Ma il conte Sforza non era come i Fiorentini disposto a sagrificare il proprio interesse alla causa comune. Conosceva le ostili disposizioni del patriarca d'Alessandria, che comandava più di tre mila uomini ai confini della Toscana e della Marca, e vedeva che il Piccinino, unendosi a questo prelato poteva sconvolgere l'una o l'altra di queste due province. Mentre che il suo emulo marciava verso il mezzogiorno riputava inutile la sua dimora in Lombardia, poichè ad ogni modo sarebbe costretto d'aspettare che cessasse il rigore della stagione, e che si sciogliessero le nevi prima di poter intraprendere per la via delle montagne la liberazione di Brescia; e non aveva egli veruna speranza di buon successo, qualora avesse presa la strada della pianura[135].

Mentre ciò discutevasi in Venezia, ov'erasi recato il conte, e che i Fiorentini assoldavano molti condottieri per formare un'altra armata, seppesi che i Malatesti, signori di Rimini, cui era stato pagato il soldo d'un migliajo di corazzieri, che dovevano somministrare alle due repubbliche, erano passati nel campo di Niccolò Piccinino. Questa diserzione faceva temere di maggiori danni ed eccitava la più viva inquietudine intorno alla sorte di Giovan Pagolo Orsini, generale de' Fiorentini, che si era mandato a difendere lo stato di Rimini[136]. Le istanze di Francesco Sforza per ottenere il suo congedo si resero a tal nuova più vive: fortunatamente fu bentosto seguita questa notizia da un'altra non meno inaspettata, ma di affatto diversa natura.

I Fiorentini avevano sorpresa a Montepulciano la corrispondenza del patriarca d'Alessandria col Piccinino, la quale, sebbene scritta in cifre, bastò per risvegliare finalmente nel papa, cui si fece conoscere, i più violenti sospetti contro il suo favorito. Eugenio aveva così ciecamente affidate al Vitelleschi le sue armate, i tesori, le fortezze, e tutto il suo potere, che non poteva omai, senza estremo pericolo, spogliarne un uomo da lui fatto tanto potente. Pure diede segretamente ad Antonio Redo, comandante di Castel sant'Angelo un ordine eventuale d'imprigionarlo e di processarlo quando ne avesse l'opportunità. Tale ordine non era di facile esecuzione, e Redo aspettava in silenzio qualche favorevole circostanza, allorchè il patriarca, disposto a partire verso la Toscana alla testa della sua armata, ordinò al comandante di recarsi la mattina del 18 marzo sul ponte della fortezza per ricevere le commissioni che gli darebbe partendo. Vide Antonio Redo che l'occasione sarebbe favorevole; apparecchiò la sua gente, ed aspettò di buon mattino sul ponte il patriarca, che giugneva alla testa di tutta la sua armata. Il Redo gli si avvicinò rispettosamente, prese il suo cavallo per la briglia, e, sotto colore di non volere essere udito da coloro che lo circondavano, lo condusse a piccoli passi al di là del ponte levatojo, parlandogli continuamente di cose importantissime, per occupare tutta la di lui attenzione; ma quand'ebbe appena passato il ponte fece cenno alle guardie di levarlo, ed intimò al patriarca di rendersi prigioniero. Il Vitelleschi cercò invano di difendersi, venne ferito nel capo e rovesciato da cavallo da coloro che lo circondavano. Allora Redo e Girolamo Orsini cercarono di consolarlo, persuadendolo a sperar bene; ma il Vitelleschi rispose, che, sebbene ferito, non morirebbe in conseguenza delle sue ferite. «Non si arrestano, soggiunse, gli uomini potenti per rilasciarli; e se mi credettero abbastanza pericoloso per farmi prigioniere, quanto non sarei riputato più pericoloso se riavessi la libertà[137].» Infatti il patriarca aveva intimamente conosciuto il suo padrone; egli morì di veleno dopo pochi giorni. La sua armata, che stava al di là del ponte, mostrava da principio di voler vendicarlo, ed assediare il castello, ma si sottomise tostocchè le furono comunicati gli ordini del papa. Ne fu in appresso affidato il comando al patriarca d'Aquilea, con ordine di difendere la Toscana con quattro mila cavalli e due mila pedoni. Tutte le fortezze in cui il Vitelleschi teneva guarnigione rientrarono bentosto sotto l'ubbidienza del papa[138].

