Due sole repubbliche, Venezia e Firenze, sostenevano con costanza in Italia la causa della libertà, mostrandosi sempre apparecchiate a fare argine ai progetti degli usurpatori, ed a mantenere fra i diversi stati quell'equilibrio che a ciascheduno conservasse la rispettiva importanza e ricchezza. Pure queste due città non avevano una costituzione che fosse propria ad assicurare a loro medesime i vantaggi di quella libertà di cui si mostravano tanto gelose. La forma del governo era tale, che assicurava bensì l'impiego delle forze individuali a favore della causa pubblica, ma non guarentiva colla forza pubblica la libertà, la proprietà e la vita di ogni individuo. Vedevasi in queste repubbliche lo sviluppamento di sommi talenti, di molto zelo, di molte virtù pel servigio della patria; ma non vi si trovava quel felice equilibrio dei poteri, che deve impedire ai magistrati di opprimere il popolo, e ad una fazione di soverchiare l'altra. A Venezia un'autorità forte e segreta faceva tacere tutte le personali passioni, fino dalle loro prime mosse fermava tutte le fazioni, preveniva tutte le rivoluzioni, e non permetteva che alcun uomo, alcun carattere, alcun individuo si staccasse dalla massa comune. Lo spirito non aveva che l'astratta nozione di repubblica; vedevansi sulla scena la signoria, il gran consiglio, il consiglio dei dieci, vedevansi animati da una ambizione profonda, orgogliosa, ostinata, che mai non veniva meno; pure non attaccavasi verun nome alle loro decisioni. Il carattere o le virtù del doge, la prudenza d'un consigliere, i talenti d'un oratore non trasparivano giammai dal velo che copriva tutte le deliberazioni della signoria. Gli stranieri, gli storici, i medesimi sudditi dello stato vedevano sempre la repubblica come un ente ideale, che mai non mutava sistema, che non aveva che eterne passioni, e che pure impiegare sapeva per giugnere a' suoi fini tutti i talenti e tutte le virtù che l'amore di patria può risvegliare in ogni cittadino, quand'egli sente che questa patria osserva le sue azioni, e che ancor egli è qualche cosa nello stato.
Affatto diversa era la repubblica fiorentina; la di lei costituzione era meno forte d'assai che lo spirito pubblico, onde era animata: la signoria, i consiglj, le magistrature, avevano un credito meno stabile, un carattere meno marcato dei cittadini che li dirigevano. I corpi costituiti rientravano nell'oscurità per lasciar figurare gl'individui; ed il potere dello stato, invece d'essere concentrato nelle mani de' pubblici magistrati, trovavasi quasi tutto fuori delle magistrature. Veniva questo esercitato da alcuni uomini la di cui prudenza, la ricchezza, l'eloquenza e le parentele costituivano il credito. A misura che questi uomini, trionfavano gli uni degli altri, che riuscivano a soppiantarsi, a mandarsi reciprocamente in esilio, vedevasi la repubblica passare dalle mani di una famiglia in quelle di un'altra. Allora i diritti de' cittadini venivano violati dalla fazione trionfante, come a Venezia lo erano frequentemente dalla permanente autorità dei magistrati; ma la forma del governo conservavasi press'a poco la medesima, ed il suo spirito esterno era ancora più costante. Vedevasi con maraviglia la politica de' Fiorentini, riguardo a tutto il rimanente dell'Italia, conservarsi così ferma, così irremovibile, come se un antico immutabile senato avesse dettate tutte le sue disposizioni.
La fazione degli Albizzi, che aveva dominato per lo spazio di cinquantatre anni, dal 1381 al 1434, erasi resa benemerita della repubblica fiorentina. In così lungo tempo aveva dato prove di tanta saviezza, costanza, e moderazione nella direzione degli affari, che non era stata pareggiata da quelle che l'aveva preceduta, nè imitata dall'altra, che la seguì. Furono gli Albizzi, che sventarono più volte gli ambiziosi progetti di Giovan Galeazzo, primo duca di Milano, di Ladislao, re di Napoli, e di Filippo Maria Visconti. Nello stesso tempo che avevano in tal maniera mantenuta la libertà dell'Italia, essi avevano rispettata quella del proprio paese. Maso degli Albizzi, Niccolò d'Uzzano e Rinaldo degli Albizzi, che si erano succeduti nella direzione del governo, non avevano mai lasciato di essere semplici cittadini, mai non si erano arrogati nè sullo stato, nè sul proprio loro partito, un'arbitraria autorità, nè avevano impiegato verun mezzo nascosto per accrescere o la propria influenza o le proprie ricchezze. Invece di ricorrere alla forza o alla corruzione per consolidare il loro credito, non avevano altro appoggio che il proprio merito, i talenti ed i parentadi. La rivoluzione che li rovesciò nel 1434, innalzando in vece loro Cosimo de' Medici, cominciò da quell'istante ad alterare in Firenze i principj del governo repubblicano. Il partito dei Medici era distinto dal nome di partito popolare, e il di lui trionfo venne risguardato come una vittoria della democrazia sopra l'aristocrazia; ma appunto per ciò riuscì più funesto ai sentimenti di eguaglianza. Quanto più i partigiani di Cosimo dei Medici erano di un ordine subalterno, tanto più le immense ricchezze, e l'infinita considerazione di questo capo erano sproporzionate alla loro oscurità. Egli diventò l'uomo del suo partito assai più esclusivamente che non lo era stato del proprio Rinaldo degli Albizzi; e da quest'epoca in poi la famiglia dei Medici cominciò a camminare a passi da gigante verso la sovranità della Toscana, di cui si rese padrona dopo un secolo.
