In principio del 1373, Barnabò spedì un corpo di tre mila cavalieri per guastare il territorio di Bologna. Quest'armata s'innoltrò fino a Cesena, ma nel suo ritorno venne sorpresa, mentre passava il Panaro, da Acuto, e rotta[101]. L'armata del papa penetrò subito dopo ne' territorj di Piacenza e di Pavia, ove tutti i Guelfi dei due stati aprirono i loro castelli a Pietro di Beziers, cardinale legato di Bologna. Questi s'avanzò in seguito fin presso Brescia, col conte di Savoja, sperando di approfittare delle intelligenze che aveva in questa città ed in Bergamo. Giovanni Galeazzo, per impedire che scoppiasse qualche congiura, si portò sul fiume Chiesa contro le truppe del papa; ma fu attaccato da Acuto l'otto maggio del 1373, e dopo un'ostinata battaglia rotto e fatti prigionieri quasi tutti i suoi capitani[102]. Dopo tale rotta i Guelfi degli stati de' Visconti si ribellarono da ogni banda. Barnabò incaricò suo figliuolo naturale Ambrogio di ridurre al dovere quelli delle Valli del Bergamasco; ma i contadini della Val san Martino sorpresero Ambrogio il 17 agosto, lo uccisero, e dispersero la sua armata[103].
Nel susseguente anno gli affari dei Visconti non procedevano con migliore fortuna; la città di Vercelli cadde in mano de' confederati, e gli stati di Parma e di Piacenza furono guastati dal marchese d'Este. Per altro la guerra non facevasi vigorosamente, perchè le inondazioni, e dopo la peste la carestia travagliarono la Lombardia[104]. Per procurarsi un poco di riposo in mezzo a tante calamità, il papa ed i Visconti, egualmente spossati dagli sforzi che fatti avevano, conchiusero il 6 giugno del 1374 una tregua d'un anno, durante il quale speravano di mettere fine alle loro contese con una pace generale.
Ma Guglielmo di Noellet, cardinale di sant'Angelo e legato di Bologna, lusingavasi di approfittare di questa tregua per mandare ad effetto un'importante intrapresa. La Toscana, non meno che la Lombardia, aveva avute le piogge e le inondazioni che avevano distrutte le sementi, di modo che il frumento scarseggiava ed era carissimo[105]. In Firenze si era manifestata la peste, e dal mese di marzo a quello di ottobre aveva portate al sepolcro sette mila persone. La gelosia eccitata tra gli Albizzi ed i Ricci, non era spenta, e la repubblica chiudeva ancora nel suo seno molti semi di discordia. I Fiorentini, trovandosi in pace con tutti i loro vicini, non avevano sotto le armi che poche truppe, come pure i Sienesi ed i Pisani. Il legato di Bologna, giudicò i Toscani, dice Poggio Bracciolini, a seconda della leggerezza francese; e pensò che s'egli rendeva la carestia più sensibile, il popolo, stretto dalla fame, prenderebbe le armi contro il suo governo, e che la città travagliata dalle sedizioni interne, quanto dalla guerra, si rifugierebbe sotto il suo potere[106].
«Dopo che la santa sede erasi trasportata al di là dei monti (dice Leonardo Aretino) i legati francesi governavano tutti i paesi sottomessi alla Chiesa. L'altero loro modo di comandare riusciva quasi affatto insoffribile; essi sforzavansi di allargare l'autorità loro sopra le città libere, ed i loro ufficiali, i loro cortigiani non erano uomini di pace ma di guerra; essi riempivano l'Italia d'oltramontani; in tutte le città innalzavano fortezze con eccessiva spesa, e lasciavano con ciò travedere quanto la servitù dei popoli, cui essi avevano tolta la libertà, era miserabile e forzata; per tal modo rendevano giusti l'odio de' sudditi e la diffidenza de' vicini[107].»
I Fiorentini tiravano ogni anno una parte de' loro grani dalla Romagna e dal Bolognese; il legato per raddoppiare le difficoltà che provavano, ne vietò tutto ad un tratto l'esportazione. La signoria col sagrificio di sessanta mila fiorini acquistò il frumento in lontani paesi; passò l'inverno, e si vedeva vicino il nuovo raccolto che doveva riempire i vuoti granai. Il legato per privare i Fiorentini di tale speranza fece entrare in Toscana Giovanni Acuto il 24 giugno del 1375 con una numerosa armata, ordinandogli di bruciare le case del territorio fiorentino[108]. Dall'altro canto Gerardo Dupuis, abate di Montmayeur, che comandava a Perugia, colse il pretesto d'una guerra tra i Sienesi ed i gentiluomini della casa Salimbeni, per far guastare il territorio di Siena dalle truppe della Chiesa[109].
Per salvare almeno le apparenze, il legato scrisse ai Fiorentini che Acuto aveva formata una compagnia d'avventurieri colle truppe che la Chiesa ed i Visconti avevano licenziate; ch'egli attaccava la Toscana senza l'assenso della Chiesa, ma che la signoria potrebbe forse farlo ritrocedere col sagrificio di cento, e fors'anco di soli sessanta mila fiorini[110]. In questo medesimo tempo, una congiura scopertasi a Prato, il di cui oggetto era quello di sottomettere questa città alla Chiesa, fece conoscere quale fede meritavano tali proteste[111].
La perfidia e l'ingratitudine del legato risvegliarono in Firenze la più alta indignazione. Verun altro stato in Europa erasi fino dalla sua origine mostrato con tanta costanza attaccato alla Chiesa, quanto la repubblica fiorentina. Sebbene avesse di già avuto motivo di lagnarsi del legato, gli aveva mandato per combattere i Visconti quanti soldati aveva, e questo perfido alleato coglieva l'istante in cui la repubblica era stata colpita dalla peste e dalla fame, per darla in balìa di rapaci soldati. I Fiorentini per fare una strepitosa vendetta di tanto tradimento, affidarono tutti i poteri dello stato ad otto magistrati, che chiamarono i signori della guerra[112].
Gli otto della guerra, che volevano prima di tutto salvare il raccolto, aprirono subito un trattato con Acuto, e spedirono in pari tempo ambasciatori al legato, pregandolo di richiamare questo generale. Il legato rispose che Acuto più non trovavasi al suo soldo, e diede copia agli ambasciatori del congedo che diceva di avere dato a questo capitano. Nello stesso tempo diede al capitano segreto ordine di offrire ai Fiorentini di risparmiare il loro territorio contro il pagamento d'una taglia, ma di domandare una così enorme somma che facesse rompere il trattato. Acuto chiese cento trenta mila fiorini, che gli furono pagati senza difficoltà, avendone caricati più della metà sul clero fiorentino. Il legato si affrettò di scrivere al capitano inglese di rompere ogni mercato, ma questi, cui gli ambasciatori fiorentini avevano mostrata la copia del congedo, che avevano portato da Bologna, non volle perdere così ragguardevole somma, ed in oltre prendere sopra di se l'altrui mala fede[113]. Continuò dunque la sua strada a traverso la Toscana, tirando dai Sienesi trentacinque mila fiorini; indi si mise al soldo dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia[114].