I Sienesi avevano valorosamente combattuto per difesa della loro libertà, nell'istante in cui avevano conosciuto il tradimento dei loro ospiti; ma malgrado questa momentanea unione, le fazioni in cui erano divisi non eransi riconciliate; ed appena l'imperatore fu partito, il 25 gennajo, che l'anarchia parve raddoppiarsi. I nobili esiliati facevano la guerra alla repubblica; i dodici ed i Salimbeni eransi resi esosi colla loro associazione ai nemici dello stato; i nove ed i riformatori sforzavansi invano di riconciliare le troppo accanite parti le une contro le altre. La guerra si prolungò parte della seguente state tra la città e le campagne, e non si terminò che il 30 giugno per l'intromissione dei Fiorentini, domandata dalle opposte parti. I nobili furono richiamati in città, rimessi ne' loro diritti, e dichiarati capaci di tutte le magistrature, tranne la signoria. Gli altri ordini continuarono a dividere gli ufficj superiori in una proporzione determinata dalle leggi[49].

L'imperatore, partendo da Siena, aveva da prima avuto intenzione di passare a Pisa; ma informato che questa città trovavasi sotto le armi, temette di trovarsi esposto ad una sedizione somigliante a quella da cui erasi appena sottratto, ed andò direttamente a Lucca, tenendo la strada di Vico Pisano.

I Pisani, dopo avere rovesciato il governo d'Agnello, erano stati sbattuti alcun tempo da diverse fazioni, e l'anarchia gli avrebbe forse ricacciati ben tosto nella servitù, se i più virtuosi cittadini, d'accordo coi gentiluomini, non si fossero uniti per mantenere colle armi in mano la quiete e la libertà. Questa lega, che prese il nome di compagnia di san Michele, ben tosto si vide composta di quattro mila combattenti, e si assunse l'impegno di rimanersi neutrale tra i Bergolini ed i Raspanti. Tostocchè, in grazia del vigore dimostrato dalla compagnia di san Michele, l'ordine fu in Pisa ristabilito, si alzò contro i Raspanti un grido, che fino allora era stato compresso dal timore. La ruina del commercio, la guerra coi Fiorentini, l'accrescimento delle imposizioni, la tirannide di Giovanni Agnello, e la perdita di Lucca, erano state le fatali conseguenze della loro amministrazione. Se la repubblica loro perdonava tanti errori, quali erano dunque quelli che essa ostinavasi a voler punire in Pietro Gambacorta, i di cui parenti erano periti, tredici anni prima, vittime di un'ingiusta sentenza, e di cui lo stesso imperatore aveva riconosciuta l'innocenza, poichè aveva di nuovo accordato il suo favore a quest'illustre esule. In fatti Carlo IV aveva promessa la sua protezione a Pietro, che aveva incontrato a Calcinaja, ed accettatone il dono di dieci mila fiorini[50].

Dietro le istanze dei due capi della compagnia di san Michele venne annullata la sentenza contro i Gambacorti, e Pietro fu richiamato co' suoi figliuoli in seno alla patria. Questi rientrarono il 24 febbrajo portando in mano rami d'ulivo, mentre i loro concittadini facevano eccheggiare le strade con grida di gioja, e le campane della città suonavano in rendimento di grazie. Pietro Gambacorti, giunto alla cattedrale, fece a nome di tutti gli emigrati la sua offerta ai piedi dell'altare maggiore. Giurò in appresso di mantenere lo stato popolare, di vivere da buon cittadino fra i suoi eguali, e di scordare e perdonare le antiche ingiurie[51].

Ma tutti i Bergolini non avevano per anco rinunciato al loro antico odio. Due giorni dopo Pasqua molti di loro presero le armi, ed attaccarono le case dei Raspanti, che volevano bruciare. Gran parte della città andava forse ad essere distrutta, se Pietro Gambacorti non veniva a difendere i suoi nemici, rispingendo gl'incendiarj. Io ho ben perdonato, loro diceva, io, i di cui congiunti perirono sul palco; con quale diritto ricuserete voi altri di perdonare? Gambacorti effettivamente fermò i combattenti, ma non impedì il cambiamento del governo. La parte de' Raspanti venne esclusa dall'amministrazione, tutte le cariche furono date ai Bergolini, e la compagnia di san Michele si sciolse di consentimento de' suoi capi[52].

