Mentre ciò accadeva in Toscana, lo Sforza apparecchiava la sua armata per soccorrere Brescia, tostocchè le strade della montagna sarebbero praticabili senza per altro trascurare i mezzi d'aprirsi altresì la strada della pianura o quella del lago. I Veneziani con lui d'accordo avevano fatte trasportare nuove galere sul lago di Garda sotto il comando del provveditore Contarini, e lo Sforza aveva mandato su questa piccola flotta Pietro Brunoro, uno de' suoi migliori luogotenenti. Il Contarini ruppe il 10 aprile la flotta milanese comandata da Taliano Furlano, prese tre galere e molte barche, e costrinse il rimanente della flotta nemica a chiudersi in Salò; assediò in appresso i castelli di Riva e di Garda, che si resero il 29 di maggio, e ch'egli trattò con grandissima crudeltà; ristabilì la comunicazione tra le due rive del lago, fece ricapitare abbondanti approvvigionamenti a Brescia e forzò le bande milanesi, disperse tra questa città e Salò, a ritirarsi[152]. Queste vittorie e l'assenza del Piccinino avendo scoraggiata l'armata, che sotto gli ordini del Gonzaga difendeva il passaggio del Mincio, e che poteva temere di essere presa alle spalle, lo Sforza tentò d'aprirsi, per passare a Brescia, la strada diretta, che fin allora gli era stata chiusa. Il 3 di giugno gettò un ponte di battelli sul Mincio, e lo passò con tutto il suo esercito forte di circa venti mila uomini, senza che gli si opponesse il Gonzaga, il quale si tenne chiuso in Mantova. Taliano Furlano e Luigi del Verme, i due generali del Visconti, andavano intanto evacuando il territorio di Brescia, ritirandosi innanzi allo Sforza, finchè si stabilirono in riva all'Oglio, tra Soncino ed Orci, per conservarsi padroni del ponte che serviva di comunicazione a questi due castelli. Taliano lo copriva con una parte della sua cavalleria, ma lo Sforza risolse di forzarlo per occupare Orci, la sola fortezza che restasse ai Milanesi sulla sinistra dell'Oglio. Non entrò dunque in Brescia, ove la sua assistenza più non era necessaria, ma, giunto il 14 di giugno presso all'Oglio, ordinò a Sarpellione, uno de' suoi luogotenenti, di attaccar Taliano Furlano, e di ritirarsi dopo i primi colpi per allontanare il nemico dal fiume. In fatti i Milanesi lo inseguirono, ed avanzatisi incautamente in mezzo a forze superiori furono così vivamente caricati, che più difendere non poterono nè il ponte, nè il castello d'Orci. Lo Sforza passò l'Oglio con tutta l'armata, piombò addosso ai Milanesi presso a Soncino, li ruppe e loro tolse tutti gli equipaggi con quasi mille cinquecento cavalli. Il figlio naturale del marchese di Ferrara, Borso d'Este, quello zelante protettore delle arti e delle lettere, che portò il primo il titolo di duca di Ferrara, fece le prime prove in questa battaglia, nella quale perdette quasi tutta la sua cavalleria. Mentre Niccolò d'Este, suo padre, era attaccato al partito delle due repubbliche, Borso aveva condotti mille cavalli all'armata del duca di Milano; o perchè avido di gloria aspirasse ad avere un comando indipendente, o perchè la politica di suo padre portasse di tenersi amiche le due parti per non essere vittima di quella che restasse soccombente[153].
La vittoria di Soncino, meno brillante di quella d'Anghiari, ebbe migliori risultamenti pel vincitore: tutto il territorio di Bergamo venne evacuato dall'armata milanese, come poco prima era stato abbandonato quello di Brescia. Tutti i castelli, che vi aveva il Visconti, furono presi colla forza, o capitolarono; ed i Veneziani, in cambio d'avere la guerra in casa loro, la poterono portare nel territorio de' loro nemici. Lo Sforza fece alcune scorrerie nel Cremonese e nel Cremasco. Filippo Maria, ridotto a difendere i proprj stati, richiamò il Piccinino, dando il comando di Crema a Luigi di san Severino, e quello di Cremona a Borso d'Este[154].
