Questo generale di Barnabò, dopo avere fatto con infelice esito un tentativo sopra Lucca, erasi avvicinato a Pisa con Giovanni Agnello, il deposto doge, e coi Raspanti fuorusciti. Nella notte del 20 al 21 maggio ottanta de' suoi soldati, diedero la scalata alle mura, e sorpresero la prima guardia senza lasciarle tempo di dare l'allarme; ma un ufficiale dei Gambacorti scoprì gl'Inglesi, che salivano in silenzio sulle loro scale tinte di colore oscuro. Fece suonare campana a martello, ed i Pisani corsero alle armi con tanta celerità e coraggio, che rovesciarono nella fossa o fecero prigionieri i nemici, che di già occupavano la muraglia. Pietro Gambacorti, che si distinse in quest'occasione, fu da' suoi riconoscenti concittadini nominato capitano generale e difensore del comune, coll'autorità ch'ebbe altra volta il conte Fazio della Gherardesca. Dopo tale epoca il Gambacorti fu il capo costituzionale della repubblica[84].

Acuto dopo ciò condusse la sua armata nelle Maremme. Saccheggiò il castello di Livorno, e guastò parte del territorio pisano. I Fiorentini fecero avanzare contro di lui l'armata della lega, che avevano richiamata in Toscana per opporla a questo generale, e gli mandarono il guanto della sfida; ma egli non giudicò a proposito di accettarlo. Si ritirò da prima nella valle del Serchio, nello stato lucchese, indi prese la strada della Lombardia, passando per Pietra Santa e per Sarzana[85].

Verso lo stesso tempo un'altra armata di Barnabò, che assediava Reggio, fu obbligata a ritirarsi[86]. I confederati in tali circostanze ricevettero la notizia della morte d'Urbano V, per lo che risolsero di non ispinger più oltre i loro vantaggi, ma di dare orecchio alle proposizioni d'accomodamento che loro facevano i Visconti; la pace fu ben tosto conchiusa, e con questa venne mantenuto ognuno ne' possedimenti che aveva[87].

Questa breve guerra, non illustrata da veruna importante azione, ebbe non pertanto il vantaggio d'unire in una sola lega tre repubbliche lungo tempo rivali, Firenze, Pisa e Lucca. Il risultato della loro alleanza doveva essere quello di dare a Firenze la direzione di tutte le forze della Toscana; perciocchè questa città, superiore in potenza a tutte le altre, era in oltre la sola la di cui prosperità non fosse stata turbata negli ultimi anni; ella aveva date prove di saviezza e di energia; e le rivoluzioni de' vicini stati avevano fatto conoscere i talenti degli uomini che dirigevano i suoi consigli. Tra questi si distinguevano particolarmente Pietro degli Albizzi, Lapo da Castiglionchio e Carlo Strozzi. Tutti tre appartenevano alla fazione, che fino dal 1357 faceva servire l'autorità de' capitani del partito guelfo, e le procedure dell'ammonizione ad allontanare i loro avversarj dal governo. Uguccione dei Ricci, capo d'una famiglia gelosa degli Albizzi, e ben conosciuto per Guelfo, era stato l'inventore di queste parziali leggi. Credevansi gli Albizzi usciti da' Ghibellini d'Arezzo, ed i Ricci avevano pensato che potrebbero venire esclusi dagl'impieghi a cagione della loro origine. Ma le leggi di cui Uguccione aveva voluto valersi contro i suoi rivali, furono rivolte a danno de' suoi partigiani. Gli Albizzi (1371) avevano contratta alleanza coi Bondelmonti e coi capi dell'antica nobiltà; erano essi potenti presso i capitani di parte guelfa, e sebbene non osassero attaccare i Ricci essi medesimi, avevano di già fatti ammonire, o escludere dalle magistrature più di duecento dei loro amici, e procedevano con estremo ardore nel far nascere nuove accuse di ghibellinismo[88].

I Ricci avevano da principio tentato di ristrignere l'autorità de' capitani di parte, ma mutarono pratica quando videro i Guelfi acquistare maggior credito colla lega conchiusa col papa: allora cercarono ancor essi di guadagnare il favore della Chiesa, ed ottennero coi maneggi qualche influenza sopra i capitani di parte; allora si videro le procedure contro i Ghibellini, dirette a vicenda dagli Albizzi e dai Ricci, moltiplicarsi, e tenere tutta la repubblica inquieta ed agitata[89].

