Il pieghevole carattere di Luigi d'Angiò, e l'estrema sua dolcezza gli avevano guadagnato l'amore di tutti coloro che lo avvicinavano. Si era fatto amare dai Calabresi, tra i quali visse lungo tempo, ed a lui devesi quel loro attaccamento alla casa d'Angiò che non si smentì nelle successive guerre civili. Ma l'eccessiva sua condiscendenza e la sua debolezza diedero la regina in balìa ai suoi malvagi consiglieri, non potendosi attribuire che alla di lui pusillanimità il suo lungo esilio dalla corte. In tal modo egli perdette per sè medesimo e per la sua famiglia que' diritti che coll'adozione aveva acquistati, e fu la rimota cagione delle lunghe guerre, che devastarono il regno dopo la di lui morte[60].
Quando il re d'Arragona ebbe avviso della morte del gran siniscalco, pensò subito a rientrare nel favore di Giovanna II, onde farle confermare la precedente adozione. Risedeva da qualche tempo in Sicilia, di dove era venuto ad Ischia per tener dietro con maggiore facilità alle negoziazioni della favorita, che mostrava d'avere abbracciati i suoi interessi. Ma troppo sollecito essendo di accrescere il numero de' suoi partigiani, guadagnò ancora il duca di Suessa, che in allora era in discordia colla moglie, e con ciò risvegliò la diffidenza dell'uno e dell'altro. I due sposi resero a vicenda infruttuose le loro pratiche, ed Alfonso, dopo avere rinnovata per dieci anni la tregua tra i regni di Sicilia e di Napoli, abbandonò le coste di questo[61]. Ma doveva esservi bentosto richiamato dalla morte di Giovanna II, già da molto tempo preveduta. Questa principessa, giunta all'età di soli sessanta cinque anni, era così indebolita di spirito e di corpo, come se giunta fosse all'estrema vecchiezza. Morì il 2 febbrajo del 1435[62]. Poco prima aveva fatto un testamento col quale chiamava alla successione del regno di Napoli Renato, duca d'Angiò e conte di Provenza, fratello di Luigi di Calabria, da lei precedentemente adottato[63].
Renato era il più prossimo erede della seconda casa d'Angiò, e di già regnava in Provenza, antico patrimonio dei re francesi di Napoli. Il diritto di successione di questa casa non era fondato che sopra l'adozione dell'antica Giovanna, che per punire l'ingratitudine di suo cugino Carlo III, aveva diseredata la linea dei Durazzo. Ma siccome questa linea era del tutto estinta, e più non rimaneva in verun altra linea alcun discendente del vecchio Carlo d'Angiò, conquistatore del regno, era ben naturale che altri titoli, ancora meno validi di quelli di Renato, acquistassero qualche importanza. Alfonso V d'Arragona, che apparecchiavasi a combatterli, fondava le sue pretese sull'adozione di Giovanna II, adozione veramente da questa principessa rivocata, ma ch'egli cercava di far valere come un trattato reciproco, che un solo de' contraenti non poteva annullare senza l'assenso dell'altro. Pretendeva in pari tempo d'avere un diritto di successione anteriore a quello della casa d'Angiò, per Costanza, figliuola di Manfredi. Infatti Alfonso di già regnava in Sicilia come il più prossimo erede de' Normanni, che avevano fondato quel regno, e della casa di Hohenstauffen loro eredi per ragione di donne. Ma questo diritto di successione sembrava invalido per l'illegittimità di Manfredi che l'aveva trasmesso, pel grande numero delle donne che lo avevano fatto passare di casa in casa, e per una prescrizione di cento settantacinque anni. Con altri diritti, per lo meno non minori di quelli dei due competitori, Eugenio IV riclamava per la diretta signoria della santa sede quel regno ch'era stato infeudato alle tre case di Hauteville, di Hohenstauffen e di Angiò, sotto l'espressa condizione che ritornerebbe alla Chiesa all'estinzione della linea legittima, linea egualmente estinta nelle tre case. Ma Eugenio IV, che avanzò tutte queste pretese alla morte della regina, non era in istato di tentare una tanto importante conquista. Scacciato da tutto il territorio della Chiesa, egli soggiornava a Firenze quale fuoruscito; e mentre colla sua bolla del 21 febbrajo proibiva ai due emuli di far valere i loro diritti coll'esperimento delle armi, ed ai popoli di prestar loro ubbidienza, egli sceglieva per governare il regno in suo nome quello stesso Vitelleschi, vescovo di Recanati e patriarca d'Alessandria, la di cui perfidia e crudeltà gli aveva fatto perdere la Marca d'Ancona, e la di cui sola riputazione bastava a persuadere i suoi nuovi sudditi a non porsi sotto le sue leggi[64].