Il Piccinino aveva press'a poco raccolti in Romagna tutti i prigionieri di Anghiari, che i loro vincitori avevano posti in libertà, dopo averli spogliati; di modo che la sua disfatta non aveva cagionato al padrone che una perdita di danaro. Di già egli si avanzava verso la Lombardia, onde lo Sforza rinunciò al progetto di portare la guerra sulla destra dell'Adda. Tornò quindi a dietro per attaccare il marchese di Mantova, e punirlo dell'assistenza data al duca di Milano. Gli prese, dopo trenta giorni d'assedio, la fortezza di Peschiera che altra volta apparteneva ai Veneziani, e ch'era per loro importantissima, essendo la porta di comunicazione tra Verona e Brescia. Mentre stava occupato nello stato di Mantova, il marchese Niccolò d'Este venne al suo campo per parte del duca di Milano, portando proposizioni di pace. Il marchese d'Este erasi reso sospetto ai Veneziani dopo la defezione del figliuolo; egli conosceva il pericolo della sua posizione, ed ardentemente desiderava una pacificazione, che in altre occasioni aveva maneggiata con felice esito. Rappresentò al conte che doveva guardarsi pel proprio vantaggio dal ruinare affatto il duca di Milano, poichè un condottiere non aveva meno bisogno de' suoi nemici che degli amici per mantenere la propria importanza. Gli fece sperare di condurre in breve a fine il suo matrimonio con Bianca Visconti, e per persuaderlo che questa volta almeno l'offerta veniva fatta di buona fede, gli disse che Bianca era di già arrivata a Ferrara, e gli promise che sarebbe a lui consegnata appena conchiuso il trattato[155].
Francesco Sforza si fece premura di dar parte di tutte queste proposizioni a Pasquale Malipieri, provveditore veneziano, incaricato di osservare la sua armata. Rispose in appresso lo Sforza, che i Veneziani ed i Fiorentini domandavano essi medesimi la pace, e ch'erano disposti a sottoscriverla ad onorate condizioni; ma che per conto suo, egli non abbandonerebbe il comando dell'armata fino alla conchiusione della pace, e che in allora soltanto prenderebbe consiglio dai suoi amici intorno al parentado che gli veniva proposto. La pubblica voce spargeva nello stesso tempo dei trattati di affatto diversa natura tra il duca ed il marchese d'Este; dicevasi che Bianca Visconti era stata mandata a Ferrara, per essere destinata sposa di Lionello, figlio ed erede del marchese. Le proteste di questi non ispiravano veruna confidenza allo Sforza, regnando la più insigne malvagia fede in tutte le negoziazioni, tanto che i giuramenti, spogliati di ogni credenza, più non erano nemmeno un mezzo d'ingannare. La sospettosa repubblica di Venezia osservava tutti i passi del suo generale con una inquieta diffidenza: l'esempio del Carmagnola faceva sentire ciò che dovevasi da lei temere, e lo Sforza aveva ragione di temere di essere tradito, dal suo governo, dal suo nemico, e dal mediatore che negoziava tra di loro. Egli volle lasciare a questi negoziati il tempo di maturare, ed invece d'intraprendere qualche importante spedizione, si limitò ad assediare diversi castelli, che il signore di Mantova aveva presi nel Veronese; dopo di averli sottomessi ai Veneziani ricondusse le sue truppe ne' quartieri d'inverno[156].
