Era unicamente pel mantenimento dell'equilibrio d'Italia, che il conte Francesco Sforza mostrava tanta moderazione. La di lui ambizione non rimaneva soddisfatta, come quella degli altri condottieri, dalle semplici vicende della guerra; di già nudriva la speranza di raccogliere un giorno parte dell'eredità del duca di Milano, facendo valere gl'incerti diritti di Bianca, figliuola naturale di questo duca, di cui gli era stata da gran tempo promessa la mano. Più non rimaneva alcuna prole legittima de' Visconti per riclamare la loro eredità, e le pretese d'una bastarda potevano acquistare qualche valore dall'appoggio d'un soldato di fortuna. Ma lo Sforza conosceva le astuzie, la falsità e l'inconseguenza del futuro suo suocero; sapeva che il solo timore aveva potuto ispirargli l'idea di formare questo parentado; non voleva comprometterne l'importanza, o cessare un solo istante di comparire formidabile agli occhi del duca di Milano, di cui domandava sempre la figlia. Voleva in pari tempo conservare la sua sovranità della Marca, la riputazione di primo generale d'Italia, ed il comando della più bella armata. S'egli la metteva al soldo del Visconti, arrischiava di vederla dispersa o distrutta dagli artificj e dalla gelosia di colui che si sarebbe dato per padrone. Egli non era ricco abbastanza per mantenere i suoi soldati a proprie spese; onde richiedeva il suo vantaggio ch'egli s'unisse alle due repubbliche, che sole bilanciavano la potenza del duca; che fosse sempre apparecchiato a combatterlo, e che non lasciasse in pari tempo d'accarezzarlo; finalmente che mantenesse, non meno colle armi che coi trattati, l'equilibrio dell'Italia, il quale era oggetto della politica degli stati, cui egli serviva[88].
Voleva questa politica che non si alterasse l'unione delle due repubbliche col papa, poichè la loro lega appena uguagliava la forza di quella del duca di Milano con Alfonso; e l'equilibrio di queste due leghe era la sola guarenzia dell'esistenza di tutti i piccioli stati dell'Italia. Altronde ciascheduno trovavasi avere ai suoi servigj un'associazione militare, il più delle volte indicata col nome di scuola; e la rivalità di queste due scuole formava la sicurezza dell'uno e dell'altro partito. Eransi esse formate in sul declinare del quattordicesimo secolo; l'una da Braccio da Montone, e l'altra da Sforza Attendolo, padre del conte Francesco. L'inimicizia di questi due grandi capitani, ch'erasi mantenuta viva fino alla loro morte, passò in tutti gli allievi ch'essi avevano ammaestrati nel mestiere delle armi, e che, dispersi in servigio di tutti gli stati d'Italia, erano pur sempre uniti da questa gelosia di corpo. La milizia, ossia scuola di Braccio, aveva allora per suo capo Niccolò Piccinino, che si mantenne costantemente attaccato al duca di Milano; fu questa una sufficiente ragione agli occhi degli allievi dello Sforza, e del conte Francesco, loro capo, per non abbandonare il partito delle repubbliche. Niccolò Piccinino e Francesco Sforza trovaronsi in faccia l'uno all'altro ai confini dei territorj lucchese e pisano, in ottobre del 1436; ma sì l'uno che l'altro veniva ritenuto dal timore di dar principio ad una nuova guerra, cui i sovrani che servivano non erano ancora pienamente determinati. Le loro scaramucce erano risguardate come effetto della rivalità esistente tra le due scuole, e non interrompevano i trattati di papa Eugenio diretti al mantenimento della pace d'Italia. Frattanto il Piccinino aveva nel cuore dell'inverno assediata Barga, in allora piazza di grande importanza, e la di cui perdita poteva trarsi addietro quella di tutta la Liguria fiorentina, onde i consiglj di Firenze si decisero per la guerra. Ordinarono allo Sforza di soccorrere Barga ad ogni costo, senza risparmiare più oltre i sudditi del duca di Milano o della repubblica di Lucca, la quale aveva acconsentito che s'incominciassero le ostilità nel suo territorio. Lo Sforza fece attraversare le montagne a tre de' suoi capitani con due mila cinquecento uomini, i quali improvvisamente piombando sopra gli assedianti, il giorno 8 di febbrajo del 1437, li ruppero, loro facendo molti prigionieri, e forzandoli a levare l'assedio[89].