I Napolitani, affezionati alla memoria di Luigi di Calabria, ubbidirono agli ordini della regina anche dopo la di lei morte, e dichiararonsi concordemente per Renato, duca d'Angiò. Riconobbero un consiglio di reggenza composto di sedici signori che Giovanna aveva nominati, gli associarono venti deputati presi dalla nobiltà e dal popolo, ed aspettarono l'arrivo del nuovo re[65]. D'altra parte Alfonso, che trovavasi in Sicilia, e che di là stava attento agli avvenimenti con imponenti forze, risolse di prevenire l'arrivo dei Francesi. Aveva attaccato ai suoi interessi Giovan Antonio di Marzano, duca di Suessa, Cristoforo Cajetano, conte di Fondi, e Giovan Antonio Orsini, principe di Taranto. Mentre che questi per ordine del re stavano adunando i loro soldati, venne egli medesimo con una ragguardevole flotta ad assediare Gaeta[66]: intanto il duca di Suessa sorprese Capoa, e vi spiegò lo stendardo d'Arragona, ed il conte di Fondi col principe di Taranto fecero prendere le armi agli abitanti degli Abruzzi.
Se Alfonso riusciva ad impadronirsi di Gaeta, avrebbe aperta una sicura comunicazione tra Capoa e la Sicilia, e chiusa ai Francesi la strada di Napoli. E già per sorpresa erasi impadronito di una delle due montagne che signoreggiano questa città, la quale è posta nella valle che le divide, sopra un promontorio che si avanza tre miglia fra mare. Le muraglie sono fondate sopra rupi tagliate quasi perpendicolarmente, ed una lingua di terra larga trenta sole braccia unisce le due montagne al continente. Il suo porto, uno de' più belli e de' più sicuri del Mediterraneo, era in allora frequentato dai Genovesi, che vi avevano molte case di commercio. Dopo il cominciamento delle turbolenze vi avevano riunite le loro più preziose merci e le loro immense ricchezze, onde sottrarle ai pericoli della guerra. Gli abitanti di Gaeta erano affezionatissimi a questi ricchi ospiti, ed alla morte di Giovanna avevano invitati i Genovesi a prendere in deposito la loro città, ed a tenervi guarnigione fino al momento, in cui un legittimo successore al trono venisse universalmente riconosciuto. Francesco Spinola era stato dalla città di Genova nominato comandante di Gaeta, ed Ottolino Zoppo, segretario del Visconti, in allora signore di Genova, gli era stato dato per aggiunto dal duca di Milano. Difendevano Gaeta tre cento soldati genovesi con alcune truppe milanesi. Malgrado il terrore, loro da principio cagionato dall'introduzione degli Arragonesi in alcune torri della montagna, sostennero gli attacchi d'Alfonso fino all'istante in cui potè mandar loro de' soccorsi[67].
L'assedio di Gaeta era stato cominciato da Alfonso in maggio, epoca in cui i granai sono vuoti, la città riceveva dalla campagna il giornaliero sostentamento, e perchè all'avvicinarsi degli Arragonesi vi si erano riparati molti contadini, cominciò bentosto a soffrire tutti gli orrori della fame. Volendo lo Spinola difendersi fino all'estremo, mandò fuori tutte le bocche inutili. Giunsero al campo d'Alfonso truppe di donne, di fanciulli, di vecchi, oppressi dalla miseria, estenuati dalla fame, e fuggendo lontano da quelle mura, ove i figli, i fratelli, gli sposi, eransi fermati per combattere. I consiglieri d'Alfonso gli rappresentavano, che il crudele diritto della guerra lo autorizzava a far rientrare in città tutti coloro che tentavano d'uscire, ed a negare ai nemici quella compassione che non avevano trovata nei loro prossimi. Ma Alfonso, il magnanimo, in questo giorno meritò in particolar modo il soprannome che lo distingue nella storia. «Io preferisco, rispose, di non prendere la città, piuttosto che venir meno ai doveri dell'umanità.» Fece distribuire cibi ai fuggiaschi, permettendo loro di ritirarsi ove meglio credevano. In tal modo perdette probabilmente l'occasione di prendere Gaeta, e si espose inoltre alla sciagura che provò poco dopo, ma divulgò tra i popoli e tra i suoi nemici medesimi la fama della sua generosità, guadagnò il cuore de' Napolitani, e si aprì colle sue virtù la strada del trono, sul quale salì bentosto[68].
