CAPITOLO LXIX.

I Fiorentini abbracciano con vigore la difesa di Venezia; battaglia di Tenna, d'Anghiari e di Soncino. — Liberazione di Brescia. — Pace di Martinengo, in forza della quale il Visconti dà sua figlia a Francesco Sforza, generale de' suoi nemici.

1439 = 1441.

L'alleanza che univa le due repubbliche di Firenze e di Venezia era l'opera della nobile ed illuminata politica degli Albizzi. Questi grandi politici avevano sentito che non avvi sicurezza per una nazione, che nelle alleanze che si associano a tutte le opinioni popolari; in quelle che sono approvate da ogni cittadino, assecondate dalla sua inclinazione e mantenute dall'intimo sentimento del suo cuore. Le profonde sensazioni della libertà della religione, o ancora le memorie di una lunga protezione, e di una lunga riconoscenza, possono servire di base a somigliante alleanza, perchè ancora tra gli uomini corrotti i sublimi sentimenti conservano un'influenza universale; ma le leghe formate per progetti di conquiste e d'usurpazioni, le leghe fondate soltanto sopra stretti calcoli di politica, sulle affezioni, o sui privati vantaggi de' capi dello stato, non hanno base nel cuore degli uomini, e sono abbandonate nell'istante medesimo in cui rimane sospeso l'interesse che le dettò: altrettanto infedeli nelle avversità quanto esse parvero indissolubili nella prosperità, essi ingannano nell'una e nell'altra fortuna, accrescono ne' prosperi avvenimenti una pericolosa ambizione, ispirano nella sventura un'ancora più pericolosa sicurezza, e sono quasi sempre cagione della ruina di coloro che ripongono la confidenza loro in questi appoggi regali, che poi si trovano tanto caduchi.

Due uomini ambiziosi trovavansi di quest'epoca alla testa delle due repubbliche, ed avevano ottenuta nella loro patria un'autorità non riconosciuta dalla costituzione dello stato. Cosimo de' Medici di null'altro occupavasi in Firenze che dell'aggrandimento della sua famiglia; a Venezia il doge Foscari voleva procurare alla sua magistratura lo splendore d'una grande gloria militare: l'uno e l'altro consultando i privati suoi interessi, o le proprie individuali passioni, eransi allontanati dalla strada loro indicata dall'amore dei due popoli; avevano dimenticato che la sola loro politica doveva essere quella di mantenere la libertà dell'Italia, ed avevano acconsentito che fossero separati in una guerra cominciata di comune accordo. Francesco Foscari aveva creduto di poter riposare per la difesa della repubblica sopra alleanze regali; aveva creduto che i trattati conchiusi dalla signoria coi piccoli principi della Romagna, il signore di Ravenna, ed i marchesi di Ferrara e di Mantova sarebbe per lei una sufficiente guarenzia, e non aveva preveduto che una sola battaglia perduta la priverebbe di tutto ciò che i principi le avevano promesso sopra la mal sicura loro fede, ma che non era stato sanzionato dal sentimento dei popoli. Per lo contrario il Foscari non faceva verun fondamento sopra i Fiorentini, i quali lo accusavano di aver loro fatto perdere Lucca, il di cui acquisto era quasi sicuro, e che di già avevano firmata una tregua col nemico; ma sebbene il trattato d'alleanza fosse disciolto, e qualunque si fosse la politica de' capi di parte, il sentimento popolare era permanente; i Fiorentini non si chiedevano già quale patto gli unisse alla repubblica di Venezia, ma si chiedevano se questo stato non conservava tuttavia il nome di repubblica, e se non era oppresso da un tiranno. Sempre apparecchiati ad esporsi pel bene comune ed a sacrificare i presenti vantaggi della pace a quelli dell'avvenire, avevano di già scordato l'antico rancore, più ad altro non pensavano che a mantenere l'equilibrio e la libertà dell'Italia, ed avevano cercato in prevenzione d'assicurarsi l'appoggio del conte Francesco Sforza.

La sorte della guerra poteva guardarsi come dipendente dalla decisione che prenderebbe questo generale: pareva ch'egli solo potesse far piegare la bilancia, dichiarandosi per le repubbliche o pel duca di Milano. Questi l'aveva sentito, e cercava da lungo tempo ad allacciare lo Sforza co' suoi intrighi. Per guadagnarselo l'andava continuamente intrattenendo intorno al vicino matrimonio della promessagli figlia. Tutti gli apparecchi sembravano di già fatti per la festa; anche le vesti della sposa erano terminate, e si aveva avuta la destrezza di farle vedere agli amici dello Sforza. Il giorno delle nozze era stato determinato replicatamente; i giuochi, i divertimenti coi quali dovevano celebrarsi erano stati preventivamente ordinati, e non pertanto il Visconti trovava sempre qualche pretesto per dare addietro, e ritirare una promessa che non aveva intenzione di mandare ad effetto. Finalmente i Fiorentini fecero comprendere allo Sforza ch'egli era il trastullo del duca di Milano, che questi lo teneva ozioso per aver tempo di scacciare i Veneziani da tutto il continente, che i Fiorentini non erano abbastanza ricchi per mantenere essi soli l'armata del conte, il quale troverebbesi ad un tempo senza soldati e senza alleati, e che il duca non avendo più motivo di temere, non tarderebbe a rompere tutti gl'impegni con lui contratti. Lo Sforza, offeso da così lunga dissimulazione, accettò il trattato propostogli da Giovanni Pisani, che fu sottoscritto il 18 febbrajo del 1439. I Fiorentini davano ogni mese al conte 8400 fiorini pel mantenimento della sua armata, ed i Veneziani si obbligavano a dargliene 9000. Inoltre le due repubbliche promettevano di prendere al loro soldo il signore di Faenza, il marchese di Ferrara, Pandolfo Malatesti, e Pietro, figliuolo di Giovan Pagolo Orsini. I Veneziani dovevano portare il peso dei due terzi di questo armamento, il terzo i Fiorentini[113].