La rivoluzione, che rovesciava il Vitelleschi, poneva in sicuro la Toscana e la Marca; onde persuase lo Sforza a continuare la guerra in Lombardia; soltanto egli staccò dalla sua armata mille cavalieri, che Neri Capponi condusse a Firenze, ove giunsero avanti la fine di aprile, nello stesso tempo che arrivavano Pagolo Orsini, ed alcuni altri condottieri[139]. Di già il Piccinino aveva cercato di entrare in Toscana a traverso alle Alpi di san Benedetto, ed era stato vigorosamente respinto da Niccolò Gambacorti di Pisa, conosciuto sotto il nome di Niccolò Pisano. Cambiando allora direzione cercò di aprirsi un passaggio per Marradi. Questo castello, posto in sull'ingresso della Val di Lamone, alle falde delle montagne che dividono la Toscana dalla Romagna, era secondo l'antico sistema di guerreggiare, riputato fortissimo, perchè il fiume forma dei precipizj intorno al rialto su cui è posto, e Marradi avrebbe potuto fermare alcuni mesi una grande armata. Ma Bartolomeo Orlandini, che lo comandava per conto della repubblica di Firenze, l'abbandonò vilmente, ed il Piccinino entrandovi il 10 aprile fu sorpreso d'aver fatto, senza tirare un colpo, un acquisto che avrebbe potuto costargli molto sangue[140]. Marradi gli apriva le porte della Toscana; i suoi cavalieri corsero tutto il Muggello senza trovare resistenza; s'innoltrarono fino alle montagne di Fiesole, guastarono il paese fino alla distanza di tre sole miglia da Firenze, ed alcuni ebbero ancora il coraggio di passar l'Arno, oltre il quale occuparono Remolo. In tali frangenti appunto giunse a Firenze Neri Capponi con un distaccamento dell'armata di Francesco Sforza, cui aggiunse dei fanti levati tra il popolo; con questi sloggiò i nemici da Remolo, e fermò i loro guasti[141].

L'ingresso in Toscana di Rinaldo degli Albizzi in coda all'armata milanese non aveva ancora prodotto in Firenze verun movimento d'insurrezione, alcuna dimostrazione di favore per gli emigrati, quando Francesco di Battifolle, conte di Poppi, venne co' suoi vassalli ad unirsi al Piccinino. Nel precedente anno questo feudatario della repubblica era stato da lei protetto contro papa Eugenio IV[142]; ma pensò di non poter meglio mostrare il suo attaccamento ai Fiorentini, che secondando il partito ch'egli credeva più proprio a governarli, e l'antica sua amicizia cogli Albizzi gli tolse di vedere ciò che doveva alla riconoscenza.

Due strade presentavansi al Piccinino, quella di Val di Marina, per la quale sarebbe disceso tra Firenze e Prato fino alle rive dell'Arno ed avrebbe tolta la comunicazione con Pisa, di dove i Fiorentini tiravano le vettovaglie[143], e quella del Casentino che poteva condurlo a rompere la comunicazione tra Arezzo e Perugia, di dove veniva l'armata pontificia; il Piccinino preferì l'ultima. I feudi del conte di Poppi erano posti nel Casentino; questo signore faceva sperare d'avere intelligenze ne' castelli de' suoi vicini, ed in fatti col favore di queste vennero in pochi giorni occupati Romena e Bibbiena; ma in seguito avendo il Piccinino assediato castello san Niccolò, questa piccola fortezza diede ai Fiorentini, coll'ostinata sua resistenza, abbastanza di tempo per adunare la loro armata, essendosi difesa trentasei giorni, dopo i quali non si arrese che dietro speciale autorizzazione dei generali della repubblica, che vedevano l'impossibilità di soccorrerla. Quando il Piccinino vi entrò non vi rinvenne una sola freccia nè una carica di polvere[144]. Frattanto il suo piano d'attacco non era riuscito; i vassalli della repubblica avevano ripreso coraggio, i soldati occupavano tutti i posti più importanti, ed era svanita la speranza di vedere scoppiare qualche rivoluzione in favore degli Albizzi. Il Piccinino fece una visita a Perugia, sua patria, sperando che la memoria di Braccio, e la gloria di cui erasi egli medesimo coperto, consiglierebbero i suoi concittadini ad accordargli quella signoria che Braccio aveva esercitata con tanta gloria, ma non ebbe da loro che un regalo di otto mila fiorini. Cercò di occupare Città di Castello colle armi, e Cortona col favore d'una congiura, ma tutto gli riuscì male: per ultimo, dopo avere perduta parte dell'estate nelle montagne della Toscana, ebbe avviso de' progressi dello Sforza, ed ordine dal suo padrone di ricondurre l'armata in Lombardia[145].

