Sperava lo Sforza di soccorrere Brescia liberando questa piccola flotta, e mettendola in comunicazione col piano di Verona. A quest'oggetto venne ad assediare Bardolino, castello posto sulla riva occidentale del lago tra Peschiera e Garda, il quale era difeso da una guarnigione mantovana. Ma i segnali con cui dava avviso alla flotta di avvicinarsi, o non furono visti, o non furono intesi. Per lo contrario il Piccinino aveva fatta uscire la sua flotta da Peschiera, ed aveva rinforzata la guarnigione di Bardolino; onde lo Sforza, dopo avere perduta molta gente per le malattie, cagionate dall'eccessivo calore in luoghi insalubri, fu costretto a levare l'assedio[121]. Un'altra perdita tenne subito dietro a questa: i Veneziani avevano mandati mille cavalli e trecento fanti nelle montagne poste al settentrione del lago, per condurre alla loro flotta un convoglio di vittovaglie, e darle modo d'aprirsi un passaggio fino alla riva occidentale, di dove avrebbe potuto comunicare con Brescia. Ma il Gonzaga ed il Piccinino, avuto avviso di questo movimento, il 23 di settembre sorpresero e svaligiarono i soldati che si recavano alla flotta; il 26 attaccarono la flotta medesima nel suo trinceramento, presero tutti i vascelli ad eccezione di due che fuggirono a Peneda, e fecero prigionieri quattro provveditori veneziani, che si trovavano colla flotta o coll'armata[122].

Francesco Sforza indispettito di non corrispondere che con rovesci all'alta aspettazione che di lui avevano le due repubbliche, e pressato dal senato di Venezia a soccorrere gl'infelici Bresciani, risolse all'ultimo d'aprire alla sua grande armata medesima il cammino di Brescia, facendo a traverso alle montagne il giro del lago di Garda. Rimandò adunque i suoi equipaggi a Verona, si avanzò in mezzo all'alpestre catena di monti che divide il lago dall'Adige praticando strade nelle quali la cavalleria pesante era sempre in pericolo, e giunse, superando infinite difficoltà, fino all'angusta pianura di Peneda alla foce della Sarca. Dall'altro lato il Piccinino, avvisato delle strade tenute dal conte Sforza, lasciò il marchese di Mantova a Peschiera, e fece pel lago trasportare la sua armata al castello di Tenna, che chiudeva la piccola valle ov'era entrato lo Sforza. Ebbero luogo tra le due armate diverse scaramucce, ma il Piccinino, che aveva chiuso il suo rivale come in un laccio, evitò lungo tempo un'azione generale. Si lasciò all'ultimo trasportare dall'abituale suo impeto, ed il 9 di novembre accettò la battaglia. Mentre che le due armate erano alle mani, gli abitanti di Brescia, avanzandosi ad incontrare i loro liberatori, comparvero sull'alto delle montagne dietro i corazzieri del Piccinino, e cominciarono a far rotolare sopra di loro grossi macigni. Spesse volte un solo istante decide della sorte delle battaglie; l'armata milanese venne scoraggiata da una comparsa che non era accompagnata da un pericolo ben reale; i corazzieri cercarono di salvarsi, alcuni verso i vascelli, altri verso le fortezze, altri finalmente verso le montagne. Nella insensata loro fuga, caddero per la maggior parte tra le mani de' nemici e furono fatti prigionieri. Contaronsi tra i più illustri Carlo Gonzaga, figlio del marchese di Mantova, Cesare Martinengo e Sacromoro Visconti[123].

Niccolò Piccinino, strascinato nella fuga de' suoi soldati, erasi chiuso nei castello di Tenna; ma ben vedeva che questo castello non poteva lungamente resistere, altronde premevagli di trovarsi in aperta campagna, onde raccogliere le reliquie della sua armata. Prese dunque l'audace risoluzione di attraversare tutto il campo di battaglia, e gli stessi quartieri dei vincitori. Un servitore tedesco, che aveva cura de' suoi cavalli, uomo robusto ed a lui perdutamente attaccato, lo pose in un sacco, se lo caricò sulle spalle e scese nel campo la notte medesima in cui era seguita la battaglia. Raccolse ancora alcune spoglie di morti, che gittò sopra il suo fardello, e mostrando di non avere altro pensiere che quello di raccogliere questo bottino, attraversò tutto il piano in mezzo a' soldati nemici, occupati ancor essi a spogliare gli estinti. Passò ancora senza difficoltà innanzi ai corpi di guardia veneziani, e venne finalmente a deporre il suo padrone a Riva, presso al lago, ove un battello lo condusse a Peschiera[124].