Alla notizia delle prime ostilità, che ebbero luogo in Toscana, i Veneziani ordinarono al loro generale, Giovan Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, di occupare la Ghiara d'Adda; questa diversione costrinse il Piccinino a ripassare in Lombardia per opporsi ai Veneziani[90]. Ma abbandonando la Toscana lasciava, per così dire, la repubblica di Lucca esposta alle vendette di Francesco Sforza. Questo piccolo stato, che conosceva la propria debolezza, e che temeva per la sua indipendenza, aveva quasi sempre creduto di dover far causa comune coi nemici de' Fiorentini. I Lucchesi eransi posti in così pericolosa situazione piuttosto per diffidenza che per ambizione. Dopo avere provocati i loro potenti vicini per compiacere il duca di Milano, trovaronsi soli a fronte loro. Altronde il costante oggetto dell'ambizione della repubblica fiorentina era quello di stendere il suo dominio su tutta la Toscana, ed a più riprese aveva tentato d'impadronirsi di Lucca; nella quale impresa non era riuscita il più delle volte per la gelosia de' proprj alleati piuttosto che per la potenza dei nemici. In primavera del 1437 Francesco Sforza guastò tutto il territorio di Lucca senza incontrare ostacolo. Prese poi Camajore, Monte Carlo ed Uzzano, ragguardevoli castelli che furono mal difesi. Ma i Lucchesi, abbandonando le loro campagne in balìa de' nemici, eransi chiusi entro le loro mura, risoluti di difendersi fino all'ultima estremità. «Che si ruinino i nostri campi (loro aveva detto un magistrato), che s'inceneriscano le nostre ville, che si occupino le nostre terre; se noi salviamo la patria, verrà un tempo in cui riaveremo ogni cosa: ma se perdiamo la patria, invano avremmo salvata ogni altra cosa. Se conserviamo la libertà il nemico non potrà tener sempre i nostri poderi; se noi la perdiamo, non sarà forse in allora ancora padrone de' nostri beni[91]?»
Ma i Veneziani, invece di fare una vantaggiosa diversione, attaccando il duca di Milano, avevano posto il proprio stato in pericolo. Gattamelata, uno de' loro generali, era stato battuto nel passaggio dell'Adda[92], ed il Gonzaga, malcontento di non vedersi onorato di un'intera confidenza, si era dimesso dal comando della loro armata. I Veneziani chiesero caldamente, ed in ultimo ottennero dai Fiorentini il conte Sforza per opporlo al Piccinino; onde lo Sforza, abbandonato l'assedio di Lucca, avanzossi fino a Reggio per richiamare a sè l'armata lombarda che minacciava gli stati di Venezia; ma essendosi per sistema prescritto varj riguardi verso il duca di Milano, voleva soltanto combattere contro le sue armate, ma non invadere i suoi stati. Gli aveva promesso di non passare il Po per attaccarlo, e per quante istanze gli fossero fatte dai Veneziani e dai Fiorentini, mai non volle mancar di parola al duca. I Veneziani sdegnati ricusarono di pagargli il soldo pattuito, e Cosimo De' Medici andò invano a Venezia per mettere d'accordo questa repubblica col suo generale; lo Sforza tornò in Toscana senza avere combattuto in Lombardia. Frattanto una così aperta deferenza pel Visconti gli aveva dato un nuovo credito alla corte di Milano, onde ricominciò le sue negoziazioni per ottenere in matrimonio Bianca, figliuola del duca, tosto che uscirebbe dalla fanciullezza. In pari tempo propose una tregua tra il duca, i Lucchesi ed i Fiorentini, ed infatti ottenne che fosse per dieci anni soscritta, il 28 aprile del 1438. I Fiorentini conservarono le conquiste che avevano fatte sui Lucchesi, i quali furono ridotti a non avere intorno alla città che un territorio di sei miglia di raggio. Per altro in breve tutto il paese tolto ai Lucchesi, durante la guerra, venne loro restituito per accondiscendenza del vincitore, ad eccezione di Monte Carlo, d'Uzzano e del porto di Motrone[93].