Durante tutto il 1371 la violenza delle due fazioni parve che andasse crescendo, e si poteva ragionevolmente temere che la contesa delle due famiglie facesse scoppiare una guerra civile. Ma vedendo il malcontento reso universale, la signoria vi rimediò. Permise ai cittadini che desideravano una riforma di adunarsi a san Pietro Scheraggio[90]. Dietro loro domanda convocò un consiglio di cinquecento richiesti per calmare l'agitazione della repubblica. In questo consiglio gli Albizzi ed i Ricci si accusarono a vicenda. Si rimproverò sopra tutto agli Albizzi d'essersi dato vanto, presso i signori di Ferrara e di Padova, della propria autorità sopra la loro patria, assicurando che non era minore di quella di questi principi ne' loro stati[91]. Il popolo irritato incaricò una balìa di cinquantasei membri di difendere la libertà di Firenze contro queste due ambiziose famiglie; e Pietro dei Ricci ed Uguccione degli Albizzi, cadauno con due de' loro parenti, vennero esclusi per cinque anni da tutte le magistrature, tranne quelle di parte guelfa[92]. Subito dopo quest'esclusione fu estesa a tutti i membri delle due famiglie, e la violenza delle fazioni rimase per qualche tempo sospesa[93].

I cardinali, adunati in Avignone, avevano intanto dato un successore ad Urbano V nella persona di Pietro Rogero, conte di Belforte, cardinale diacono di santa Maria nuova, e nipote di Clemente VI. Fu eletto l'ultimo giorno del 1370, e prese il nome di Gregorio XI[94].

Il nuovo papa ebbe presto motivo di lagnarsi dei Visconti. Feltrino Gonzaga, tiranno di Reggio, era uno degli alleati della Chiesa, come pure il marchese d'Este, signore di Modena e di Ferrara. Quest'ultimo non per tanto prese parte in una congiura tramata contro Feltrino, e fece avanzare verso Reggio una compagnia di mercenarj tedeschi, comandata da un fratello del conte Lando[95]. I nemici di Feltrino, d'accordo col marchese d'Este, aprirono Reggio ai Tedeschi, i quali, dopo avere saccheggiata la città coll'estrema barbarie, invece di consegnarla al marchese d'Este, la vendettero il 17 maggio 1371 a Barnabò Visconti per venticinque mila fiorini[96].

Barnabò, orgoglioso di tale acquisto, ricominciò la guerra contro gli alleati della Chiesa; assediò Bondeno nello stato di Ferrara, e minacciò Modena, mentre che suo fratello Galeazzo attaccava il marchese di Monferrato con uguale impeto e gli toglieva molte città. Gregorio XI rinnovò coi principi lombardi la lega, che il suo predecessore aveva formata contro i signori di Milano; egli avrebbe voluto che vi prendessero parte anche le città toscane; ma gli Albizzi, i più zelanti partigiani della Chiesa in Firenze, non avevano più parte nell'amministrazione; le relazioni di questa famiglia coi legati di Bologna e di Perugia eransi rese sospette, e temevasi che il papa non fosse entrato nelle trame contro la libertà fiorentina[97]. Le prime azioni di Gregorio XI avevano fatta conoscere la sua ambizione, e resa dubbiosa la sua lealtà. Il cardinale di Burgos, suo legato a Perugia, aveva approfittato di una sedizione, manifestatasi in questa città, per far esiliare i Raspanti, i più zelanti partigiani della libertà. Aveva in appresso gittati i fondamenti di una fortezza per ridurre la città in servitù, ed il suo successore, l'abate di Montmayeur, approfittando del cattivo raccolto, e della carestia che affliggeva Perugia, l'aveva spogliata di tutti i suoi privilegj, e costrettala a riconoscere l'assoluto potere del papa[98]. Credevasi che somiglianti progetti si fossero formati contro le repubbliche della Toscana; e Gregorio XI, che scriveva ai Sienesi per liberarsi da tale sospetto, non lo aveva punto dissipato[99].

Frattanto Gregorio XI aveva dichiarata la guerra ai Visconti in agosto del 1372. Aveva incaricato il conte Amedeo di Savoja di difendere il Monferrato, essendo morto il marchese Giovanni Paleologo in principio di quest'anno. Un'altra armata formavasi nel bolognese sotto gli ordini del marchese d'Este, alla quale i Fiorentini mandarono il contingente delle truppe, ch'eransi ne' precedenti trattati obbligati di somministrare al papa, poichè giusta il diritto pubblico di que' tempi, potevano farlo senza dichiarare la guerra ai signori di Milano. I Visconti ebbero l'imprudenza di licenziare in tali circostanze Giovanni Acuto, che trovavasi al loro soldo colla compagnia inglese. Questo capitano il più abile di quanti facevano in allora la guerra in Lombardia, passò al servigio del legato e de' confederati, e mutò la fortuna delle armi[100].