Non avendo questa spedizione ottenuto al suo scopo, Gregorio XI scrisse ai Fiorentini per giustificarla; diceva che Acuto non era da lui dipendente nelle poche settimane, che aveva passate in Toscana, sebbene avanti e dopo questa breve campagna fosse notoriamente al soldo de' suoi legati[115]. Ma d'altra parte raccontaronsi a Firenze ed in tutta l'Italia alcuni fatti dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia, che resero sempre più odioso il governo degli ecclesiastici. Quest'abate, che fu in tale occasione creato cardinale, aveva seco condotto un suo nipote. Questi, innamoratosi della moglie d'un gentiluomo perugino, s'introdusse celatamente in sua casa, e la sorprese sola in camera. La donna spaventata volle sottrarsi alla brutalità del suo rapitore, e passare per una finestra in un'attigua casa; ma le sdrucciolò un piede, e cadendo nella strada rimase uccisa. Tutto il popolo, compassionando l'infelice, corse all'abate chiedendo giustizia contro suo nipote. «E che, rispos'egli, credevate voi dunque che i Francesi fossero eunuchi!» e così rinviò gli accusatori. Pochi giorni dopo lo stesso nipote rapì la consorte d'un altro cittadino. Il marito avendola riclamata innanzi ai tribunali, il legato condannò suo nipote a perdere la testa se non rendeva la sposa a suo marito prima che passassero cinquanta giorni[116].
Siccome estrema era l'indignazione contro i ministri del papa, la signoria e gli otto della guerra fecero adunare a Firenze un numeroso consiglio di richiesti. Luigi Aldobrandi, gonfaloniere di giustizia, si fece a parlare eloquentemente contro le superstiziose paure, che potevano opporsi alla difesa della libertà. Dimostrò che le censure ecclesiastiche erano senza forza quando venivano pronunciate da uomini perfidi ed ambiziosi, che adoperavano la maschera della religione per servire all'ambizione ed avidità loro. Propose, quale intrapresa degna della generosità fiorentina, la liberazione di tutti i popoli che gemevano sotto il superbo e tirannico governo de' legati francesi del papa; e per ultimo confortò la signoria a cercare l'alleanza di Barnabò. «Io lo so bene, diss'egli, che il tiranno milanese agirà sempre a seconda del suo personale interesse, e non guarderà giammai al nostro; ma è questi un caldo nemico dei preti e della potenza de' Francesi in Italia; un odio comune accomunerà i nostri interessi[117].»
Il discorso del gonfaloniere essendo stato applaudito, ed il consiglio avendo autorizzati gli otto della guerra a prendere contro la Chiesa le più energiche misure, questi cercarono di rendersi forti colle alleanze. Cominciarono adunque ad assicurarsi nel mese di luglio dell'appoggio di Barnabò Visconti[118]. Le repubbliche di Siena, di Lucca e d'Arezzo presero parte ben tosto alla lega[119], e quella di Pisa vi entrò l'ultima nel gennajo del 1376[120]. Gli otto della guerra avevano scelto per capitano un tedesco chiamato Corrado di Svevia: gli affidarono due stendardi quello del comune, ed un altro, sul quale era scritto a lettere d'oro Libertà. Dichiararono in pari tempo ch'erano apparecchiati a soccorrere tutti i popoli, che desideravano di ricuperare la libertà e di scuotere il giogo de' cattivi pastori della chiesa[121]. Nè eglino avevano mal calcolato di trovare amici ed alleati tra i sudditi del papa; perciocchè non ebbero appena offerta la loro assistenza a coloro che volessero liberarsi da un'odiosa tirannide, che la ribellione si rese generale.
I primi a dichiararsi furono gli abitanti di Città di Castello, l'antico Tiferno. Essi attaccarono furibondi la guarnigione ecclesiastica, e la forzarono a ritirarsi nel castello. I Fiorentini mandarono subito soccorsi ai Tifernati, onde la guarnigione assediata non tardò ad arrendersi.
