Ma i Genovesi non tardarono ad accorgersi che Filippo Maria Visconti, il sovrano che si erano dato essi medesimi, invece di partecipare al loro giubilo, risguardava la gloria loro coll'occhio dell'invidia. Aveva dato ordine a Biagio Assereto di condurre immediatamente i prigionieri a Savona, di dove li farebbe passare a Milano, senza permettere che i Genovesi godessero del loro trionfo, ed aveva vietato al senato di dar parte della sua vittoria ai sovrani d'Europa: seppesi bentosto a Genova con grandissima sorpresa l'accoglimento che Filippo aveva apparecchiato ad Alfonso, ai suoi fratelli, ed agli altri prigionieri a lui mandati a Milano[73].

Filippo d'ordinario poco generoso lo era oltre ogni credere verso i prigionieri che la sorte delle armi dava in suo potere. Accolse Alfonso nello stesso modo con cui molti anni prima aveva ricevuto Carlo Malatesti, e gli diede tante prove d'amore e di rispetto, che quasi giunse a fargli scordare la sua disgrazia. Con tale condotta incoraggiò il re d'Arragona a disvelargli il suo sistema politico, a discutere con lui i suoi veri interessi, ed a proporgli un intero cambiamento del complesso delle sue alleanze. Alfonso rappresentò al duca di Milano, che fin allora il regno di Napoli era stato cagione di perpetua lite tra due case rivali, e che le loro guerre civili avevano permesso al rimanente dell'Italia di consolidare la propria indipendenza. Per tutto il tempo che durarono tali guerre, gli diceva egli, i Visconti avevano potuto, senza offendere la politica, e senza rovesciare l'equilibrio dell'Italia, attaccarsi ora alla casa di Durazzo, ora a quella d'Angiò. Ma se la brillante vittoria dei Genovesi e la sua propria prigionia collocavano finalmente su quel trono la casa d'Angiò, siccome questa non avrebbe omai verun nemico da temere, riacquisterebbe in breve quel grado di possanza, ch'ebbe la prima casa d'Angiò sotto il regno del vecchio Carlo. In tale caso, come non prevedere che i Francesi, che avevano in ogni tempo aspirato alla conquista dell'Italia, e che verrebbero ad occuparne le due estremità, non la soggiogherebbero tutta intera? «I Francesi, gli diceva Alfonso, di tutti i vicini dell'Italia sono i soli pericolosi alla sua indipendenza. Le loro armate possono penetrare in pochi giorni nel centro della Lombardia; la rapidità loro e la loro maniera di trattare la guerra, tanto diversa da quella dei Tedeschi e degl'Italiani, sorprendono e spaventano i popoli; e l'arroganza loro dopo la conquista rende doppiamente sensibile la perdita della libertà. Il sovrano della Lombardia deve ricordarsi continuamente che la principale sua politica consiste nel chiudere il passaggio delle montagne. È inevitabile la sua ruina, s'egli medesimo li rende padroni delle province meridionali, e se gli obbliga a stabilire una giornaliera comunicazione tra i loro proprj confini ed il regno, ch'egli vuole far loro acquistare. L'Italia tutta altro in breve non sarebbe, che la strada di Napoli; sempre attraversata dalle armate francesi, sarebbe da queste tenuta in perpetua dipendenza e timore. Gli Arragonesi per lo contrario, che non possono avere alcuna comunicazione continentale col regno di Napoli, se giungono ad esserne padroni, faranno necessariamente causa comune con tutti gl'Italiani, onde custodire il solo confine pel quale può essere attaccata l'Italia. Il paese che i miei antenati mi lasciarono da governare (soggiunse Alfonso) è piccolo e povero, onde non avverrà giammai che colle sole mie forze io possa rovesciare l'equilibrio dell'Europa. Altronde la difficoltà di trasportare numerose armate sopra una flotta, mi toglierebbe di approfittare di un potere assai più considerabile, quand'anche io potessi disporne. Oggi che tutti gli stati tendono ad aggrandirsi, che Sigismondo manifesta l'intenzione di trasmettere l'Ungheria e la Boemia alla casa d'Austria; che Carlo VII, di già riconciliato col duca di Borgogna, non tarderà a fare la pace cogl'Inglesi, e che in allora potrà disporre di tutte le risorse di una monarchia ancora più vasta, conviene preventivamente pensare alla resistenza che noi potremo opporre a così formidabili avversarj. Quando le guerre civili, onde sono ancora travagliati, saranno terminate, si sforzeranno di rovesciare sopra di noi le armate che hanno avvezzate alla guerra, per non averle a proprio carico. Gl'Italiani e gli Spagnuoli sono fatti per unirsi e resistere insieme: rassomiglianza di governo, di costumi, di lingua, possono rendere più intima la loro unione, ma non mai gli uomini del mezzogiorno si accostumeranno alle usanze o all'impero degli uomini del nord; giammai non sopporteranno l'insolente petulanza de' Francesi, o il sussieguo, e la rigidezza de' Tedeschi»[74].

