Niccolò Piccinino, capo de' soldati formati prima da Braccio, era tra gli altri generali d'Italia il più ligio al duca di Milano. Sarebbesi ancora giudicato il migliore e posto forse al di sopra di Francesco Sforza, se non avesse talvolta arrischiata per soverchio ardire la propria riputazione. Piccinino, il confidente di tutti i segreti del duca ed il suo più intimo confidente, si mostrò fieramente adirato, quando seppe l'accordo di Francesco Sforza e del Visconti, il di cui prezzo essere doveva la mano di Bianca. Si lagnò altamente che il duca di Milano promettesse al suo più costante nemico ricompense assai più brillanti di quelle che avesse mai fatte sperare al suo più fedele servitore. Nello stesso tempo condusse le sue truppe a Camurata in Romagna tra Forlì e Ravenna e vi si afforzò, come se volesse porsi al sicuro dalla collera del suo antico signore. Quando la notizia di questa contesa si trovò bastantemente accreditata, il Piccinino fece segretamente offrire al papa di ricuperargli tutti gli stati che aveva infeudati allo Sforza, e che tanto spiacevagli di avere alienati. Altro non gli chiedeva il condottiere che un poco di danaro per pagare il soldo alle truppe. Eugenio accolse subito questa proposizione, mandò cinque mila fiorini al Piccinino, e promise di accordargli più magnifiche ricompense, tosto che questi avrebbe fatto discendere l'odiato rivale Sforza dall'alto rango in cui era salito, e che avrebbe ristituiti i suoi stati alla Chiesa e privato il duca di un esperto generale. Il Piccinino allettò lungamente il pontefice con questo trattato, mentre andava fortificando il suo campo in Romagna, che occupava tutte le strade di Bologna, e che suo figlio, attraversando lo stato della chiesa giugneva fino nel centro dell'Umbria. Improvvisamente quest'ultimo sorprese e saccheggiò Spoleti; ed il padre, cavandosi nello stesso tempo la maschera, venne il 16 aprile del 1438 ad assediare Ravenna. Ostasio da Polenta, alleato del papa e dei Veneziani, che regnava in questa città, fu forzato per fare la pace a congedare la guarnigione veneziana che aveva ricevuta tra le sue mura, ed a porsi sotto la protezione del duca di Milano[101].

Ma lo stratagemma del Piccinino tendeva ad uno scopo assai più importante e l'acquisto ch'egli ambiva di fare più non poteva fuggirgli di mano; era questo Bologna, la seconda città dello stato della Chiesa. Lo stesso papa vi aveva lungamente soggiornato, e credeva, quando tre anni prima aveva preso possesso di Bologna, di essersene assicurata l'ubbidienza con un tradimento, ch'egli risguardava come un colpo di stato. Il suo legato, il vescovo di Concordia, eravi entrato il 6 dicembre del 1435; vi aveva subito pubblicato l'ordine d'Eugenio che riconciliava tutti i partiti, ed accordava la pace agli emigrati. Appoggiato a tale assicurazione Antonio Bentivoglio, che da quindici anni viveva in esilio era rientrato il 4 di dicembre colla maggior parte de' suoi amici in una patria che aveva governata come sovrano. Il 23 dello stesso mese era andato ad udire la messa, che celebrava lo stesso legato: uscendo dalla cappella si vide circondato dalle guardie del legato; gli fu tolto l'uso della lingua in bocca, e senza interrogatorio, senza giudizio, il podestà, ch'era in allora Baldassar di Offida, gli fece tagliare il capo nel cortile della sua casa. Il podestà aveva nello stesso tempo fatto invitare Tommaso Zambeccari a recarsi presso di lui; questi, andatovi senza diffidenza, venne impiccato senza che potesse gridare innanzi all'altare della cappella del palazzo. Il legato, per inspirare maggior terrore, volle che l'uno e l'altro morissero senza confessione, credendo di perdere in tal modo non meno le loro anime che i loro corpi. Li fece poi seppellire senza veruna cerimonia ecclesiastica, ed intanto ebbe l'impudenza di non accusarli di verun delitto, e non pretese di giustificare quest'orribile esecuzione che col timore inspiratogli dal numero troppo grande de' loro partigiani[102].