L'abate di Montmayeur aveva spedito Acuto con parte delle sue truppe per liberare gli assediati; ma tosto che i Perugini lo videro partito, presero ancor essi le armi, attaccarono le due fortezze che il legato aveva innalzate in città, le presero in pochi giorni, e le spianarono[122]. Nello stesso tempo Giovanni di Vico, prefetto di Roma fece ribellare Viterbo, di cui era stato lungo tempo signore[123]. Si sollevò pure Montefiascone, e ben tosto con sorprendente rapidità la ribellione si dilatò in tutti gli stati della chiesa. Foligno, Spoleto, Todi, Ascoli, Orvieto, Toscanella, Orti, Narni, Camerino, Urbino, Radicofani, Sarteano[124], riacquistarono la libertà. Nello spazio di dieci giorni ottanta tra città e castelli scossero il giogo della chiesa[125]. Molti vollero darsi ai Fiorentini, ma questi loro mandavano per risposta lo stendardo della libertà, e gli invitavano a costituirsi in repubbliche indipendenti[126]. Frattanto altre città approfittarono del loro soccorso per rimettere i loro antichi signori. Forlì chiamò Sinibaldo degli Ordelaffi, figliuolo di Francesco e di Marzia, suoi eroici difensori, e gli restituì la signoria[127].
Di quanti signori dipendevano dall'abituale dominio della Chiesa, le si conservò fedele il solo Galeotto Malatesti, e mantenne ubbidienti al papa le città governate dalla sua casa. Galeotto era succeduto nel 1373 a suo fratello Pandolfo, e suo nipote Malatesta Unghero era morto nel precedente anno[128]. Nel cominciamento di questa guerra la Chiesa possedeva sessantaquattro città e mille cinquecento settanta sette castelli. Perdette nel corso di un anno tutti i suoi stati ad eccezione di Rimini e delle sue dipendenze[129].
Il papa, spaventato da così subita ruina, cercò di svolgere i Fiorentini dalle prese risoluzioni coll'intimidire le loro coscienze. Li citò il 3 di febbrajo del 1376 a comparire innanzi al sacro concistoro per giustificare la loro condotta. In fatti i Fiorentini mandarono tre ambasciatori per trattare la loro causa in Avignone, cioè Domenico Barbadori, Alessandro dell'Antella e Domenico di Silvestro. Vennero introdotti l'ultimo giorno di marzo avanti ai cardinali ed al santo padre; ed in quest'assemblea Donato parlò col coraggio e colla forza di un uomo libero. Dichiarò che nulla avrebbe potuto muovere i Fiorentini a prendere le armi contro la Chiesa, fuorchè la difesa della loro libertà; «ma noi, egli disse, che abbiamo goduto di questa libertà da quasi quattro cent'anni, noi l'abbiamo in modo immedesimata alla nostra natura, e così cara si è renduta al nostro cuore, che non avvi veruno di noi, che per conservarla non sia al tutto disposto a sagrificare la propria vita[130].»
L'eloquente difesa di Barbadori cavò le lagrime ai cardinali italiani, ma non fece veruna impressione sui francesi, e quando fu terminata, Gregorio XI pronunciò contro la repubblica una sentenza di condanna. Dopo di avere riepilogate tutte le offese ch'egli aveva ricevute, fulminò l'interdetto contro la città, e la scomunica contro i capi del governo. Ordinò nello stesso tempo a tutti i principi, amici della Chiesa, di confiscare a loro profitto tutti i beni de' Fiorentini che trafficavano ne' loro stati, di prendere le loro persone e venderli come schiavi[131]. Questa parte della pena inflitta a mercanti resi da lunga assenza stranieri alle deliberazioni della loro patria era di una rivoltante ingiustizia; pure, siccome offriva un allettamento alla cupidigia de' principi, venne eseguita in Francia ed in Inghilterra[132].