I Veneziani, che si piccavano di non abbisognare di esterni soccorsi per mantenere la loro indipendenza, erano stati eccitati invano o a continuare a pagare la parte loro de' sussidj pel mantenimento dell'armata, o ad accettare di concerto coi Fiorentini la pace che lo Sforza offriva di negoziare. Essi rimasero soli impegnati nella guerra, e non si lagnarono dell'abbandono de' loro alleati. Del resto quest'abbandono non durò lungamente, perchè il Visconti doveva nuovamente rendere la guerra generale. La sua inquieta politica, la sua versatilità sembravano accrescersi coll'età. Difficilissimo riesce il potergli tener dietro nel continuo cambiamento de' suoi progetti, non seguendo egli alcun piano vastamente concepito, ma soltanto l'instabilità del proprio carattere. La sua improvvisa alleanza con Alfonso eragli costata la perdita di Genova; per ricuperare Genova aveva posta Lucca in pericolo, ed intrapresa la guerra coi Fiorentini, facendo la pace coi quali sagrificava parte dello stato di Lucca, abbandonava Genova e comprometteva gli interessi d'Alfonso, di cui aveva a così caro prezzo comperata l'alleanza.
Alfonso, carico dei regali del Visconti e libero da ogni taglia, era ripartito alla volta del regno di Napoli, in principio del 1436. Il 2 febbrajo era venuto a sbarcare a Gaeta con tutti i signori che uscivano dalle prigioni di Milano. Gaeta, che aveva sostenuto un lungo assedio per la casa d'Angiò, assedio terminato in un modo così clamoroso per la disfatta di Alfonso, era stata più facilmente vinta dalla sua magnanimità che dalle sue armi. Sei mesi dopo la battaglia di Ponza aveva aperte le porte a don Pedro, fratello del re d'Arragona[94]. Durante questo tempo, Elisabetta di Lorena, moglie del re Renato, erasi recata a Napoli, per prendere il comando dei partigiani della casa Angioina. Suo marito non aveva potuto porsi alla loro testa, perchè per una strana combinazione i due pretendenti al trono di Napoli si trovavano prigionieri nello stesso tempo. La successione di Carlo I, duca di Lorena e di Bari, aveva accesa la guerra, che costò a Renato la libertà. Egli aveva sposata Elisabetta, figlia primogenita di Carlo, che non aveva maschi, e pretendeva di ereditare la Lorena, che gli veniva contesa dal conte Antonio di Vaudemont, fratello dell'ultimo duca. I Lorenesi si erano dichiarati per Renato, il duca di Borgogna si dichiarò per il conte Antonio, e nella battaglia di Bullegneville, accaduta il 2 luglio del 1431[95], Renato fu fatto prigioniero dal duca di Borgogna. Egli era stato da prima rilasciato sulla parola; ma il suo nemico, meno generoso del Visconti, lo costrinse a ritornare alle sue catene quando venne chiamato al trono di Napoli; e non ottenne la libertà che a durissime condizioni, e dopo lunghi negoziati; dovette rinunciare ai suoi diritti sulla Lorena, pagare dugento mila scudi di taglia, e maritare sua figlia primogenita, Jolanda, al principe Ferrì, figlio del conte di Vaudemont. Per cagione di questa, Renato II, duca di Lorena e figliuolo di Ferrì, pretese poi d'avere il regno di Napoli[96].