Il trionfo del partito dei Medici fu accompagnato da molti atti tirannici. La balìa, che aveva data nuova ferma al governo, percosse con sentenze rivoluzionarie la maggior parte dei capi della vinta fazione. La signoria che sedeva nei mesi di novembre e dicembre del 1434, e che assolutamente era addetta ai Medici, fu ancora più rigorosa. Prolungò il termine dell'esilio di alcuni proscritti, aggravò per altri la pena della relegazione, obbligandoli a soggiornare in luoghi insalubri, o lontani da tutti i loro interessi, stese le sue condanne sopra molte nuove vittime, ed era ne' suoi giudizj meno diretta dalla condotta tenuta da coloro ch'ella condannava, che dall'importanza che dar loro potevano le ricchezze, i parenti ed il numero degli amici[80]. Ella mai non si astenne dallo spargere il sangue. Antonio, figlio di Bernardo Guadagni, venne decapitato con altri quattro cittadini; e furono visti con non minore maraviglia che spavento tra coloro che subirono l'estremo supplicio Cosimo Barbadori e Zanobio Belfratelli, i quali, avendo abbandonato il luogo della loro relegazione per andare a Venezia, eranvi stati arrestati per ordine della signoria e mandati a Cosimo de' Medici, con aperto disprezzo del diritto delle genti, e di quell'ospitalità universale che i Veneziani medesimi riguardavano come una franchigia della loro città[81].
Tanti esilj e condanne dovevano all'ultimo indebolire la repubblica; onde il partito vincitore per compensare Firenze delle perdite che le aveva cagionate, distribuì molte grazie ai suoi aderenti. La famiglia degli Alberti, che un mezzo secolo prima era stata dichiarata ribelle, venne riammessa a tutti gli onori che aveva perduti; quasi tutte le antiche condanne furono abolite, e quasi tutti i grandi ristabiliti nell'esercizio dei diritti di cittadinanza. Si esaminarono tutte le borse da cui cavavansi a sorte i magistrati, e ne furono levati tutti i nomi sospetti di parzialità per gli Albizzi, sostituendovi quelli de' più zelanti partigiani del nuovo governo. E con più attenta cura si procedette inoltre nello scegliere i giudici criminali. Gli esiliati, anche spirato il termine del loro esilio, non furono ammessi a rientrare in patria che dopo avere ottenuti da trentasette votanti trentaquattro voti favorevoli in una deliberazione della signoria unita al collegio. Ogni corrispondenza coi proscritti, ogni azione, ogni parola sospetta, furono severamente punite; e coloro, tra i partigiani del precedente regime, che non furono nominativamente condannati, vennero assoggettati a straordinarie contribuzioni, colle quali si cercò di ruinarli[82].
Rinaldo degli Albizzi, che aveva avuto ordine di allontanarsi più di cento miglia da Firenze, non tardò a violare i confini assegnatigli, ed a incorrere per tale motivo in una condanna a morte come ribelle. Ma poco atterrito da questa impotente sentenza, ad altro più non pensava che a riaccendere la guerra tra Firenze ed il duca di Milano, onde tornare in patria coll'ajuto delle armi straniere. Pareva che i Fiorentini ed i Veneziani avessero violata la pace recentemente segnata, ricevendo i Genovesi come loro alleati. Col trattato di pace avevano riconosciuto il Visconti come signore di Genova, onde non potevano promettere soccorsi ai Genovesi ribelli. Tosto che Rinaldo degli Albizzi ebbe contezza di questa violazione dell'ultimo trattato si recò presso il duca di Milano. Ne' suoi discorsi non cercò di palliare la lunga sua nimicizia colla casa Visconti, nè la vigilanza con cui aveva resi vani i suoi progetti in tutto il tempo ch'egli era stato alla testa della repubblica; allora, egli diceva, aveva fatto il debito suo verso la patria, e non credeva adesso di soddisfare meno utilmente al dovere di fedele cittadino, armando contro di lei un possente vicino; giacchè non mirava a farla schiava, ma bensì a renderle la perduta libertà. «La calamità d'un malvagio governo, gli diceva egli, è ben più durevole e più perniciosa assai che una guerra; ed il male passaggiero che noi facciamo oggi alla nostra patria, è il solo mezzo che ci rimane per preservarla da un perpetuo male.» Fece in appresso osservare, che Firenze, accettando l'alleanza Genovese, aveva dato al duca un giusto motivo di riprendere le armi; che questa repubblica, impoverita, divisa, e che sospirava un liberatore, prometteva al suo nemico quegli avvenimenti, che mai avuti non aveva nelle precedenti guerre[83].