A così potenti motivi politici aggiunse Alfonso, per persuadere Filippo, il prodigioso potere che il suo spirito e l'eleganza delle sue gentili maniere gli davano sul cuore degli uomini. Questo principe, d'origine castigliana, aveva un non so che di più fiero, di più aperto, di più cavalleresco, che non avevano gli Arragonesi suoi sudditi, o gl'Italiani tra i quali combatteva. La sua vita era divisa tra l'amore, le lettere e le armi. Conservava nel suo cuore un profondo dolore per la morte di Margarita d'Hijar, sua amica, che dopo avergli dato un figlio, Ferdinando, che fu poi re di Napoli, era stata strozzata per ordine di sua moglie, Margarita di Castiglia. Egli non aveva voluto vendicarla, nè rivedere la sua carnefice, e si era allontanato dal suo regno, per alleggerire il suo dolore, occupandosi in pericolose spedizioni. In mezzo alle continue guerre in cui l'aveva impegnato la sua ambizione, non erasi in lui punto scemato quell'amore delle lettere che ispirato gli aveva Antonio Beccadelli di Palermo, primo suo precettore, poi consigliere, e talvolta suo ambasciatore nelle più importanti occasioni. La sua corte era composta di letterati, egli riandava sempre col pensiere l'antichità, viveva con Cesare e con Alessandro non meno che con i suoi contemporanei, ed in un secolo in cui coltivavansi con entusiasmo le lettere classiche, in cui la gloria sembrava riservata all'erudizione, in cui l'eleganza del dire curavasi ancora più che il pensiere, pareva che Alfonso possedesse tutta la gloria umana. Tutti i dispensieri della fama erano da lui stipendiati, tutti i letterati magnificavano le sue imprese, e pareva che il di lui suffragio desse la misura del merito e del sapere. Egli riuniva nel suo aspetto, nella sua espressione, nelle sue maniere, tutte le qualità che seducono il cuore, e che abbagliano gli occhi: vivace era il suo ingegno, persuasivo e pieno di grazie. Giunse perciò in breve a dominare, ed a cattivarsi in modo Filippo Maria, il di cui carattere non erasi fin allora aperto all'amicizia, che il vincitore non ebbe altro consigliere, altro confidente, fuorchè il suo prigioniero[75]. Si strinse fra di loro un'intima alleanza, ed il duca di Milano, determinato di far acquistare al suo ospite il regno di Napoli, ordinò ai Genovesi di apparecchiare sei grandi navi di linea, per ricondurre Alfonso con tutta la di lui corte ne' luoghi medesimi in cui l'avevano vinto, e per combattere d'or innanzi in suo favore[76].

Frattanto Filippo Maria non tardò ad avere avvisi dell'indignazione che i suoi ordini avevano eccitata in Genova, ove il fermento era così grande, che tutto di già annunciava una ribellione. Credette il duca di prevenirla col chiamare a Milano una deputazione de' più ragguardevoli uomini dello stato, sotto colore di trattar con loro intorno alla taglia del re d'Arragona. Disse loro che Alfonso aveva convenuto di cedere la Sardegna ai Genovesi quale prezzo della sua libertà, e li rinviò colmi di gioja per la speranza di un acquisto di tanta importanza. In pari tempo mandò a Genova due mila uomini, destinati, siccome egli diceva, a montare a bordo delle galere che prenderebbero possesso della Sardegna. Ma i Genovesi conobbero bentosto d'essere stati dal duca ingannati, e che la promessa di render loro la Sardegna non era che un'esca destinata a far aprire le loro porte alla guarnigione, ch'egli voleva stabilire nella loro città.

Una nuova offesa rese più vivo il loro risentimento; alcuni deputati di Gaeta erano venuti a rallegrarsi coi Genovesi della loro vittoria, a ringraziarli de' soccorsi loro prestati, ed a pregarli di custodire la città di Gaeta fino alla fine delle guerre del regno di Napoli. Il duca, informato dell'arrivo di questi deputati, adoperò ogni maniera di seduzioni per persuaderli ad abbandonare il partito d'Angiò, ad aprire le porte al re Alfonso, e li rinviò senza permettere che i Genovesi accettassero l'offerta che gli avevano fatta[77].

Mentre ciò accadeva, un nuovo governatore, Erasmo Trivulzio, fu dal duca mandato a prendere il comando di Genova, invece di Pacino Alciati ch'egli aveva richiamato. Risolvettero i Genovesi di approfittare delle cerimonie del suo installamento per ricuperare la loro libertà. Il vecchio governatore era uscito per incontrare il nuovo: nell'istante in cui rientravano l'uno e l'altro, ed avevano appena passata la porta di san Tomaso, questa venne chiusa dietro loro, e furono separati i due governatori da tutti i loro soldati. Quando se ne avvidero, vollero fuggire, ed il Trivulzio giunse infatti alla rocca del Castelletto, ove si chiuse. Ma Pacino Alciati, raggiunto presso al Fossatello, fu ucciso, ed il suo cadavere lasciato qualche tempo esposto agli occhi del popolo avanti alla chiesa di san Siro, mentre risuonavano per tutta la città grida che invitavano alle armi ed alla libertà. Francesco Spinola, quello stesso che aveva così valorosamente difesa Gaeta, si fece capo degl'insorgenti; attaccò i soldati milanesi, scoraggiati dalla perdita dei due loro capi, e li costrinse ad arrendersi quasi senza combattere. La città di Savona, avuto avviso della rivoluzione di Genova, si affrettò d'imitarne l'esempio; sorprese egualmente e scacciò la guarnigione milanese: i varj castelli che il duca possedeva nei contorni della capitale e nelle due riviere furono collo stesso impeto ripresi dal popolo, ad eccezione del Castelletto, che capitolò soltanto ne' primi mesi del susseguente anno. Fu il 27 dicembre del 1435[78], che i Genovesi si rialzarono al rango dei popoli liberi. Incaricarono sei de' più illustri loro cittadini di rivedere le leggi patrie, e di dare alla costituzione nuovo vigore; nello stesso tempo mandarono ambasciatori a Venezia ed a Firenze per chiedere l'alleanza delle due repubbliche, e guadagnare la loro protezione contro il duca di Milano, loro comune nemico[79].

CAPITOLO LXVIII.

Gli emigrati fiorentini persuadono il duca di Milano a rinnovare la guerra contro Firenze: questa repubblica scontenta di Venezia soscrive una tregua separata; assedio di Brescia; pericolo dei Veneziani.

1436 = 1438.