Le due armate si scontrarono il 25 di giugno presso Cignano: lo Sforza attaccò il suo nemico senza riportarne vantaggio e si ritirò senz'essere inseguito[162]. In appresso, ingannando il Piccinino, passò l'Oglio a Pontoglio, ed andò ad assediare Martinengo che impediva la comunicazione tra Brescia e Bergamo. Il suo nemico, che non aveva saputo vietargli il passaggio del fiume, fu ben tosto soddisfatto d'averlo lasciato tanto avanzare; perchè, mentre egli aveva fatto entrare nel castello Giacomo Gaivano con mille corazze, che bastavano per rendere vani tutti gli attacchi dello Sforza, venne a porsi egli medesimo alla distanza di un miglio dal campo degli assedianti in una tale posizione, che rendeva loro quasi impossibile la ritirata, intercettando le vittovaglie, molestando i foraggeri, e non lasciando loro la libertà di tentare un assalto sopra Martinengo, perchè in tempo dell'attacco avrebbe potuto prenderli alle spalle[163]. La posizione dello Sforza rendevasi ogni giorno più difficile, ed era omai più di un mese che la sua armata stava sotto Martinengo. Aveva nel suo campo trenta mila persone; la sua numerosa cavalleria aveva consumati tutti i foraggi del vicinato; egli era costretto di mandare a cercarne a dieci miglia di distanza, e sebbene desse sempre grosse scorte ai foraggeri, perdeva sempre la metà de' convogli. I viveri andavano diminuendo, mentre mantenevansi abbondantissimi ed a basso prezzo nel campo del Piccinino. I suoi soldati non passavano un solo giorno, una sola notte, senz'essere inquietati da falsi rumori, senz'essere risvegliati da improvviso attacco. Tale era lo svantaggio grandissimo di quelle armate di pesante cavalleria, cui era affidata la somma delle guerre, che mai non potevasi forzare il nemico a venire a battaglia, perchè il più piccolo trinceramento bastava a fermare i corazzieri. Lo Sforza, per uscire dalle strette in cui era caduto avrebbe avuto bisogno d'attaccare il Piccinino nel suo campo; ma così forte era la di lui posizione, avuto riguardo ai mezzi d'attacco della cavalleria, che sarebbe stata cosa insensata il tentarlo[164].

D'assediante, ridotto ad essere assediato, lo Sforza abbandonavasi alle più tristi riflessioni; perdendo la sua armata, che omai non sapeva più in qual modo salvare, vedeva sfumare tutte le concepite speranze di grandezza e di sovranità; quando circa la mezza notte venne introdotto nella sua tenda Antonio Guidoboni di Tortona, uno de' più fedeli servitori del duca di Milano, ed amico ancora del conte Sforza.

«Filippo, che a te mi manda, gli disse, conosce abbastanza la tua prudenza e la tua esperienza militare per assicurarsi che tu non ignori i pericoli della tua posizione e di quella de' Veneziani e de' Fiorentini. La mancanza de viveri non può permetterti di tenere ancora lungamente assediato Martinengo, e la vicinanza della sua armata non ti lascia modo di ritirarti senza gravissima perdita. Egli si tiene dunque in pugno una vittoria vicina ed immancabile; pure egli vi rinuncia: imperciocchè egli, che sempre è stato padrone, non conosce maggiore indegnità di quella d'essere sottomesso come un prigioniere alle domande ed alle condizioni che vogliono imporgli i suoi servitori. Ora i suoi affari sono ridotti a questo punto, che in mezzo alla guerra, quello stesso Piccinino, ch'egli tanto innalzò, gli chiede la sovranità di Piacenza, Luigi di Sanseverino quella di Novara, Luigi del Verme vuole Tortona, Taliano Furlano Bosco e Figarolo nel territorio d'Alessandria, e gli altri suoi condottieri altri stati o altri feudi. Com'essi lo vedono senza prole e senza successore, osano, lui vivente, dividere in tal modo la sua eredità. Ma piuttosto che sottomettervisi, il Visconti ha risoluto di cercare il tuo avanzamento, il tuo onore e quello de' Veneziani e de' Fiorentini, purchè tu sappia approfittarne. Per pegno porrà in tua mano tutto ciò che fu preso dal Piccinino nello stato di Bergamo, cominciando dallo stesso Martinengo che tu stringi d'assedio. Ti darà in matrimonio la figlia Bianca e per dote Cremona col suo territorio, ad eccezione di due castelli. Io devo dunque chiederti soltanto un salvacondotto per Eusebio Caimo, suo segretario, il quale verrà subito nel tuo campo a dare l'ultima mano al trattato»[165].

