Se papa Urbano V, riconducendo la corte pontificia a Roma, non cercò che la gloria della santa sede, dovette, non v'ha dubbio, chiamarsi contento della presa risoluzione. Veruno de' suoi predecessori ebbe un regno più brillante; niuno era stato accolto dai popoli con maggiori dimostrazioni d'affetto, nè aveva ridotti più grandi monarchi ad umiliarsi ai suoi piedi. Urbano V vide nello stesso anno gl'imperatori dell'Occidente e dell'Oriente, prostrati innanzi al trono di san Pietro, mostrare al rappresentante degli Apostoli un rispetto ed un'ubbidienza che i loro predecessori erano ben lontani dall'accordargli. Vero è che Carlo IV non aveva ereditato colla corona dei due Federici la loro fierezza o il loro coraggio, e che Giovanni Paleologo, il successore di Teodosio o di Costantino, si vedeva privo di tutta la loro possanza.
Giovanni Paleologo, oppresso dalle armate di Amurat, aveva perduto Adrianopoli e la Romania, e, rinserrato nella sua capitale, temeva ogni giorno d'esserne scacciato, quando risolse di venire ad implorare contro i Turchi i soccorsi degli Occidentali. Abbjurò per la seconda volta lo scisma de' Greci[72]; fu ammesso a baciare i piedi al papa; condusse la di lui mula per la briglia come aveva fatto Carlo IV, e divise gli onori e le umiliazioni degl'imperatori d'Occidente. Ma niun altro frutto raccolse dal suo abbassamento, che inutili bolle e vane raccomandazioni[73]. Il re di Francia, sebbene eccitato in suo favore dal papa, non potè accordargli verun soccorso; e quando il Paleologo, senza danaro e senza soldati, partì alla volta de' suoi stati venne per debiti imprigionato a Venezia. Andronico, il maggiore de' suoi figliuoli, ricusò d'impiegare una parte delle pubbliche entrate per liberarlo, ed il secondogenito, Emmanuele, non lo rese libero che costituendosi prigioniero in sua vece[74].
Urbano V aveva ottenuti più importanti vantaggi che non sono quelli d'abbassare i due imperatori ai suoi piedi. Durante la sua dimora di tre anni a Roma, a Viterbo, e a Montefiascone, ottenne, ciò che non osava sperare, di ridurre sotto il suo dominio tutto il patrimonio di san Pietro. La sola repubblica di Perugia erasi conservata indipendente in mezzo ai feudatarj della chiesa; Urbano risolse di forzarla a sottomettersi, e dopo una resistenza alquanto lunga, in ultimo i Perugini riconobbero la suprema signoria del papa, e chiesero per i loro priori il titolo di vicarj della santa sede[75].
L'incostanza di Carlo IV aveva mandato a male il progetto, formato da Albornoz, d'umiliare la casa Visconti, e di disperdere le grandi compagnie, che ella proteggeva; ma l'imperatore non ebbe appen abbandonata l'Italia, che i Visconti, resi più orgogliosi dalla sua ritirata, si provocarono nuovi nemici. Essi forzarono finalmente i Fiorentini a dichiararsi contro di loro; ed il 31 ottobre del 1369 venne conchiusa contro i signori di Milano una lega ben più formidabile di quella che si era disciolta nel precedente anno, avendo in questa presa parte il papa, i Fiorentini, il marchese d'Este, il signore di Padova, Feltrino Gonzaga di Reggio, e le repubbliche di Bologna, di Pisa e di Lucca[76].
Lo stesso Carlo IV aveva gittato i semi di questa nuova guerra. Quando giunse in Toscana aveva approfittato di una rivoluzione scoppiata a Samminiato contro i Fiorentini, per prendere questa piccola città sotto la sua protezione, facendola occupare dai suoi corazzieri. Allorchè abbandonò la Toscana, avendo chiamata presso di sè la guarnigione che vi aveva posta, gli abitanti implorarono l'assistenza di Barnabò Visconti, il quale dichiarò subito che li proteggerebbe. Come vicario dell'impero intimò ai Fiorentini di lasciarli quieti, e fece avanzare Giovanni Acuto colla compagnia inglese in soccorso di Samminiato[77].