Trovavasi per altro ancora in mano dei Raspanti una porta fortificata, quella ai Lioni, che i partigiani di Giovanni Agnello non avevano mai lasciata. Altri Raspanti eransi adunati a Lucca presso di Carlo IV, e cercavano di far sentire all'imperatore la facilità di occupare Pisa per mezzo di questa porta. Carlo, strascinato dai loro consigli, fece imprigionare dodici ambasciatori che gli aveva spediti la repubblica, tra i quali contavansi i più distinti uomini dello stato, Pietro d'Albizzo di Vico, Gualandi di Castagneto, e Manfredo Buzzacherino dei Sismondi. L'imperatore, tenendoli come ostaggi, si applaudiva d'averli tolti ai consigli della repubblica. Nello stesso tempo fece avanzare il suo grande maniscalco con tutta la sua cavalleria verso Porta ai Lioni. Ma mentre i Tedeschi entrano in città, i Pisani, chiamati dalla campana d'allarme a difendere la patria, alzano palafitte in faccia alla porta occupata dai nemici. Tutte le panche della cattedrale, ch'era vicina, furono all'istante portate in istrada per formarne un nuovo riparo d'insolita forma, mentre gli arceri salivano sul battistero per combattere da quell'elevato luogo i nemici che occupavano la muraglia della porta. Un ingegnere pisano aveva tagliata astutamente la corda che doveva alzare il ponte levatojo della porta; onde i Tedeschi perdettero molto tempo prima di poter entrare in città, ed incominciare l'attacco[53]. Quando ebbero vinto questo primo ostacolo, ne trovarono un altro maggiore nella ostinata resistenza de' Pisani. Le donne frammischiavansi ai combattenti per incoraggiarli, somministrando loro pietre e dardi. Dopo un'accanita zuffa i Tedeschi si ritirarono, ed il cancelliere dell'imperatore domandò di parlare segretamente cogli anziani. Si suppose che in questa conferenza avesse ricevuto un ragguardevole dono, poichè si osservò, che appena terminata, fece ritirare tutte le sue truppe. Quaranta fanti, che aveva lasciati per guardia alla porta ai Lioni, furono subito forzati ad arrendersi, e le opere interne che formavano di questa porta una specie di fortezza, furono dal popolo spianate[54].

L'imperatore, dopo le rotte avute a Siena ed a Pisa, più non pensava che ad estorcere danaro dalle città toscane, ed a partire alla volta della Boemia. Mandò la sua cavalleria a guastare il territorio de' Pisani, per ridurli così ad un trattato; e nello stesso tempo cercò pure d'inquietare i Fiorentini riclamando certi diritti dell'impero da lungo tempo andati in desuetudine. Permise in oltre al patriarca d'Aquilea, suo fratello naturale, di partire da Lucca alla testa di un corpo di cavalleria, per guastare la Val d'Elsa ed il territorio fiorentino fino a Montespertoli[55]. La signoria impaziente di sbarazzarsi di un dannoso vicino, acconsentì di pagare a Carlo cinquanta mila fiorini, per farlo rinunciare ad ogni diritto sulle terre dell'impero ch'ella aveva riunite al suo territorio. Ella fece ancora per una eguale somma la pace dei Pisani; e Carlo IV a tale prezzo riconobbe la città di Pisa per fedele all'impero; la raffermò nel godimento della sua libertà, e dichiarò questo privilegio inalienabile, di modo che l'autorità d'un solo mai non potesse rimpiazzare quella degli anziani e del popolo[56].

I trattati che l'imperatore aveva intavolati a Lucca, erano a lui ben più vantaggiosi, e non pertanto egli otteneva dai Lucchesi la più viva riconoscenza per grazie che loro vendeva a peso d'oro. Il 6 aprile in una solenne adunanza dei più potenti signori tedeschi ed italiani dichiarò la città di Lucca libera ed indipendente dai Pisani, e due giorni dopo ratificò tale dichiarazione con una carta, sotto la bolla d'oro, che consegnò ai dieci anziani[57]. Il popolo di Lucca accolse questo favore con trasporti di gioja, protestò eterna riconoscenza a Carlo IV, mentre l'avaro monarca gli chiedeva duecento mila fiorini pel riscatto della sua libertà. La città, ruinata da lunghe guerre e dall'oppressivo dominio di molti tiranni, non era in istato di sborsare immediatamente così enorme somma, onde Carlo IV, pendente il pagamento, consegnò in pegno la città di Lucca al cardinale Gui di Monforte, che a nome del papa aveva anticipati cinquanta mila fiorini all'imperatore[58]. Lucca, che altro ancora non aveva fatto che cambiare padrone, andava a rischio d'essere venduta al papa, malgrado quella pergamena, che rendevale la libertà. Ma i Lucchesi mostravano tanta gioja, tanto amore e riconoscenza verso l'imperatore, che questi si compiacque di dare ancora maggiore solennità ai privilegi che accordava alla loro repubblica. Il 6 giugno fece adunare il popolo sulla piazza di san Michele, ed in un discorso pomposo confermò il dono fattogli della libertà[59]. Un mese dopo accordò una nuova bolla, con cui dichiarava, che tutta la Val di Nievole doveva rimanere in proprietà della repubblica di Lucca[60]. Frattanto questa provincia, di cui i Fiorentini avevano terminata la conquista nel 1338, era sempre rimasta sotto il loro dominio, nè mai più in appresso venne loro tolta. Carlo IV non pensò pure ad inimicarsi i Fiorentini per riconquistarla, ed i Lucchesi non cercarono mai di rivendicarne il possedimento.

Le nuove grazie di Carlo costavano ai Lucchesi nuovi regali, e gli obbligavano a dare nuove feste; onde l'acquisto della loro libertà non fu compiuto che col prezzo di trecento mila fiorini[61]. Per quanti sforzi facessero i Lucchesi, non giunsero a pagare l'intera somma avanti la partenza dell'imperatore. Questi lasciò la città il 5 luglio e s'avviò per Pescia, Pistoja e Bologna alla volta della Germania. Egli si valse dei tesori acquistati con tanta vergogna per ornare Praga, sua capitale, di sontuosi edificj; ed il magnifico ponte da lui fabbricato sulla Moldava è un insigne monumento della dignità imperiale prostituita in Italia.