Lo Sforza, colmo di gioja, dichiarò che accettava le parti di mediatore, e rilasciò i chiesti salvacondotti. La susseguente notte vennero firmati i preliminari con Eusebio Caimo, senza che nel campo si avesse il più leggiere sospetto dell'accaduto. Quando in sul fare del giorno il procuratore di san Marco, Malipiero, venne presso lo Sforza al consiglio di guerra coi principali ufficiali dell'armata, questi loro annunciò sorridendo, che la pace era fatta, e vietò all'istante ogni atto ostile. Comunicò in appresso al Malipiero le convenute condizioni, facendogli sentire quanto sarebbe imprudente di aspettare, per conchiudere il trattato, l'approvazione del senato veneto[166].

Caimo dal canto suo ordinò al Piccinino di sospendere le ostilità. Questo vecchio generale, che già si teneva la vittoria in pugno, ricusò alcun tempo di ubbidire ad un ordine che sembravagli tanto assurdo, e di rinunciare ad infallibili successi. Il segretario di Filippo per ridurlo all'ubbidienza, fu costretto di minacciarlo di fargli ribellare tutti i soldati milanesi, che servivano nella sua armata, facendoli passare nell'armata dello Sforza. Il Piccinino, deplorando la propria sventura, fu costretto di cedere. Omai, diceva egli, sentivasi sorpreso dalla vecchiaja, era diventato zoppo in guerra, aveva consumata per Filippo la sua salute e la vita, e questi non lo credeva degno nemmeno d'essere chiamato ai consiglj in cui trattavasi della pace. Il suo padrone, piuttosto che accordargli una ricompensa per la quale aveva così lungo tempo penosamente servito, davasi egli medesimo colla figliuola in mano al suo nemico. Gli stessi dominj milanesi, che il Piccinino aveva tante volte difesi e tante volte strappati a potenti armate venivano date al suo più antico rivale, a quello stesso che aveva cercato di averli a viva forza. L'ambizione legittima d'un vecchio generale risguardavasi come un delitto, mentre Filippo appagava i più avidi voti di colui che aveva scosso il suo trono, e di cui poteva adesso vendicarsi[167].

Non pertanto i due generali, che si erano così lungamente battuti, si scontrarono e s'abbracciarono con tutte le dimostrazioni di vicendevole stima[168]. I due campi si confusero in un solo, non d'altro mostrandosi occupati che di feste e di conviti. I popoli, ancora più felici, credettero che questo trattato, sanzionato da una stretta parentela, avrebbe avuto maggior durata che non i precedenti, e che lungo tempo assicurerebbe il riposo dell'Italia. Le nozze di Francesco Sforza e di Bianca Visconti, allora in età di sedici anni, e non meno illustre per la sua bellezza e pel suo carattere che per la sua nascita, vennero celebrate il 24 di ottobre, ed in pari tempo il suo sposo fu posto in possesso di Cremona e di Pontremoli. Egli era stato riconosciuto arbitro dalle potenze alleate come dal Visconti. Gli ambasciatori di quelle e di questo si adunarono presso di lui a Capriana; e dopo alcune negoziazioni, il 20 novembre del 1441, in virtù della sua autorità arbitramentale, egli loro dettò le condizioni della pace. Con questo trattato il duca di Milano, la repubblica di Venezia, quella di Firenze, quella di Genova, il papa ed il marchese di Mantova, vennero rimessi ne' loro antichi diritti e confini. L'ultimo soltanto fu costretto a rinunciare ad ogni pretesa sopra Peschiera, Lonato, Asola e Valeggio, ch'egli aveva conquistate nel territorio veronese, ed in appresso perdute: dovette inoltre restituire Porto Legnago, Nogarola, e tutto quanto possedeva ancora delle precedenti sue conquiste; perciò egli solo lagnavasi di una pace, che pure era cagione dell'universale allegrezza[169].

CAPITOLO LXX.

Carattere d'Eugenio IV. — Concilj di Basilea, di Ferrara e di Firenze. — Renato d'Angiò contrasta ad Alfonso d'Arragona l'acquisto del regno di Napoli. — Egli perde la capitale ed abbandona l'Italia.

1436 = 1442.