Mentre Renato era prigioniere, Elisabetta sbarcava a Napoli senza danaro e senza soldati. Ella faceva capitale soltanto dell'appoggio de' partigiani della sua famiglia, costretta di abbandonarsi in loro balia. Alfonso, poco d'accordo co' suoi stati d'Arragona, non era di lei più ricco, e tutti due trovavansi ridotti, per fare la guerra, pressocchè alle sole forze del regno di Napoli. E per tal modo dipendevano dalle fazioni a vicenda trionfanti o vinte, e più ancora dagl'intrighi, dalla venalità e dalla gelosia dei varj loro condottieri, e de' principi feudatarj, che loro vendevano a caro prezzo i proprj soccorsi. Giovan Antonio Orsini, principe di Taranto, era il principale appoggio della fazione d'Alfonso, mentre che Giacomo Caldora[97], condottiere, che fu creato duca di Bari, poi contestabile del regno, sosteneva la causa di Renato. Tutti due non davano che piccole battaglie pei loro principi; ma le inaudite vessazioni ch'esercitavano nelle province, dove si trovavano accantonati, spingevano i popoli alla ribellione, e staccavano ora dal partito d'Angiò, ora da quello d'Arragona i gentiluomini o le città ch'eransi mostrate le più attaccate alla causa dell'uno o dell'altro re.
Papa Eugenio aveva rinunciato alla conquista del regno per sè medesimo, ed aveva abbracciata la parte di Renato. Commise a Giovanni Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, che aveva nominato cardinale nel 1437, d'entrare nel regno per sostenere gli Angioini, e questo guerriero prelato, che non distinguevasi dagli altri condottieri che per essere più perfido e crudele, venne ad accrescere le sventure delle province napoletane, senza rendere molto più forte il partito che difendeva[98].
Non può osservarsi senza maraviglia che Filippo Maria Visconti prese parte in questa guerra per sostenere nello stesso tempo le due fazioni. Da una parte mandò negli Abruzzi Francesco, figlio di Niccolò Piccinino, con un ragguardevole corpo di cavalleria, per soccorrere Alfonso: dall'altro canto lo stesso anno persuase Francesco Sforza, ch'erasi con lui riconciliato, a condurre la sua armata nel regno di Napoli, sotto colore di assicurarsi dell'ubbidienza de' feudi che aveva ricevuti dal padre, ma infatto per assistere il re Renato, cui erasi attaccato da lungo tempo[99]. Una guerra che indeboliva i suoi vicini, che teneva i suoi rivali nell'incertezza, che esercitava i suoi soldati ed impiegava la loro attività, sembrava sempre al duca di Milano un notabile vantaggio; e non credeva d'acquistarlo a troppo caro prezzo colla ruina dei popoli, colla diffidenza de' suoi alleati, coll'esecrazione di tutti. Ma tale detestabile politica fu cagione della ruina de' suoi stati; lo espose in tutto il tempo del suo regno a continui timori e pericoli; e per ultimo, alla sua morte, lasciollo nell'impotenza di far rispettare le sue ultime volontà.
Il Visconti associava la licenza data allo Sforza di attaccare il regno di Napoli ad intrighi a lui più vicini. Non sapeva risolversi a lasciare tra le mani de' Veneziani le città di Bergamo e di Brescia, conquistate in una precedente guerra; ma prima di attaccarle voleva separare la repubblica di Venezia da tutti i suoi alleati. Cercava dunque di dare al papa, ai Fiorentini, al conte Francesco Sforza tali occupazioni che non permettessero loro di prendere parte negli affari di Lombardia[100]. Lo Sforza, chiamato a difendere contro Alfonso i suoi ricchi feudi nel regno di Napoli, più non gli era cagione d'inquietudine, finchè trovavasi a fronte di così formidabile nemico. Rispetto agli altri due, il Visconti era bensì obbligato a non prendere alcuna parte negli affari della Romagna e della Toscana, ma l'astuzia tante volte praticata di far agire i suoi condottieri in loro proprio nome, sempre gli dava il modo d'eludere tutti i trattati.