La vigilia del giorno destinato all'esecuzione di questa trama, la signoria ebbe avviso de' movimenti che si dava Simoncino Buggigatti e lo fece sostenere. Seppe dalla sua volontaria confessione press'a poco tutto quanto gli premeva di sapere, e sarebbe stata in tempo di prendere le convenienti misure per difendersi; ma perchè aveva adunati i sindaci delle arti, il collegio e gli otto della guerra, alcuno propose di porre alla tortura Simoncino, onde ottenere, se possibile fosse, più estese particolarità. L'uso della tortura era stato adottato da tutti i tribunali italiani col rimanente della giurisprudenza romana[225]; ma non mai forse quest'assurda ed atroce pratica era stata più perniciosa a veruno stato quanto lo fu in allora ai Fiorentini. Dietro la deposizione del Buggigatti eransi di già arrestati due de' suoi complici, quando gli fu dato il tratto nella corte del palazzo del capitano del popolo. La notte era inoltrata, pure un oriuolajo stava ancora lavorando intorno all'orologio della torre del palazzo. Di là vedeva distintamente la corte del capitano illuminata dalle fiaccole de' carnefici. Quest'operajo conobbe Simoncino alla tortura, ed avvisando che la trama, cui aveva parte ancora egli, sarebbe svelata, si affrettò di portarsi a casa sua e chiamò alle armi i suoi vicini del quartiere di san Friano. «Armatevi, sgraziati, disse loro, la signoria fa giustizia, e voi tutti sarete uccisi se non vi difendete[226].»
Allo spuntare del giorno il 21 luglio tutta la città trovavasi armata ed i priori non avevano sotto i loro ordini che ottanta cavalli; avevano bensì ordinato ai gonfalonieri di portarsi sulla pubblica piazza colle loro compagnie di milizie, ma ognuna di queste compagnie aveva voluto custodire il proprio quartiere onde salvarlo dall'incendio e dal saccheggio, di modo che di sedici gonfalonieri, due soli si presentarono avanti al palazzo; e questi ancora si ritirarono subito, quando si videro abbandonati dai loro colleghi[227].
Mentre questi uscivano dalla piazza gl'insorgenti, che si erano adunati a san Piero Maggiore, vi entrarono e chiesero i loro prigionieri. Quando videro che si tardava a renderli, bruciarono la casa del gonfaloniere, Luigi Guicciardini. I priori diedero allora la libertà ai tre uomini che avevano fatto sostenere, e perchè gl'insorgenti non si separavano, mandarono tre deputati per trattare con loro[228]. Quando questi deputati scesero nella piazza, gli arcieri del palazzo cessarono di tirare per non ferirli, e questo istante di sospensione permise agl'insorgenti d'impadronirsi del gonfalone di giustizia, che stava sospeso alle finestre dell'esecutore. Questo venerato stendardo venne dai faziosi portato in tutti i luoghi in cui esercitarono i loro furori. Essi passavano di casa in casa per darle al sacco ed al fuoco, spesse volte indotti a ruinare una famiglia dietro l'accusa d'un solo privato nemico. Tutto il giorno si passò in tal maniera; ben tosto i faziosi vollero mostrare un disinteresse, che pareva incompatibile con questo spaventevole disordine. Ordinarono che tutti gli effetti preziosi, di coloro ch'essi dichiaravano sospetti, fossero bruciati colle case che li contenevano, e punirono come colpevoli di furto coloro che tentavano di sottrarre alcuna cosa all'incendio[229].
In sull'ora dei vesperi, s'avvisò il popolaccio d'armare cavaliere Salvestro de' Medici, e dopo di lui Tommaso Strozzi e Benedetto Alberti. Ben tosto altri e poi altri ancora vennero rivestiti della medesima dignità, ed in quella sola notte il popolo ne armò sessantaquattro. I principali cittadini ricevevano tremando quest'onore; se lo avessero ricusato, arrischiavano d'essere uccisi all'istante[230]. Si videro allora alcuni uomini, tra i quali Luigi Guicciardini, cui era stata bruciata la casa quella mattina, essere armati cavalieri la sera dallo stesso popolaccio[231].