Lo Spinola aveva chiesti soccorsi a Genova, ma l'armamento della flotta destinata a far levare l'assedio di Gaeta fu ritardato dalle pratiche dell'opposto partito e dallo scoraggiamento degli antichi repubblicani, che più non combattevano col consueto zelo per la grandezza della loro patria, vedendola sottoposta ad uno straniero padrone. Biagio d'Assereto, illustre uomo di mare dell'ordine popolare, spiegò finalmente le vele negli ultimi giorni di luglio, e si diresse verso il regno di Napoli. La sua flotta era composta di tredici vascelli e di tre galere, ed aveva a bordo due mila quattrocento soldati[69]. Quando Alfonso fu avvisato dell'avvicinamento della flotta nemica, staccò cinque grandi vascelli per continuare il blocco di Gaeta; scelse poi in tutta l'armata sei mila soldati, che mise a bordo de' quattordici vascelli e delle undici galere, colle quali si avanzò ad attaccare il nemico. Trovavasi in faccia all'isola di Ponza il 5 agosto del 1435, quando le due flotte si scontrarono. Alfonso credeva d'avere la vittoria in pugno, e raccontasi pure che il duca di Milano l'aveva segretamente istruito delle forze e dei disegni dell'ammiraglio ch'egli stava per attaccare. Questo principe, che diffidava sempre dello spirito inquieto de' Genovesi, desiderava di vederli avviliti da una disfatta[70]. Il vantaggio del numero assicurava l'Arragonese del buon successo; pure Biagio d'Assereto non temette di rendere ancor più grande la sua inferiorità, dando ordine a tre de' suoi bastimenti di porsi al largo per prender vento, mentre col rimanente della flotta attaccava i Catalani. Il suo vascello ammiraglio s'attaccò a quello montato dal re, un altro, nominato la Lomellina, battevasi contro i due fratelli d'Alfonso, uno de' quali era re di Navarra, l'altro gran maestro di san Giacomo di Calatrava. Ogni vascello genovese doveva nello stesso tempo combattere contro due vascelli catalani; le tre galere non avevano ancora presa parte alla battaglia, ma bentosto l'ammiraglio genovese fece passare tutti i loro equipaggi sui vascelli combattenti, per riparare le perdite che aveva già fatte. Mentre che, in onta all'inferiorità del numero, sosteneva gagliardamente la pugna, le tre navi che aveva staccate per prender vento ed attaccare alle spalle la flotta nemica, vennero a piene vele ad urtare con grandissimo impeto contro i vascelli catalani. Quello del re fu gettato con tanto impeto sul fianco, che non fu più possibile di raddrizzarlo, perchè la zavorra mal disposta erasi agitata nella cala, e lo faceva orzare. Il re e tutta la guarnigione furono costretti di scendere tra i ponti, mentre facevansi inutili pratiche per rimettere il vascello in equilibrio. Malgrado lo svantaggio di tale situazione, l'equipaggio continuò ancora qualche tempo a difendersi, ma trovandosi feriti molti di coloro che avvicinavano Alfonso, i di lui cortigiani lo persuasero finalmente ad arrendersi. Egli s'informò del nome e dell'origine dei diversi capitani genovesi, ed udendo che tra questi eravi un Jacopo Giustiniani, la di cui famiglia aveva la sovranità di Chio, a questi solo acconsentì di dare la sua spada[71].
Il rimanente della flotta sostenne, ancora dopo la resa d'Alfonso, la battaglia per qualche tempo, ma i Catalani scoraggiati più non facevano che una debole resistenza; i loro vascelli andavano uno dopo l'altro abbassando la bandiera, e dopo dieci ore di combattimento, tranne una sola nave, tutte le altre erano cadute in potere de' Genovesi. Contavansi tra li prigionieri Alfonso il magnanimo ed i suoi due fratelli, il re di Navarra ed il gran maestro di san Giacomo di Calatrava, il duca di Suessa, il principe di Taranto, conte di Fondi, il gran maestro di san Giovanni d'Alcantara, e cento principi o signori arragonesi e siciliani. Cinque mila prigionieri, tra i quali varj gentiluomini, non creduti abbastanza ricchi per pagare la taglia, furono posti in libertà lo stesso giorno; ma le moltissime ricchezze ritrovate sui vascelli furono preda del vincitore. Gli abitanti di Gaeta, volendo pure aver parte a tanta gloria, fecero una rigorosa sortita, e forzando le linee del campo nemico, se ne impadronirono.
La notizia di questa vittoria, la più importante, la più gloriosa di quante in tutto il secolo si fossero ottenute sul Mediterraneo, eccitò in Genova que' trasporti di gioja che quel popolo più non aveva provati dopo la perdita della libertà. L'antica ricordanza della gloria nazionale veniva ravvivata da così strepitosi vantaggi ottenuti sopra un popolo, che i Genovesi avevano in ogni tempo considerato come loro nemico. Il senato ordinò che per tre giorni si rendessero a Dio solenni azioni di grazie in tutte le chiese, e l'anniversario delle none d'agosto, giorno di san Domenico, venne consacrato con una perpetua festa[72].