I soldati di Francesco Sforza si riposavano in Verona dopo le sostenute fatiche, quelli del duca di Milano a Cremona, quelli de' Fiorentini in Toscana, e quelli del papa in Romagna. Il patriarca d'Aquilea aveva dopo la battaglia d'Anghiari cercato di riprendere Forlì e Bologna, ma era stato respinto da Francesco Piccinino, che comandava a nome di suo padre in quelle due città. Si era in appresso proposto di richiamare all'ubbidienza della Chiesa Ostasio III da Polenta, che tre anni prima era stato costretto a ricevere guarnigione milanese nella sua capitale. Ma la signoria di Venezia, sebbene alleata del papa, era al tutto determinata di non lasciar tornare sotto il dominio della santa sede la città di Ravenna, che per la sua posizione riusciva a Venezia troppo vantaggiosa, e sulla quale aveva di già esercitati i diritti di protezione. Invitò dunque Ostasio a venire a rinnovare l'antica sua alleanza colla repubblica; questo principe andò a Venezia, e seco condusse, malgrado i suggerimenti del marchese d'Este, la consorte ed i figli. L'ambizioso e perfido consiglio dei dieci non resistette alla tentazione di spogliare una famiglia che trovavasi tutta intiera nelle sue mani. Eccitò in Ravenna alcuni sediziosi, che presero le armi il 14 di febbrajo del 1441, ed aprirono le porte ai Veneziani, chiedendo loro giustizia contro la tirannide del loro principe. In fatti Ostasio III aveva dato motivo al giusto risentimento de' suoi sudditi; il consiglio si arrogò il diritto di giudicarne, e lo mandò a Candia colla sua famiglia, ove lo ritenne in esilio fino alla morte. Così la casa da Polenta, che dal 1275 aveva regnato a Ravenna per lo spazio di cento sessanta sei anni, si vide spogliata della sua sovranità nel tempo medesimo che si spense il suo ramo primogenito[157].
La repubblica mostrossi più generosa verso Francesco Sforza, e verso Francesco Barbaro, provveditore di Brescia, ch'ella accolse in Venezia con infiniti onori. Invitò l'ultimo, con cento de' gentiluomini che avevano più degli altri contribuito alla difesa di quella città, a venire a ricevere i pubblici ringraziamenti. Furono presentati alla signoria; il doge gli abbracciò colle lagrime agli occhi, ed esortò i sudditi dello stato ad imitarne la fedeltà, chiedendo ai Veneziani di conservarne eterna memoria. Questi gentiluomini bresciani e la loro posterità vennero dichiarati esenti da ogni tassa, e fu rilasciata a favore del comune un'entrata di venti mila ducati, che il fisco ricavava dai mulini, per ricompensarlo di tanti sagrificj[158].
Mentre che in Venezia non si pensava che a feste ed a godimenti in onore dello Sforza e di Barbaro, seppesi con sorpresa che il Piccinino aveva passata l'Adda e l'Oglio il 13 febbrajo del 1441 con otto mila cavalli e tre mila fanti, e che a Chiari, nello stato di Brescia, aveva sorpreso due mila cavalli dello Sforza[159]. Nello stesso tempo i suoi soldati divulgavano la voce, che il senato di Venezia, avendo concepito contro lo Sforza que' sospetti ch'erano stati cagione della perdita del Carmagnola dieci anni prima, l'aveva in egual modo allettato a recarsi a Venezia, e fattagli subire la medesima sorte. Tutta l'armata dello Sforza era in sul punto di sbandarsi a cagione di questa notizia, e questo generale dovette affrettarsi di farsi vedere ai suoi soldati ed ai suoi amici per ismentire le voci sparse ad arte dai nemici[160]: ma non arrivò a tempo per impedire l'allontanamento di Sarpellione, uno de' suoi migliori ufficiali, ch'egli aveva sollevato dalla più abbietta condizione, e il quale, sedotto dal Piccinino, passò ai servigi di Filippo Maria con tre cento cavalli[161].
Il Piccinino ritirossi all'avvicinarsi dello Sforza, siccome colui che non voleva intraprendere una campagna d'inverno, e rientrò dal canto suo ne' proprj quartieri. Lo Sforza rese armi e cavalli ai corazzieri che tutto avevano perduto a Chiari, richiamò i soldati che aveva lasciati in Toscana, persuase la signoria a rimpiazzare Gattamelata, prendendo al suo soldo Michele Attendolo suo parente; ma intanto i promessi sussidj non venendogli esattamente pagati, non potè entrare in campagna che il primo di giugno, dopo il Piccinino che aveva di già invaso lo stato di Brescia.