Nuova guerra tra il duca di Milano ed i Fiorentini. — Rivoluzioni del regno di Napoli; morte di Giovanna II. — Alfonso V, che vuole raccoglierne l'eredità, viene fatto prigioniero dai Genovesi nella battaglia di Ponza, e posto in libertà dal duca di Milano. — Genova ricupera la libertà.

1432 = 1435.

Durante lo stesso anno in cui il governo di Firenze era passato da una all'altra fazione, ed i Medici erano subentrati nello stesso credito degli Albizzi, questa repubblica era stata costretta a ricominciare la guerra col duca di Milano, in onta al trattato di Ferrara del 26 aprile 1433; perchè tanta era l'inquieta ambizione del duca, che immediatamente dopo un trattato di pace riprendeva le armi, se aveva speranza di ottenere alcun vantaggio su coloro con cui erasi di fresco riconciliato; e tale altronde era la leggerezza e l'instabilità del suo carattere, che appena ricominciate le ostilità, entrava in nuove negoziazioni, e formava una seconda pace, che lo rimetteva precisamente nello stato medesimo da cui era uscito. Mentre queste rotture senza motivo e senza conseguenze impediscono di tener dietro con interessamento alla politica della corte di Milano, anche il modo con cui trattavasi la guerra non permette di seguire attentamente le operazioni delle armate. In verun luogo non vedevansi combattere cittadini, in verun luogo il cuore de' guerrieri prendeva parte alla causa che difendevano. Lo stesso onore erasi col patriottismo dileguato dalle armate, perchè i soldati, pei quali la guerra altro più non era che un mestiere mercenario, passavano senza scrupolo dall'uno all'altro campo, allettati da pagamento migliore. Senza curarsi del passato o dell'avvenire, non associavano il proprio onore a quello dei loro corpo, seco non portando nè la memoria delle precedenti vittorie, nè una riputazione da conservarsi colla futura loro condotta. La piccolezza de' risultamenti diminuisce ancora l'interesse delle battaglie; in queste vergognose guerre non ispargevasi pure tanto sangue, che bastasse a risvegliare nel cuor degli uomini un sentimento di compassione per l'umanità. Si leggerebbe più volentieri la storia de' combattimenti del circo di Roma, che quella delle battaglie dei generali in Filippo Maria. I combattenti sono egualmente sconosciuti e quasi tutti anonimi, le uccisioni sono egualmente gratuite e senza risultamenti, il numero delle vittime press'a poco il medesimo da ambe le parti, e se è possibile di trovare ancora qualche dignità in mezzo a tanto avvilimento, se ne troverebbe forse di più nel gladiatore, il quale anche tra le convulsioni della morte, non si scordava della pubblica opinione, piuttosto che nel soldato d'un condottiere sempre disposto ad armarsi prezzolatamente contro la sua religione, la sua patria, la sua libertà, la sua propria compagnia, e contro tutte le opinioni che gli erano state care.

La guerra che si accese nel 1434 ebbe cominciamento da una sedizione sorta in Imola. Questa città avea scacciate le truppe del papa, ed introdotta il 21 gennajo una guarnigione milanese, contro l'espresso tenore dei trattati, che vietavano al duca di Milano d'immischiarsi negli affari della Romagna[51]. Gattamelata, generale dei Veneziani, e Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, vennero subito incaricati di difendere questa provincia contro il Visconti. Le vessazioni del primo accrebbero il numero de' suoi nemici; perchè i Bolognesi, volendo sottrarsi alla sua temuta assistenza, abbandonarono il partito della Chiesa, e ricevettero nella loro città guarnigione milanese[52]. Niccolò Piccinino, richiamato dalle vicinanze di Roma, fu dal duca di Milano incaricato di proseguire questa guerra. Il 28 agosto diede battaglia presso ad un ponte, tra Imola e Castelbolognese, ai generali delle due repubbliche; si dice che l'armata di questi, composta di sei mila corazzieri e di tre mila pedoni sofferse una così terribile rotta, che a pena salvaronsi colla fuga mille cavalli, rimanendo tutti gli altri prigionieri con Tolentino, Giovan Paolo Orsino, ed Astorre Manfredi, signore di Faenza; pure non trovarono sul campo di battaglia che quattro uomini morti, e trenta leggermente feriti[53].

Le conseguenze di questa vittoria furono proporzionate non al prodigioso numero de' prigionieri, ma al poco sangue che aveva costato. Dopo alcune scaramucce nello stato di Bologna, dopo una lunga inazione delle due armate, durante la quale si negoziava con molta attività dal marchese di Ferrara, la pace venne nuovamente soscritta il 10 agosto del 1435, e raffermate tutte le condizioni del precedente trattato[54].