Filippo Maria lasciossi persuadere dai discorsi di Rinaldo e degli altri fuorusciti fiorentini; suppose che potesse scoppiare in questa repubblica una rivoluzione, e che convenisse porsi in situazione di approfittarne. Ma i nemici di uno stato, quando fondano le speranze loro sull'interno malcontento, sono d'ordinario tanto più facilmente ingannati, quanto sono meglio serviti dalle loro spie. I bucinamenti, l'impazienza, i desiderj di vendetta, ne' quali confidano, esistono effettivamente, ma non producono verun effetto, nè mai corrispondono all'aspettazione. Il pubblico potere, lungi dall'essere inceppato dagli umori di alcuni malcontenti, trova frequentemente ne' medesimi un pretesto per ispiegare maggiore energia, e l'orgoglio nazionale rare volte permette ai popoli, che soffrono maggiormente, di aspettare dagli stranieri il loro sollievo.
Del rimanente il Visconti era spinto a far la guerra a Firenze, più che dalle istanze degli emigrati, dalla sua personale animosità. Aveva ordinato a Niccolò Piccinino d'attaccare immediatamente Genova, e di soccorrere i soldati milanesi che difendevano il Castelletto; ma tutti gli sforzi di così valente generale per liberare questa fortezza erano riusciti vani. Mentre egli sforzava i passaggi della Polsevera, che riuniva san Pier d'Arena e parte della Riviera di Ponente, il Castelletto aveva capitolato, sto per dire, sotto i suoi occhi, e dai Genovesi era stato demolito[84]. Allora il duca ordinò al suo generale di recarsi nella Riviera di Levante per minacciare nello stesso tempo Genova e la Toscana, e per approfittare dell'occasione di sorprendere i Fiorentini prima di dichiarar loro la guerra.
Le negoziazioni, non altrimente che i movimenti militari, procedevano con estrema lentezza, onde passò tutt'intero il 1436 senza che si dichiarasse la guerra. Il Piccinino dava voce di agire in proprio nome come condottiere, non già come generale del duca di Milano; annunciava di voler passare nel regno di Napoli ai servigi d'Alfonso; minacciava di farsi strada colle armi alla mano, e sotto questo pretesto attaccò Pietra Santa, poi Vico Pisano, indi Barga, che i Fiorentini difesero contro di lui[85]. Questi gli opposero il conte Francesco Sforza, condottiere, che contratta aveva con Cosimo de' Medici la più intima confidenza ed amicizia, e che innalzandosi al di sopra della falsa e ristretta politica de' mercanti di soldati, manifestava di già i sentimenti d'un cavaliere e d'un principe.
Francesco Sforza era stato dichiarato da Eugenio IV sovrano della Marca d'Ancona e gonfaloniere della chiesa, ed in contraccambio aveva ristabilita l'autorità del papa in quasi tutti gli stati che si erano contro di lui ribellati. Anche in sul cominciare di questo stesso anno 1436 gli aveva sottomesso Forlì, cacciandone Antonio degli Ordelaffi[86]. Ma Eugenio IV non ebbe appena ricuperato il patrimonio de' suoi predecessori che si era pentito d'averlo ricuperato coll'alienazione della Marca d'Ancona. Per riacquistare questa provincia aveva convenuto con Baldassar di Offida, suo luogotenente a Bologna, ov'egli medesimo in allora risiedeva, di far assassinare il suo generale. Ma lo Sforza ebbe avviso di questa trama da un cardinale, suo amico, la vigilia stessa della sua esecuzione; ed avendo intercettata una corrispondenza che disvelava apertamente il progetto d'Eugenio e del suo malvagio agente, s'accontentò di rapire il 16 settembre Baldassar d'Offida di mezzo all'armata pontificia, e di mandarlo nella torre del castello di Fermo, ove questo sventurato morì tra le catene; lo Sforza non mostrò verun risentimento contro Eugenio IV, che tutto tremante gli faceva le più umili scuse, e dava colpa di tutta l'iniquità che aveva voluto commettere al suo solo consigliere[87].