Le truppe pontificie erano finalmente giunte a Firenze sotto il comando di Luigi, medico del papa, ch'egli aveva nominato patriarca d'Aquilea, e generale d'armata. Era composta di tre mila corazzieri e di cinquecento pedoni. L'armata fiorentina, portata a tale epoca ad otto in nove mila cavalli, era ben tale da tenere testa a quella del Piccinino; ma la signoria non voleva niente avventurare, tanto più ch'era informata dei vantaggi ottenuti dallo Sforza in Lombardia. Aveva perciò scritto al suo generale Giovan Pagolo Orsini di non venire a battaglia, aspettando che il Piccinino si ritirasse spontaneamente. Le stesse ragioni consigliavano il Piccinino a cercare l'occasione di dare una battaglia, perchè, costretto ad abbandonare la Toscana, sperava almeno con una vittoria di salvare il conte di Poppi e gli altri che avevano spiegate le sue insegne. Sapeva che l'armata fiorentina trovavasi ad Anghiari, grossa terra lontana quattro miglia da Borgo san Sepolcro, alle falde delle montagne che separano la valle del Tevere da val di Chiana, ed in un piano ove poteva spiegare la cavalleria. Partì da Borgo per attaccarla, seco strascinando due mila abitanti di questa città, che speravano di approfittare del saccheggio che terrebbe dietro alla vittoria. Tanta era la negligenza della militare disciplina, che i Fiorentini non avevano avanti alle loro armate nè scolte nè posti avanzati; e pure di que' tempi richiedevasi assai maggior tempo che non al presente, per far vestire ai cavalieri le pesanti loro armature, per sellare i cavalli e disporli alla pugna. Era il giorno 29 giugno del 1440, e gli uomini d'armi oppressi dal caldo eransi qua e là dispersi a qualche distanza per cercare luoghi ombrosi e freschi. Michele Attendolo, parente del conte Sforza, ed uno de' migliori condottieri che avessero i Fiorentini, osservò il primo a due miglia di distanza la polvere sollevata dalla cavalleria nemica; onde chiamando alle armi i suoi commilitoni, ebbe appena agio d'occupare colle sue truppe il ponte che trovasi avanti ad Anghiari, e dar tempo in tal modo al rimanente dell'armata di adunarsi e di prendere le armi. Quando gli altri corpi l'ebbero raggiunto, Micheletto rimase nel centro, il legato della Chiesa alla diritta, e Giovan Pagolo Orsini coi commissarj fiorentini dall'altro lato. L'Orsini aveva in prevenzione avuto cura di far empire tutti i fossi tra il ponte d'Anghiari sul Tevere e la Borgata, di atterrare tutti gli ostacoli, e di formare una spianata che permetteva ai diversi corpi dell'armata di muoversi senza stento. Al di là del ponte la strada per la quale s'avvicinava il Piccinino era fiancheggiata da profonde fosse, ed ogni campo aveva un riparo difficile a superarsi. I corazzieri milanesi non potevano avvicinare il nemico che per il ponte, e l'infanteria fiorentina custodiva sola le rive del fiume per vietare agli assalitori di guadarlo. I primi squadroni milanesi che passarono il ponte vennero vigorosamente respinti da Micheletto Attendolo; ma questi essendo stati rimpiazzati da Astorre Manfredi e da Francesco Piccinino col fiore della armata, Micheletto venne scacciato dal ponte, e respinto fino alla salita d'Anghiari. Frattanto i Milanesi, che avevano passato il ponte, trovavansi scoperti da ambo i lati, ed i Fiorentini, in piena facoltà di agire sopra di loro, gli opprimevano con truppe fresche e più numerose. Manfredi e Francesco Piccinino vennero dunque bentosto respinti verso il ponte sul quale si tennero fermi. Per lo spazio di due ore il ponte fu tra le due armate vivissimamente contrastato. I Milanesi lo attraversarono più volte, ma sempre erano respinti tostocchè giugnevano sul piano posto dall'altra banda. Finalmente i Fiorentini lo attraversarono ancor essi, e trovandosi in allora coperti dai due fossi che avevano ai fianchi, rovesciarono coloro che loro fuggivano innanzi, divisero le due ali che non poterono nè riunirsi, nè agire contro di loro, e che pel loro retrogrado movimento si posero in confusione. Bentosto l'intera armata fu rotta, ed un immenso bottino di prigionieri, di armi, di cavalli, cadde in potere del vincitore. Di ventisei capi squadra, che contava la nemica armata, ventidue furono fatti prigionieri con circa quattrocento ufficiali, mille cinquecento quaranta uomini in istato di pagare la taglia, e tre mila cavalli. Ma in queste armate mercenarie, nelle quali i soldati dei due campi, risguardandosi come commilitoni, non volevano nuocersi, i vincitori cercavano a tutto loro potere di far fuggire i vinti. Neri Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata, volle far tradurre i prigionieri al borgo d'Anghiari, ma invece di ventidue, più non trovò che sei capi squadra. La seguente mattina volle inseguire il Piccinino, che con mille cinquecento cavalli mal in ordine erasi chiuso in Borgo san Sepolcro, ove non aveva alcun mezzo di difendersi; ma di tutti i condottieri e capitani il solo Giovan Pagolo Orsini era pronto a seguirlo. Tutti gli altri, occupati trovandosi nella divisione della preda che avevano fatta, pretestavano le sostenute fatiche, o le ferite dei cavalli. Essi consumarono tutta la mattina in contese col commissario, ed a mezzogiorno si allontanarono quasi tutti per porre in sicuro la fatta preda in Arezzo, di dove non tornarono che la sera al campo[146].