Eugenio IV essendosi in tal modo disfatto di questi capi che il popolo erasi avvezzato a rispettare, non pensava che Bologna potesse mai più scuotere il suo giogo; vi aveva fissata la sua residenza, ed eravi rimasto finchè gli affari del concilio l'avevano chiamato a Ferrara. Ma la pubblica esecrazione è l'immancabile conseguenza d'una pubblica perfidia; come più l'arco è fortemente curvato, così con maggiore sforzo tende a raddrizzarsi. Non fu appena Eugenio IV uscito di Bologna che i cittadini, diretti dagli amici e dai capi che ancora rimanevano alla casa Bentivoglio, presero le armi la notte del 21 maggio del 1438, aprirono le porte a Niccolò Piccinino che pose guarnigione nella fortezza, nominarono magistrati popolari, e sotto la protezione del duca di Milano e del suo generale, ritornarono a Bologna l'antico suo governo repubblicano[103]. Faenza, Imola e Forlì, si sottrassero nello stesso tempo all'autorità della Chiesa per porsi sotto la protezione del Visconti e del Piccinino. Astorre Manfredi, principe di Faenza e d'Imola, abbandonò liberamente l'alleanza del papa per quella del duca; per lo contrario Antonio degli Ordelaffi, che due anni prima era stato dal legato scacciato dal suo principato di Forlì, vi rientrò per mezzo d'una rivoluzione[104]. I Bolognesi e la maggior parte della Romagna essendo stati tolti al papa da quello stesso che si era cattivata la sua confidenza, il Piccinino scrisse ad Eugenio per rendergli un derisorio conto della commissione ond'era da lui stato incaricato, dichiarando che un pontefice che aveva cercato di porlo in discordia col suo padrone con vergognosi artificj, aveva giustamente meritato di perdere egli medesimo i proprj stati per un simile artificio[105].

Filippo Maria altro non aspettava che l'esito di questi varj intrighi per attaccare i Veneziani. Di già parevagli d'averli bastantemente staccati da tutti i loro alleati. Firenze, che in tutte le precedenti guerre era loro stata così intimamente unita, non sapeva perdonar loro d'averle nell'ultima fatta mancare l'impresa di Lucca. Altronde questa città, spaventata dalle rivoluzioni di tutta la Romagna, non doveva punto curarsi di prendere parte in una pericolosa guerra. Francesco Sforza erasi innoltrato negli Abruzzi fino ad Atri, aveva fatti dichiarare tutti i suoi vassalli per Renato d'Angiò, e di già cagionava ad Alfonso grandissimo danno: ma il Visconti, non volendo compromettere più oltre il suo vero alleato, fece, contro ogni aspettazione, significare a questo generale, che dovesse metter fine alle ostilità nel regno di Napoli, sotto comminatoria di vedersi sospeso il soldo che gli pagavano i Fiorentini[106]. Lo Sforza, di già impegnato in una difficile lotta, bisognoso di danaro, ed ignorando fino a qual punto potrebbe il duca di Milano avverare la sua minaccia, non pareva in istato di portare le sue armi in Lombardia; ed altronde era scontento de' Veneziani, ed il Visconti non lasciava d'averlo piuttosto in conto di alleato che di nemico. Finalmente Eugenio IV, che aveva perduto parte de' suoi stati, era ancora più atterrito dagli attacchi del concilio di Basilea che da quelli del Piccinino; imperciocchè il primo lo aveva deposto, sostituendogli Amedeo VIII di Savoja, amico del Visconti, che prese il nome di Felice V. Giovanni Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, aveva lasciata l'alleanza de' Veneziani ed il comando della loro armata, per passare a quella del duca, e la posizione de' suoi stati tra il Bresciano ed il Veronese rendeva la di lui alleanza doppiamente importante[107].

Niccolò Piccinino venne incaricato di approfittare di così favorevoli circostanze, e lo fece con quel vigore, con quella rapidità, che distinguevano gli allievi di Braccio. Attaccò prima Casal Maggiore presso Cremona, e l'occupò; attraversò l'Oglio, che Gattamelata, il generale de' Veneziani, volle inutilmente difendere, ed essendosi unito a Giovan Francesco Gonzaga, attaccò Brescia alle spalle; sottomise tutti i castelli e le fortezze de' Veneziani poste intorno a questa città, e sul lago di Garda, e costrinse Gattamelata a chiudersi in Brescia. Allora condusse le sue truppe nelle montagne per togliere ai Veneziani ogni comunicazione con questa città; onde il Gattamelata temette di vedersi affatto separato dagli altri stati della repubblica; risolse perciò di girare intorno al lago di Garda, attraversando le medesime montagne attaccate dal Piccinino, e ricondusse i suoi corazzieri a Verona per così difficili strade, che perdette più di ottocento cavalli[108].

Francesco Barbaro, che in allora aveva il comando di Brescia, era nato nel 1398 da un'illustre famiglia; era senatore ed era stato incaricato in altre occasioni di pubbliche missioni; ma sopra tutto andava debitore della considerazione di cui godeva alla sua eloquenza latina, alle varie sue opere ed alla stretta sua corrispondenza co' più celebri letterati del secolo. Difficile assai era la sua presente situazione; Brescia mancava di munizioni, ed era scoraggiata per la ritirata di Gattamelata e di tutta la cavalleria; altronde le nemiche fazioni, che si erano più volte azzuffate, parevano farsi più vive nell'avvicinamento del pericolo. Il Barbaro pose ogni suo studio nel riconciliarli, e vi riuscì, loro non lasciando altra emulazione che quella dei sagrificj che farebbero per l'onore del nome veneziano[109].