All'indomani, 22 luglio, gl'insorgenti attaccarono e presero a viva forza il palazzo del podestà. Fecero in appresso giugnere alla signoria, che si era afforzata nel palazzo pubblico, le condizioni, che volevano da lei ottenere. Chiedevano tra le altre cose che l'arte della lana non nominasse più un giudice straniero; che venissero create tre nuove corporazioni pei mestieri, che più non volevano essere subordinati alle antiche arti; che in avvenire due dei priori si tirassero sempre dalle arti nuove, tre dalle quattordici minori, e tre dalle maggiori; per ultimo che venissero accordate grazie pecuniarie a coloro che il popolo aveva creati cavalieri, per formare un'entrata conveniente al nuovo loro stato. Volevano ancora che si cancellassero i nomi dei loro amici dalle liste degli ammoniti; che si confinassero i loro nemici, o che venissero posti nel numero de' magnati; che fosse sospesa per due anni la procedura di ogni debito minore di cinquanta ducati; che si escludessero per dieci anni dal governo tutti coloro le di cui case erano state bruciate; ed andavano continuamente facendo nuove inchieste, egualmente sovversive dell'ordine e della costituzione[232]. Ma quando il popolo minuto comincia a dettare le sue volontà, non avvi più forza nella nazione che vaglia a resistere. Tra i cittadini interessati nel mantenimento dell'ordine, gli uni cercavano a difendersi nelle proprie case, altri seguivano il popolaccio, cercando di moderarne il furore. In verun luogo una forza nazionale opponevasi alla forza, che distruggeva la nazione. I priori, assediati in palazzo, vedendo che niuno veniva in loro ajuto, si fecero a deliberare intorno alle domande de' Ciompi; le approvarono, e fecero poi suonare le campane per adunare il consiglio del popolo. I consiglieri riunironsi in palazzo, e le proposizioni dei Ciompi furono ammesse senza contraddizione.
Il consiglio del comune, che doveva dare forza di leggi a queste deliberazioni, non potev'essere adunato lo stesso giorno che quello del popolo. Intanto la plebaglia pareva che s'andasse calmando, e faceva sperare che deporrebbe le armi, purchè la signoria rinviasse i soldati che aveva chiamati in suo soccorso, e che si erano avanzati fino a Poggio a Cajano, e purchè le chiavi delle porte si consegnassero ai sindaci delle arti[233].
Ma all'indomani, quando il consiglio del comune era di già adunato, il popolo occupò la piazza, facendola risuonare colle sue grida per ispaventare in tal modo i consiglieri, e persuaderli a fare sollecitamente quanto chiedevano i Ciompi. Queste minacce non erano punto necessarie, perchè i consiglieri erano in modo atterriti che non avrebbero frapposto un solo istante. Non pertanto Guerriante Marignolli, uno de' priori, scese, sotto colore di assicurarsi che la porta fosse ben chiusa, e fuggì vilmente per sottrarsi ai pericoli, cui erano esposti i suoi colleghi. Mentre egli cercava modo di ridursi a casa, fu dal popolo riconosciuto, il quale prese a dire schiamazzando, che tutti i priori dovevano imitarlo, discendere nella piazza ed abdicare il governo. Ben tosto Tommaso Strozzi venne introdotto in palazzo, onde partecipare, per parte del popolo e delle arti, lo stesso ordine alla signoria[234]. Invano i priori cercarono di trattare col mezzo di Tommaso Strozzi e di Benedetto Alberti, che pareva avessero ambidue grandissima influenza sul popolo. Venne loro risposto, che se i priori non si ritiravano, sarebbe posto il fuoco alla città ed ai loro palazzi, ed uccise le loro spose e i figli. Gli otto della guerra, i collegi, i consiglieri del comune gli esortavano tutti a partire per salvare la città dal maggiore infortunio. Due de' priori Alamanno Acciajuoli e Niccolò del Nero dichiararono, che quando ancora non potessero ritenere i loro colleghi, essi non deporrebbero l'autorità, che la patria loro aveva confidata, prima che spirasse la carica loro; ma il gonfaloniere più timido, cui di già era stata bruciata la casa, e che credeva di vedere ben tosto i suoi figliuoli uccisi, raccomandossi a Tommaso Strozzi che lo fece uscire, e dietro lui, uno appresso l'altro, fuggirono pure i priori, onde, trovandosi soli, Acciajuoli e del Nero si scoraggiarono, e consegnarono le chiavi del palazzo al prevosto delle arti, che le ricevette a nome del popolo[235].