Neri, figlio di Gino Capponi, che ci lasciò alcune memorie intorno alla storia de' suoi tempi, fu mandato dalla repubblica fiorentina presso Francesco Sforza per persuaderlo a passare il Po, ed a fare la guerra al duca di Milano senza restrizioni e senza riguardi. Di là passò a Venezia per terminare il trattato. Il Capponi, introdotto avanti alla signoria, rimproverò i Veneziani di non aver avuta maggior fiducia ne' loro antichi alleati. «Voi avete esitato a ricorrere a noi, disse a loro, e non pertanto voi conoscevate per lunga esperienza gli sforzi che noi siamo apparecchiati a fare per la difesa della libertà; voi sapete che da lungo tempo questa causa è tra di noi comune. Voi non dovevate conservare la memoria de' cattivi ufficj che ci rendeste, per tenerci gli uni lontani dagli altri, ma ricordarvi soltanto de' servigj che avete da noi ricevuti, i quali sono l'arra di quelli che riceverete in appresso[114].» Il discorso del Capponi fu dalla signoria ascoltato coll'attenzione che si darebbe ad un oracolo. I consiglieri non ebbero la pazienza di aspettare che il doge vi rispondesse secondo il costume della repubblica; ma fattisi tutti in piedi colle mani alzate e cogli occhi bagnati di lagrime, ringraziarono i Fiorentini d'avere loro renduto un così segnalato servigio; ringraziarono il Capponi d'averlo eseguito con tanta diligenza e zelo, e promisero che giammai nè essi, nè i loro discendenti dimenticherebbero di dovere la salvezza loro ai Fiorentini[115].

All'aprirsi della bella stagione, Francesco Sforza con otto mila uomini di cavalleria pesante partì dalla Marca di Ancona, dove aveva i suoi quartieri di inverno, attraversò rapidamente la Romagna, i territorj di Forlì e di Ravenna, passò il Po presso Ferrara, e recossi per Chiozza a Venezia[116]. Non solo Bergamo e Brescia, ma Verona e Vicenza trovavansi circondate dai nemici: il Gattamelata erasi trincerato dietro i canali di Padova col rimanente dell'armata veneziana, e tutto quanto trovavasi al di là di questi canali, ad eccezione delle quattro città assediate, era perduto. Il Piccinino, quando si vide a fronte lo Sforza e la sua nuova armata, non volle compromettere con una battaglia le conquiste ch'egli risguardava come sicure; si coprì con un profondo canale in mezzo alle paludi dell'Adige, a cinque miglia da Soave nei veronese; e siccome l'arte di gettare i ponti sui fiumi era ancora affatto sconosciuta, egli rese vane tutte le minacce de' nemici, ai quali non fu possibile di obbligarlo a combattere[117].

L'armata alleata comandata da Francesco Sforza ammontava a quattordici mila cavalli e ad otto mila fanti; ma mentre quest'armata non poteva avvicinarsi al nemico, i corpi staccati che i Veneziani avevano lasciati presso di Brescia e di Verona venivano successivamente battuti e fatti prigionieri dai Milanesi. Brescia inoltre provava gli orrori della fame, e tutta la magnanimità, tutto l'attaccamento di Francesco Barbaro, che divideva ancor esso coi cittadini tutte le privazioni di una terra assediata, appenna bastavano a sostenerne il coraggio[118]. Lo Sforza, impaziente di liberare il territorio della repubblica dalla presenza de' nemici, vedendo di non poter forzare il passaggio de' canali e de' trinceramenti del Piccinino, si diresse verso i monti Euganei, e malgrado l'opposizione de' corpi destinati a difenderli, gli attraversò e scese nel piano veronese. Il Piccinino vedendosi circondato da ogni banda si affrettò d'evacuare Soave, e di ripiegare dietro l'Adige. Non fu però così facile il far levare il blocco di Brescia separata dal territorio veneziano dagli stati di Mantova. Erasi fin allora sperato di poter soccorrere questa città attraversando il lago di Garda. Durante l'inverno i Veneziani avevano trasportato fino a questo lago, per mezzo alle montagne che lo circondano, due galere grandi e tre mezzane, e venticinque barche armate[119]. Questa piccola flotta, entrando nelle acque del lago, si trovò padrona della sua navigazione, ed aprì qualche comunicazione con Brescia. Ma il duca di Milano fece armare a Peschiera una flotta assai più considerabile; pose guarnigione in tutti i castelli situati sulle due rive, ed il provveditore Pietro Zeno, che comandava i Veneziani, fu forzato di ritirarsi colla sua flotta a Torboli, presso alla foce della Sarca, all'estremità settentrionale del lago, ove circondò le sue galere con forti palafitte, per difenderle contro que' nemici coi quali non poteva più misurarsi[120].