I Lucchesi rimasero ancora per lo spazio di un anno sotto l'autorità del cardinale di Monforte; poco mancò che non cadessero in potere di Barnabò Visconti, che cercava ora di sorprendere la città, ora di comperarla dal legato[62]. Finalmente riuscirono, col soccorso de' loro amici, a riunire il danaro necessario per liberarsi dal Monforte. I Fiorentini prestarono loro venticinque mila fiorini, Francesco di Carrara quindici mila, quindici mila il marchese d'Este, e cinquanta mila papa Urbano V[63]; onde in aprile del 1370 il cardinale di Monforte, dopo avere ricevuto tutto quanto gli si doveva, partì da Lucca per tornare in Francia, restituendo agli abitanti le chiavi delle porte della città e della fortezza[64].
Per tal modo la repubblica di Lucca riebbe la sua libertà dopo esserne rimasta priva dal 14 giugno 1314, giorno in cui una dissensione nel partito guelfo aveva fatti trionfare i Ghibellini, ed aperta la città ad Uguccione della Fagiuola[65].
In cinquantasei anni di servitù sotto diversi padroni, ma tutti egualmente oppressivi, Lucca aveva perduta la sua popolazione, le sue ricchezze, le manifatture, il commercio, oltre un'importante provincia per così piccolo stato, la Val di Nievole. Ma i suoi cittadini, sottrattisi in piccolo numero al ferro de' nemici, esiliati e dispersi in lontani paesi, o incatenati nella stessa loro patria dalla povertà, non avevano perduto ciò che forma la vita delle nazioni, ciò che può dopo un lungo intervallo rinnovare la loro esistenza, l'amore ardente della libertà. Essi non si avvezzarono giammai alla servitù, nè si risguardarono mai come diventati proprietà de' loro padroni; e sebbene nati in servitù, si sentirono degni della libertà perchè i loro antenati l'avevano posseduta. Essi non lasciaronsi avvilire dalle difficoltà, e ricorsero a vicenda, senza perdere il coraggio, alle armi ed ai trattati; associarono la sorte loro a quella d'un monarca, ch'essi sforzarono a meritarsi quella riconoscenza, che anticipatamente gli prodigavano; tante prove gli diedero d'affetto e di attaccamento, che terminarono col far credere al più avaro ed al più egoista di tutti gli uomini, ch'egli ancora gli amava; e nella miseria loro trovarono immensi tesori per acquistare da lui il più prezioso di tutti i beni.
Le antiche leggi di Lucca erano andate in dissuetudine; la repubblica ne adottò di nuove press'a poco simili a quelle di Fiorenza. La città, prima divisa in cinque porte o quartieri, venne allora distribuita in tre tribù, che presero il nome di san Paolino, san Salvatore e san Martino. La signoria fu composta d'un gonfaloniere e di dieci anziani, che rinnovavansi ogni due mesi. Come in Firenze, si faceva l'elezione per ventiquattro o trenta signorie successive, e la sorte determinava in seguito ogni due mesi l'ingresso in carica dei nuovi magistrati. Un collegio di trentasei buoni uomini, che rimanevano sei mesi in carica, doveva formare il privato consiglio della signoria. Un consiglio generale di cento ottanta membri, eletti ogni anno il 15 di marzo, riuniva tutti gli altri poteri dello stato[66]. Finalmente i nobili rimanevano, come a Firenze, esclusi da tutti i principali impieghi[67].
La cittadella che Castruccio aveva fabbricata, ed intitolata Augusta, o Gosta, sembrava ai Lucchesi un monumento della passata loro servitù, ed un pericoloso strumento di tirannide per venturi ambiziosi, e la spianarono interamente[68]; e perchè l'antico palazzo della signoria, posto sulla piazza di san Michele, sembrava loro meschino per le speranze che riponevano nell'avvenire, fondarono sulle ruine della distrutta fortezza un nuovo palazzo d'una imponente architettura, che fino ai giorni nostri è stato la residenza del governo[69].
Finalmente la signoria in memoria del beneficio dell'imperatore, istituì, pel riacquisto della libertà, una festa che fu celebrata finchè la repubblica ha esistito con una pompa degna di così grande avvenimento[70]; e volle che il fiorino d'oro, che sarebbe coniato nella sua zecca, portasse, finchè i Lucchesi si conserverebbero liberi, l'effigie di Carlo IV[71].
CAPITOLO XLIX.
Intraprese di Barnabò sopra la Toscana. — Gregorio XI attacca i Visconti; tenta di sorprendere la repubblica di Firenze sua alleata; i Fiorentini dichiarano la guerra al papa, e fanno ribellare tutte le città dello stato ecclesiastico.
1369 = 1378.