Appena sapevasi nell'armata dello Sforza che il generale nemico più chiuso non era nel castello di Tenna, quando s'intese con sorpresa, che dopo di avere raggiunto il Gonzaga a Peschiera, erano partiti assieme per dare la scalata a Verona. Si dice che un soldato tedesco avesse loro indicati i mezzi d'eseguirla con sicurezza. Nella notte del 16 di novembre si appoggiarono le scale contro il muro del piccolo ricinto detto borgo di santo Zeno: le truppe milanesi, di cui le prime squadre erano condotte da Luigi del Verme, genero del Carmagnola, erano di già padrone della città, prima che la guarnigione pensasse a difendersi. I governatori veneziani ritiraronsi colla guarnigione nella fortezza di san Felice ed in quella della porta di Braida; la città s'arrese senza fare resistenza, ed il marchese Gonzaga, cui era stata promessa in piena sovranità, la preservò dal saccheggio. I soli equipaggi dell'armata dello Sforza vennero divisi tra i vincitori[125].

La sera medesima della presa di Verona ne fu data notizia allo Sforza, che stringeva l'assedio di Tenna, e che di già aveva approfittato della vittoria per mandare a Brescia vittovaglie ed alcuni soldati. Alla rapidità del suo nemico risolse d'opporre un'eguale prontezza; partì all'istante, sperando tuttavia che il Piccinino, sebbene padrone di Verona, non avrebbe potuto in così breve tempo prendere tutte le necessarie misure per difenderla. In fatti attraversò senza difficoltà le chiuse dell'Adige. La fedeltà di Giacomo Marancio aveva conservato a' Veneziani il comando di quest'importante passo, aperto tra due montagne a picco, pel quale due uomini a cavallo non possono passare di fronte. Il marchese di Mantova, allorchè prese Verona, vi aveva trovata la moglie ed i figli di Marancio, comandante delle chiuse; gli aveva fatto sapere, che questi ostaggi risponderebbero della sua ubbidienza; che s'egli voleva salvarli, doveva chiudere il passaggio allo Sforza ed impedire il suo ritorno. Questo generoso cittadino non bilanciò punto tra il suo dovere e gl'interessi del proprio cuore. Egli fece prendere le armi a tutti gli abitanti della valle: «La sorte di quanto io tengo di più caro al mondo, disse loro, potrebbe accecarmi intorno a ciò che la patria e l'onore domandano da me; nelle vostre mani adunque io depongo il deposito a me confidato, poichè voi non potete scordarvi la fedeltà dovuta alla signoria di Venezia; custodite questo passo pel suo onore, e pel vantaggio di Francesco Sforza suo generale[126].» Il Piccinino non aveva potuto, ne' tre giorni che comandò a Verona, impadronirsi delle fortezze occupate dai Veneziani, e non aveva creduto che fosse ancora tempo di separarle dalla città con un nuovo ricinto. Quand'ebbe avviso dell'impensato arrivo dello Sforza nel piano di Verona, spedì ordine a Taliano Furlano, uno de' suoi luogotenenti, di rientrare in città con il corpo di truppe da lui comandate. Taliano ricusò d'ubbidire, appoggiandosi ad un contrario ordine del duca di Milano. In fatti il Visconti, ch'erasi obbligato a cedere Verona al Gonzaga, geloso dell'ingrandimento del suo alleato, aveva prese segrete misure per far ricadere la sua conquista in mano al nemico[127]. Il Piccinino, contrariato ne' suoi progetti, non potè vietare allo Sforza di rientrare in città, la notte del 19 al 20 di novembre, pel castello di san Felice; ebbe subito luogo una zuffa nelle strade; la cavalleria milanese rimase perdente e venne cacciata fuori delle mura, e Piccinino riperdette Verona colla medesima rapidità con cui l'aveva acquistata[128].

Ma sebbene non avesse potuto conservare tale conquista, non aveva per ciò meno operata una possente diversione, e tolto allo Sforza tutto il frutto della vittoria di Tenna. Egli gli aveva inoltre impedito di arrecare soccorso agli abitanti di Brescia, sempre più oppressi dalla fame, dalle malattie e dalle incursioni dei loro nemici. La signoria eccitava lo Sforza a tornare in soccorso di questi sventurati; e lo Sforza, malgrado il rigore dell'inverno, uno de' più aspri che si fossero da lungo tempo provati, condusse di nuovo la sua armata tra le montagne dalle quali riceve le acque il lago di Garda, e ricominciò l'assedio di Tenna. Questo piccolo castello, cui il Piccinino non osò di affidarsi, resisteva sempre, e chiudeva ai Veneziani la strada di Brescia. Bentosto i ghiacci e le alte nevi, che i soldati italiani non erano accostumati a disprezzare, stancarono le truppe, e per la seconda volta fu levato l'assedio di Tenna. L'armata, mancante di viveri e di foraggi, fu ricondotta ai quartieri d'inverno a Verona[129]; e soltanto Serpellione e Troilo, due dei luogotenenti dello Sforza, riuscirono ad attraversare le montagne per isconosciuti sentieri, e ad introdurre in Brescia un piccolo convoglio di munizioni con trecento fanti.