Questa grande battaglia, nella quale è così palese l'indisciplina e la cupidigia delle armate di condottieri, i quali ruinavano gli stati per cui guerreggiavano, non permettendo loro di approfittare dei loro vantaggi, è diventala celebre per una circostanza, che se fosse meglio avverata, darebbe ancora maggior peso alla singolarità di questo quadro. Assicura il Machiavelli che in questa lunga mischia, che si prolungò le ultime quattro ore del giorno, non vi fu che un solo uomo ucciso; e questi ancora non in conseguenza di una nobile ferita, ma per essere caduto da cavallo e calpestato dai combattenti. «Tale era, egli soggiugne, la sicurezza colla quale allora si battevano: i soldati durante la battaglia erano coperti d'impenetrabile armatura, e quando s'arrendevano non erano mai uccisi; di modo che sotto la doppia salvaguardia della loro armatura e del diritto della guerra, non potevano perire nella zuffa, nè dopo[147].» Pare per altro che il Machiavelli esagerasse alquanto questa sicurezza de' combattenti, per fare maggiore impressione sui leggitori. Dietro il Biordo, segretario apostolico, contaronsi nell'armata del Piccinino sessanta morti e quattrocento feriti; e stando al Poggio, soltanto quaranta morti: in quella de' Fiorentini, dicono essi, trovaronsi duecento feriti, dieci de' quali morirono in conseguenza delle loro ferite[148]. Gli altri storici contemporanei, parlando di questa battaglia, nulla dicono de' morti o de' feriti[149].

Il Piccinino, abbastanza fortunato di non essere inseguito a Borgo san Sepolcro, ove non avrebbe potuto schivare d'essere fatto prigioniero, ne sortì all'indomani della battaglia, ed i Fiorentini vi entrarono il giorno dopo. Questi, invece d'accettare la sovranità di Borgo che voleva porsi sotto la repubblica, restituirono la città alla Chiesa, facendosi soltanto garanti de' privilegi accordatile nella sua capitolazione. Frattanto le domande degli abitanti di Borgo risvegliarono qualche diffidenza tra il generale della Chiesa e quello della repubblica; essi si divisero; il patriarca con metà dell'armata corse lo stato ecclesiastico per ristabilirvi l'autorità del papa, mentre Neri Capponi coll'altra metà entrò nel Casentino, riprese i castelli ribellati, e cacciò da' suoi feudi il conte di Poppi. Fu questi l'ultimo dei discendenti del conte Guido, che avesse sovranità in Toscana. Gli fu accordato di ritirarsi dal Casentino colla moglie, coi figli e con trenta muli carichi; ma il piccolo suo principato, che comprendeva diverse fertili valli e molte fortezze presso alle sorgenti dell'Arno, e che aveva ubbidito cinquecento anni alla di lui famiglia fino dai tempi del grande Ottone, passò a perpetuità sotto il dominio della repubblica fiorentina[150]. Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi abbandonò per sempre la Toscana, ed andò a soggiornare in Ancona, di dove fece un pellegrinaggio in terra santa. Dopo il ritorno, mentre festeggiava le nozze d'una sua figliuola, morì improvvisamente a tavola; felice, dice il Machiavelli, di avere lasciata la vita nel meno infelice giorno del suo esilio[151]!