fatto per voi, o se ancora dobbiamo accordarvi qualche altra cosa, di chiederla almeno come si conviene a cittadini, e non col tumulto e colle armi[218]

I sindaci delle arti, commossi da questo discorso, ringraziarono il gonfaloniere, e gli promisero di occuparsi d'ora innanzi del ristabilimento della pace in città. D'altra parte la signoria nominò una commissione per lavorare con loro intorno alle riforme, che si trovasse ancora conveniente di fare[219].

Ma le precedenti sedizioni avevano procurati altri nemici alla repubblica; le più basse classi della società erano state poste in movimento da Salvestro de' Medici e da altri demagoghi. Trovavansi allora in Firenze certe persone, che un lavoro meccanico, che la miseria e la privata dipendenza, rendevano incapaci di liberali sentimenti, che non potevano deliberare senza essere quasi ubbriache, nè agire in corpo senza furore; che sotto il nome di libertà non avevano cercato nell'esercizio, di un potere pel quale non erano fatte, che l'occasione d'arricchirsi col saccheggio e colle rapine. Venivano queste indicate col nome di Ciompi, vocabolo francese sfigurato[220], che loro era rimasto fino dai tempi della tirannide del duca di Atene. Appartenevano quasi tutte ai mestieri che non avevano esistenza politica, ed erano sotto la dipendenza dell'arte della lana.

Quando i Ciompi videro che le turbolenze stavano per aver fine, ed ebbero di più avviso che la signoria faceva venire un nuovo bargello da città di Castello, temettero che si pensasse a punire i delitti che avevano commessi in tempo della sedizione, e che coloro che gli avevano segretamente eccitati, vergognandosi di così colpevole alleanza, non gli abbandonassero in seguito pubblicamente. Adunaronsi adunque in un luogo detto il Ronco fuori di porta romana[221]. Colà il più ardito di loro si fece così a parlare. «I governi, disse costui, mai non puniscono che i piccoli falli, mentre i grandi colpevoli sono quasi sempre ricompensati. Quando molti soffrono, poche persone pensano a vendicarsi, perchè si soffrono con maggiore pazienza le ingiurie universali, che non le particolari[222]. Cerchiamo adunque col saccheggio e con nuovi attentati di acquistare perdono. Nella presente nostra situazione la prudenza medesima ci ordina di essere audaci, poichè non si esce mai di pericolo che per una pericolosa strada.»

Un Simoncino Buggigatti, un Pagolo della Bodda, un Lorenzo Riccomanni persuasero tutti i Ciompi colle loro esortazioni a giurare d'ajutarsi vicendevolmente e di difendersi. Tutti promisero di prendere le armi tostocchè sapessero che si volesse castigare un solo di loro a cagione de' passati tumulti[223]. Tutti si obbligarono in appresso a cominciare essi medesimi l'attacco per rendersi padroni dello stato. Dopo molte segrete adunanze, risolsero di armarsi la mattina del 21 di luglio, e di riunirsi in quattro piazze d'armi, in separati quartieri[224].