Era l'imperatore chiamato in questa provincia dalle preghiere dei Lucchesi, che, oppressi dai Pisani da loro detestati, avevano a Carlo IV consacrato l'affetto ed il rispetto loro fino dal tempo in cui questo monarca, in allora principe di Boemia, governava Lucca a nome di suo padre il re Giovanni[34]. Molti Guelfi di questa città, forzati ad emigrare, avevano acquistate grandi ricchezze commerciando in Francia, ed offrivano all'imperatore di pagargli al più alto prezzo la libertà della loro patria.
Giovanni Agnello, signore di Pisa, trattava dal canto suo con Carlo IV, da cui desiderava la conferma dell'usurpato titolo di doge; ma lo vedeva con rincrescimento avvicinarsi alla testa di mille duecento corazzieri, e già s'accorgeva che la speranza di vicina rivoluzione rendeva arditi i malcontenti, e facevagli trovare opposizione perfino nel proprio consiglio. Ottenne da Carlo la promessa di essere nominato vicario imperiale di Pisa, e di vedere raffermata in tal modo la sua autorità; a questo prezzo acconsentì di rinunciare alla più importante conquista che avesse mai fatta la repubblica di Pisa, e per difesa della quale le nemiche fazioni eransi più d'una volta riconciliate. Il 23 agosto del 1368 consegnò Lucca a Marcovaldo, vescovo d'Augusta, che ne prese possesso a nome dell'imperatore. Questa città era stata suddita dei Pisani fino dal 6 luglio 1342[35].
Carlo IV entrò in Lucca il 5 di settembre. A breve distanza da questa città aveva incontrato Giovanni Agnello, e l'aveva armato cavaliere; onore che il signore di Pisa rese subito a due suoi nipoti e ad altri suoi compatriotti. Il monarca, il doge ed i nuovi cavalieri, entrati in Lucca, salirono sopra palchi innalzati nella piazza di san Michele, ove Agnello doveva essere dichiarato vicario imperiale in presenza del popolo; ma tutto ad un tratto il palco, su cui egli trovavasi, crollò sotto il peso di coloro che vi erano saliti; molti rimasero morti, ed Agnello si ruppe una coscia. Il tiranno obbligato a letto più non poteva farsi temere, onde gli amici della libertà presero tosto a Pisa le armi sotto la condotta di Pietro d'Albizzo di Vico, facendo eccheggiare tutte le strade delle grida di viva l'imperatore e morte al doge. All'istante forzarono la guardia ducale, saccheggiarono il palazzo del conservatore, ed elessero nuovi anziani per governare la repubblica secondo le antiche leggi. Alla notizia di questa rivoluzione tutti gli esiliati rientrarono in Pisa, tranne Pietro Gambacorti; mentre Agnello, ritenuto a letto in Lucca, risolse all'indomani di spogliarsi di tutti i diritti che poteva avere alla signoria, dopo averla conservata poco più di quattro anni[36].
Carlo IV non si affrettava punto di rendere a Lucca la libertà, risguardando questa città quale residenza sicura e comoda per tener vivi i suoi maneggi nelle repubbliche toscane, acquistarvi nuovi diritti, e per lo meno scroccarne assai danaro: in breve una rivoluzione che il suo avvicinamento aveva fatta scoppiare in Siena, gli offrì l'occasione, che andava cercando, di vendere la sua protezione.
Quando l'imperatore, tredici anni prima, erasi recato a Siena, un movimento popolare da lui spalleggiato, aveva esclusa dal governo l'oligarchia dominante. Dopo tale epoca i ricchi mercanti, che formavano questa oligarchia, erano stati dichiarati, come la nobiltà, incapaci di aver parte al governo popolare. Di loro e delle loro famiglie erasi formato nello stato un ordine separato, che dicevasi il monte dei nove, a motivo della suprema magistratura che aveva occupato, e ch'era stata abolita nell'atto che ne era stato spogliato. Ma i borghesi di uno stato alquanto inferiore, che, dopo i nove, erano pervenuti alla nuova magistratura dei dodici, avevano camminato così esattamente dietro le orme de' loro predecessori, che si erano egualmente usurpata tutt'intera la suprema autorità; onde il monte dei dodici, da loro formato, non era meno odioso al popolo che quello dei nove.
I dodici, temendo principalmente l'odio della nobiltà, cercarono di far rinascere le antiche sue contese per indebolirla. Le due illustri famiglie de' Tolomei e de' Salimbeni erano sempre state a Siena i capi delle parti guelfa e ghibellina. Finsero i dodici d'essere divisi nelle stesse fazioni, ed eccitarono le due famiglie a dar mano alle armi l'una contro l'altra, promettendo a ciascuna di favoreggiarla: ma i nobili, il di cui odio ereditario erasi quasi spento sotto le persecuzioni sostenute in comune, si manifestarono i mutui soccorsi loro promessi dai magistrati; onde vergognandosi d'avere sparso il proprio sangue per soddisfare alla segreta gelosia de' plebei, convennero di vendicarsene praticando i medesimi modi adoperati con loro. Finsero un accrescimento di odio gli uni contro degli altri, fecero venire dai proprj poderi i loro vassalli, ed adunarono soldati nelle loro case senza che i dodici si opponessero a questi apparecchi, che credevano destinati alla vicendevole distruzione dei nobili. Frattanto questi si erano guadagnati tutti i capi del monte dei nove e molti plebei malcontenti, ed avevano riuniti in città ottomila uomini sotto le insegne delle due armate guelfa e ghibellina. Tutt'ad un tratto le due armate si unirono il 2 settembre del 1368, ed i loro capi chiesero alla signoria il possesso del palazzo e di tutti i luoghi forti. I dodici sorpresi da così subito avvenimento non ebbero pur tempo d'impugnare le armi per difendersi; onde ritiraronsi nelle loro case, e rinunciarono al governo che avevano tenuto tredici anni[37].
I nobili, padroni della repubblica, dichiararono di volere ristabilire a Siena il governo consolare, sotto il quale questa città aveva fiorito nel dodicesimo secolo. Nell'ordine dei nobili distinguevansi cinque famiglie d'una rimota antichità, i Tolomei, i Salimbeni, i Piccolomini, i Saracini, i Malavolti. Cinque consoli furono scelti in cinque illustri famiglie, altri cinque nel rimanente della nobiltà e tre nell'ordine dei nove, che furono di bel nuovo messi a parte del governo[38].
Ma il popolo, ch'era stato lungo tempo in possesso delle magistrature, non poteva pazientemente soffrire di esserne escluso, e nell'agitamento d'una fresca rivoluzione, ogni parte ricorse all'imperatore e lo scelse arbitro. Carlo accettò con piacere le funzioni di mediatore, promise a tutti la sua protezione, ma si assicurò specialmente dei Salimbeni, di già disposti a separarsi dal loro ordine, e fece all'istante partire con ottocento cavalli Malatesta Ungaro, uno de' signori di Rimini, che nominò vicario imperiale a Siena.
I nobili non volevano aprire le porte a questa piccola armata prima di vedere sanzionati i loro diritti con un trattato, ma il monte dei dodici ed il popolo erano più desiderosi di affidarsi all'imperatore, perchè avevano meno da perdere. Niccola Salimbeni, uno de' consoli, tradì i suoi colleghi per unirsi al popolo, ed il 24 di settembre fece entrare Malatesta Ungaro per la porta che gli era stata affidata. La nobiltà, sebbene sorpresa, si difese nelle strade, e soltanto dopo essere stata superata in più di dieci zuffe sostenute di posto in posto, uscì finalmente di città e si ritirò ne' suoi castelli[39].