Era questa città assediata da Giovanni Malatacca, di Reggio di Calabria. Questo capitano de' Fiorentini sembrava in sul punto di ridurre Samminiato, quando la signoria, che desiderava di terminare prontamente la guerra, gli ordinò di dare battaglia all'Acuto, ch'erasi innoltrato fino a Cascina. Il generale fiorentino ubbidì di mal animo, e fu battuto e fatto prigioniero con molti de' suoi migliori ufficiali[78]. Fortunatamente aveva lasciato avanti a Samminiato Roberto, conte di Battifolle, con parte dell'armata. Questi, durante l'assenza del suo generale, guadagnò col danaro uno degli assediati, la di cui casa era appoggiata alle mura, e di concerto con lui vi praticò una breccia, per la quale introdusse le truppe fiorentine il 3 gennajo del 1370[79].
Il papa si felicitava di vedere finalmente i Fiorentini impegnati con lui nella guerra contro il Visconti. Allorchè era stata conchiusa la nuova alleanza aveva spediti due legati a Barnabò per portargli una bolla di scomunica; era questa il segno delle ostilità che in breve ricominciavano. Barnabò udì con apparente calma il messaggio di cui erano incaricati il cardinale di Belforte e l'abate di Farfa; li condusse poi fino sul ponte del naviglio in mezzo di Milano: «Scegliete (disse loro tutt'ad un tratto) se prima di lasciarmi volete mangiare o bevere;» e perchè i legati sorpresi non rispondevano; «non credete già (soggiunse con terribili bestemmie) che noi siamo per separarci senza che voi abbiate mangiato o bevuto, in modo che vi ricordiate poi sempre di me.» I legati guardarono all'intorno, e si videro circondati dalle guardie del tiranno e da un popolo nemico; osservarono il fiume sopra cui si trovavano, ed uno di loro rispose: «Io amo meglio mangiare che chiedere da bere ove trovasi tanta copia d'acqua.» «È bene, rispose Barnabò, ecco le bolle di scomunica che voi mi avete portate, voi non uscirete da questo ponte prima d'avere mangiata in mia presenza la pergamena su cui sono scritte, i suggelli di piombo che ne pendono, ed i legami di seta cui sono attaccati.» In vano i legati riclamarono contro la violazione del doppio loro carattere d'ambasciatori e di ecclesiastici, dovettero sottomettersi, ed eseguire l'ordine del tiranno sotto gli occhi delle sue guardie e di tutto il popolo[80].
Urbano V pensò meno a vendicarsi di tanta offesa che ad allontanarsi da un paese, ove trovavasi impegnato in una continua lotta. Egli regnava, gli è vero, in Italia, ma regnando sospirava il riposo e la sicurezza d'Avignone. Tutta la sua corte lo andava continuamente sollecitando a tornare in Provenza; la sua stessa coscienza gliene faceva un dovere, perchè suppose di potere riconciliare i re di Francia e d'Inghilterra, tra i quali era ricominciata la guerra. Tornò dunque per mare in Avignone nel settembre del 1370[81]; ma vi era da poco giunto quando cadde gravemente infermo, ed il 19 dicembre dello stesso anno morì compianto da tutta la cristianità. Molti fedeli in lui vedevano non solo un virtuoso pontefice, ed un buon sovrano, ma ancora un santo, dotato del dono dei miracoli[82].
I Fiorentini avevano mandato Manno Donati, uno de' loro compatriotti, a Bologna, con ottocento cavalli, per attaccare i Visconti in Lombardia; in pari tempo avevano chiamato Ridolfo di Varano, signore di Camerino, per comandare le truppe che opponevano in Toscana a Giovanni Acuto[83].