Durante tutta la campagna del 1439 le ostilità non eransi stese fuori della Lombardia; pure Filippo Maria era impaziente di castigare i Fiorentini della loro interposizione, e di costringerli col conte Sforza a difendere i proprj stati. Il Piccinino in particolar modo era geloso dello Sforza; non poteva darsi pace che questo generale avesse preso posto tra i sovrani coll'acquisto della Marca, mentre egli medesimo, che l'Italia per talenti e per valore pareggiava allo Sforza, egli medesimo, che, quale erede ed allievo di Braccio, avrebbe potuto aspirare alla sovranità che questo generale si era formata, non aveva che una precaria esistenza dipendente dal principe che lo assoldava. Egli supplicava il duca di Milano a non farlo combattere in Lombardia per città che poco o nulla curavasi d'avere o di perdere, ma di mandarlo piuttosto nella Marca, che sperava di togliere in poco tempo al suo rivale. Sufficienti truppe, egli diceva, rimarrebbero ancora dopo la di lui partenza per continuare l'assedio di Brescia; Fiorentini, temendo per la Toscana, richiamerebbero lo Sforza, il quale vorrà piuttosto accorrere in difesa de' proprj stati, e prevenuto in ogni luogo, non soccorrerà Brescia, non coprirà la Toscana, nè salverà il suo principato.

Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi aggiugneva le sue istanze a quelle del Piccinino, e sempre persuaso che i Fiorentini non potessero accostumarsi al suo esilio, e che accoglierebbero con vivo piacere quell'armata che lo riconducesse in patria, altro non domandava per essere sicuro del successo che di essere rimandato in Toscana. Frattanto una trama ordita con Giovanni Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, fu ancora un più potente motivo per togliere Filippo ad ogni incertezza. Questo prelato guerriero, favorito ministro di Eugenio IV, rendeva da lungo tempo odioso il suo signore colla sua arroganza e colla sua crudeltà. Erasi veduto nella guerra di Napoli promovere il guasto delle campagne nemiche con esecrabili promesse di grazie spirituali a pro di coloro che farebbero abuso delle armi temporali; aveva accordato ai suoi soldati cento giorni d'indulgenza in purgatorio per ogni pianta d'ulivo che taglierebbero[130]. Sebbene il suo padrone avesse presa parte nella lega delle due repubbliche, egli conservava un violento rancore contro Francesco Sforza che lo aveva battuto nella Marca d'Ancona. Lo avevano pure offeso i Veneziani ed i Fiorentini: aveva da loro ricevuti venti mila fiorini per allestire l'armata con cui doveva agire contro Filippo al di là degli Appennini; ma dopo aver toccato il danaro aveva mancato alle sue promesse, ed impiegati i soldati nell'assedio di Foligno. I Fiorentini ed i Veneziani se ne querelarono presso Eugenio IV, il quale ebbe la debolezza di comunicare le loro confidenziali lagnanze al suo favorito, che giurò di vendicarsene. Il Vitelleschi propose segretamente al Piccinino di unire le loro truppe per opprimere i Fiorentini; si soggiunge che volesse in appresso far morire Eugenio IV per innalzarsi in sua vece sul soglio pontificio[131]. Aspettava con impazienza l'arrivo dell'armata milanese per dichiararsi; ed il Visconti, sicuro di così potente alleato, non tardò ad annuire alle inchieste del Piccinino.

Questi lasciò in febbrajo del 1440 i suoi quartieri d'inverno, seco conducendo sei mila cavalli. Il giorno 7 passò il Po per unirsi a Manfredi nel territorio di Faenza[132]; mentre Neri Capponi e Davanzati, ambasciatori fiorentini, giugnevano nello stesso tempo a Ferrara, per recarsi a Venezia onde concertare il piano della vegnente campagna[133]. Questi due generosi cittadini, lungi dal lasciarsi intimidire dal pericolo che si avvicinava alla loro patria, si unirono ai Veneziani per persuadere lo Sforza a tentare di nuovo la liberazione di Brescia; dichiararono che Firenze ben saprebbe mettere in piedi un'altra armata per opporla al Piccinino, quando per lo contrario lo stato di terra ferma de' Veneziani sarebbe immancabilmente perduto, se lo Sforza lo abbandonava. In fatti il Gattamelata, quel generale che aveva prima il comando delle truppe veneziane, era stato tocco da una paralisia nelle montagne di Tenna, e fino alla sua morte, accaduta il 16 gennajo del 1443, non fece che languire[134]. Verun altro generale non vedevasi da tanto di poter supplire in assenza dello Sforza, e privi di questo generale i Veneziani non isperavano di poter salvare le province occupate dal nemico.