Il Gattamelata era uscito di Brescia il 24 di settembre, e dopo tale epoca il Piccinino aveva dato ogni giorno battaglie a tutte le porte, ora per isvolgere le acque che riempivano le fosse, ora per istabilire le sue batterie; dalle quali quindici bombarde facevano contro la città un continuo fuoco. I Bresciani avevano pure dal canto loro innalzate delle batterie, e tutta la popolazione veniva chiamata alle armi o al lavoro. I magistrati, i prelati, i monaci cavavano o trasportavano la terra in compagnia delle donne e de' fanciulli; tutte le botteghe e le officine erano continuamente chiuse, perchè ogni privata occupazione veniva trascurata per non attendere che alla grandissima della difesa della patria. Erasi in città manifestata la peste nel mese di agosto, e molti cittadini erano fuggiti per sottrarsi a questo flagello; quando cominciò l'assedio ritiraronsi ancora molte altre persone; e Barbaro loro volentieri accordava passaporti per risparmiare le sue munizioni, come il Piccinino le lasciava passare per rendere minore il numero dei difensori. Non restavano omai in Brescia due mila persone atte alle armi, e soltanto ottocento n'erano provvedute. Pure i Bresciani non si scoraggiarono: un terzo della popolazione invigilava ogni notte sotto le tende lungo le mura; e negli assalti generali, come fu quello dell'ultimo di novembre, l'intera città sosteneva l'urto di tutta l'armata. Ma i lavori degli assedianti si andavano avanzando; di già per molte strade coperte essi potevano giugnere fino nelle fosse, senza essere esposti alle artiglierie della piazza; essi avevano in più luoghi rotte le mura; altrove i minatori avevano condotte le gallerie fin sotto la città. Nell'assalto dato il 12 dicembre Brescia non andò debitrice della sua salvezza che al felice accidente, che fece cadere il muro esterno sopra gli assedianti, e non nella fossa, ov'erasi creduto che dovesse cadere. Il sanguinoso attacco che aveva cominciato allo spuntare dell'alba, e che durò fino a sera, si rinnovò all'indomani con eguale accanimento; ma ne' due assalti prodigiosa fu la perdita degli assalitori in paragone di quella degli assediati. Finalmente il 16 dicembre, il Piccinino, che di già aveva perduti due mila uomini sotto le mura di Brescia, e che temeva per la sua armata le malattie dell'inverno, bruciò tutti gli alloggiamenti, e ritirossi in ordine di battaglia. Giunto a qualche distanza dalla città, pose sulle tre principali strade i fondamenti di tre ridotti, tra i quali divise la sua armata, continuando in tal modo in onta del rigore della stagione il blocco della città, che più non isperava di prendere d'assalto[110].

Il Gattamelata cercò di far entrare soccorsi in Brescia a traverso alle montagne, ma tutti i convogli caddero in mano agli assedianti. D'altra parte i Veneziani fecero allestire sul Po una flotta d'oltre sessanta galere e di molti altri bastimenti, della quale ne affidarono il comando a Pietro Loredano, sperando con queste imponenti forze di conservarsi l'alleanza del marchese di Ferrara, e d'intimidire quello di Mantova; ma avanti che la flotta fosse interamente equipaggiata, il Gonzaga ebbe tempo di guarnire il Po di forti palafitte presso Sermide, Ostiglia e Revere, e di disporre dell'artiglieria sulle rive; onde il Loredano non potè avanzarsi[111].

I Veneziani, che omai più non avevano che un'armata debole e scoraggiata, vedevansi in pericolo di essere scacciati dal continente. I territorj di Verona e di Brescia erano occupati dai nemici, e le due città chiuse così da vicino, che aspettavasi da un giorno all'altro la notizia della loro resa. La repubblica trovavasi vivamente attaccata dal marchese di Mantova, e non osava di far fondamento sull'alleanza di quello di Ferrara: vero è che in appresso si acquistò l'amicizia di questi ed i suoi buoni ufficj, ma mediante la restituzione del Polesine di Rovigo, che da oltre trentun'anni teneva in pegno, e che non avrebbe mai restituito, qualora non si fosse trovata in estremo pericolo. Venezia, umiliata in una sola campagna, sentì allora tutto il prezzo dell'alleanza di Firenze, di cui aveva fatto sì poco conto. Malgrado la estensione de' suoi possedimenti di terra ferma, sentì che ancora non era giunto l'istante di contrastare colle sole sue armi la suprema autorità in Lombardia alla troppo potente casa Visconti; e la signoria spedì Giovanni Pisani nella Marca d'Ancona presso Francesco Sforza e Francesco Barbarigo presso la signoria di Firenze, per rinnovare un'alleanza che la tregua di dieci anni, soscritta il 28 aprile del 1438 tra Firenze ed il duca di Milano, aveva in certo qual modo annullata[112].