Più importanti rivoluzioni minacciavano in pari tempo il regno di Napoli; sebbene in questo paese, più che in verun altro, fossero le guerre ridotte a ridicole millanterie ed a vilissime scaramucce. La regina Giovanna II aveva da sè allontanato suo figlio adottivo, Luigi III d'Angiò, tenendolo come in esilio nel suo governo di Calabria, onde potere abbandonare, senza verun ritegno sè e tutto lo stato in balìa di Giovanni Caraccioli, suo grande siniscalco. Giovanna, nata nel 1371, aveva passati i sessant'anni, ma colla sregolata sua vita si era procacciati innanzi tempo tutti i mali della decrepita vecchiaja. Anche il Caraccioli aveva sessant'anni[55], e l'amore, cui andava debitore del suo innalzamento, più non conservava verun impero nè sopra di lui, nè sopra la regina. Ma una lunga abitudine era subentrata a questa passione, e l'ambizioso Caraccioli comandava ancora alla sovrana, che la passione aveva di già resa sua schiava. Egli non era ancora pago di ricchezze, di onori, di potenza, ed ogni giorno chiedeva a Giovanna nuove concessioni. Era duca di Venosa, conte d'Avellino, signore, ma non principe di Capoa, perchè non osava assumersi un titolo devoluto agli eredi del trono; chiedeva ancora il ducato d'Amalfi ed il principato di Salerno, che quando morì Martino V Giovanna aveva tolti ad Antonio Colonna, nipote del papa. Queste smoderate inchieste eccitavano la gelosia di que' cortigiani che desideravano di partecipare alle grazie della regina; questa per sollevarsi dalla rabbia che in lei risvegliava l'imperioso carattere del Caraccioli, aveva ammessa nell'intima sua confidenza Cobella Ruffa, duchessa di Suessa. Costei, nè meno orgogliosa, nè meno vana del grande siniscalco, cercava la via di perdere quest'insolente ministro, che risguardava come una creatura della fortuna, ed approfittava di tutte le occasioni per inasprire il risentimento della sua padrona.

Un giorno la duchessa di Suessa, stando in anticamera, udì il Caraccioli rinnovare le proprie istanze per ottenere i due feudi d'Amalfi e di Salerno; questi, piccato dal rifiuto della regina colla quale credevasi solo, le rimproverò in così amara ed ingiuriosa maniera questa mancanza di compiacenza, unì alle sue lagnanze tanta arroganza e tanti insulti che Giovanna proruppe in un dirotto pianto. Tosto che il siniscalco partì, la duchessa cercò di far subentrare la collera ai singhiozzi, e di rendere sospetti a Giovanna i progetti del Caraccioli. Questi faceva sposare a suo figlio la figlia di Giacomo Caldora, il solo generale del regno: pretendeva la duchessa di trovare in questo matrimonio le prove d'una cospirazione; il siniscalco, ella diceva, cercava di assicurarsi di tutte le forze dello stato, aspirava alla suprema autorità, e non dovevasi più mettere tempo in mezzo per rompere i suoi progetti. Con licenza della regina la duchessa adunò tutti i nemici del Caraccioli, li prevenne che gli si voleva togliere tutta l'usurpata autorità, di cui bruttamente abusava, e si assicurò della loro assistenza[56].

Le nozze del figlio di Caraccioli e della figlia di Caldora si celebrarono il 17 agosto del 1432 con una straordinaria magnificenza. Le feste dovevano continuarsi per otto giorni nel palazzo medesimo della regina; ma nella notte che precedeva l'ultimo degli otto giorni, consacrato ai giuochi ed ai tornei, dopo terminate le cene, il ballo, e quando tutta la corte erasi ritirata, e che lo stesso Caraccioli invece di andare a casa sua cogli sposi, era entrato per dormire nell'appartamento che aveva in palazzo[57], un paggio della regina picchiò alla sua porta, e gli disse che Giovanna, sorpresa da un attacco apopletico, chiedeva premurosamente di parlargli, prima di morire. Caraccioli, mentre si vestiva, fece aprire la porta della sua camera, ed i congiurati, che l'avevano ingannato col falso messo, gli furono subito a dosso e lo uccisero nel suo letto a colpi di aste e di ascie. La vegnente mattina, quando si sparse in città la notizia dell'accaduto, la nobiltà ed il popolo, che avevano tremato innanzi al gran siniscalco, e per lo spazio di diciotto anni l'avevano veduto regnare con un'illimitata autorità, cui nè il marito della regina, nè i due suoi figli adottivi avevano potuto far argine, entrarono in folla nella sua camera per contemplarlo morto. Era sdrajato per terra vestito per metà, con una sola gamba calzata, niuno de' suoi servi essendosi presa la cura di vestirlo o di riporlo sul letto. La regina, che aveva acconsentito a firmare un ordine d'arresto, non aveva pensato che si volesse ucciderlo, e mostrò il più vivo dolore, quando le fu detto che la resistenza di Caraccioli agli ordini che gli si erano recati aveva renduta necessaria la forza, cui aveva soggiaciuto. Pure accordò lettere d'assoluzione ai congiurati che lo avevano ucciso, ordinò la confisca di tutti i suoi beni per titolo di ribellione, fece imprigionare suo figlio e tutti i suoi parenti, e permise che il popolaccio saccheggiasse tutte le loro case[58].

Quando Luigi d'Angiò, che stava a Cosenza, ebbe avviso della morte del gran siniscalco, lusingossi di potere finalmente essere ammesso a godere le prerogative annesse all'erede presuntivo della corona. Ma la duchessa di Suessa, che voleva regnare sola sullo spirito della regina, non acconsentì al ritorno del di lei figlio adottivo. Giovanna, incapace di avere ella medesima una volontà, era ornai tanto sottomessa alla sua confidente, quanto lo era stata al suo amante. Luigi cedette senza far resistenza agl'intrighi della corte, accontentandosi di vivere in Calabria, e si ammogliò colla principessa Margarita di Savoja, che venne a raggiugnerlo. Sempre ubbidiente ai capricci d'una regina, che cedeva essa medesima a tutti gl'intrighi de' suoi favoriti, di suo ordine intraprese nel 1434 una guerra, ch'egli credeva ingiusta, contro Giovan Antonio Orsini, il più potente de' feudatarj napoletani, che i favoriti volevano spogliare per dividersi fra di loro le sue ricchezze. L'Orsini, assediato nella città di Taranto da Luigi d'Angiò e da Giacomo Caldora, trovavasi in pericolo di perdere tutti i suoi stati, quando una febbre sopraggiunta al duca di Calabria in novembre del 1434, trasse in pochi giorni questo principe nel sepolcro[59].