Erano appena passati sette giorni da che il Guadagni trovavasi nella magistratura, quando il 7 di settembre fece intimare a Cosimo de' Medici di presentarsi in palazzo. Gli amici di Cosimo lo pregavano di fuggire, o di apparecchiarsi alla difesa, ma egli non volle avere altro appoggio che la propria innocenza, come se nel tumulto delle rivoluzioni un capo di partito potesse essere innocente agli occhi de' suoi avversarj, e si presentò alla signoria. Venne subito arrestato e chiuso nella torre del palazzo pubblico, ed un'accusa di mal versazione nella guerra di Lucca servì di pretesto alla sua prigionìa[45]. Non si voleva per altro assoggettare ai giudici ordinarj la causa di così potente cittadino; la di lui sorte doveva essere decisa da un'autorità stragiudiziaria, e Guadagni fece suonare la campana del parlamento per adunare il popolo nella pubblica piazza, di cui Rinaldo degli Albizzi occupava tutti i capi strada con genti armate.
Qualunque si fossero le disposizioni del popolo, i parlamenti di Firenze eransi sempre veduti secondare il partito del più forte. Un cotale parlamento si convocava per sanzionare una rivoluzione di già fatta, ed i soli cittadini che l'approvavano erano quelli che venivano sulla pubblica piazza, mentre i malcontenti n'erano tenuti lontani o dal timore o dalla violenza. La signoria chiese al popolo adunato di creare una balìa per salvare lo stato dalle trame di coloro che volevano minarla; duecento cittadini, ch'erano stati indicati da Rinaldo degli Albizzi, furono infatti rivestiti dell'illimitato potere che supponevasi esistere sempre nella nazione adunata in parlamento, al quale si sottomettevano pure le leggi e la costituzione; e la balìa si adunò subito in palazzo per deliberare intorno alla sorte che destinava a Cosimo de' Medici.
Questo capo di parte fu accusato di avere con perfidi avvisi, mandati a Francesco Sforza, suo amico, rivelati i progetti dei suoi compatriotti sopra Lucca. Le personali relazioni di questo potente cittadino collo Sforza e con Venezia, il grande numero de' suoi partigiani, il futuro trionfo che gli era riservato, giustificano forse bastantemente la diffidenza di un governo ch'egli voleva soppiantare, e che si era mantenuto più di mezzo secolo con tanta gloria e con tante virtù. Ma le armi che Rinaldo degli Albizzi adoperò contro il Medici erano ingiuste ed illegali; le persone ch'egli pose in opera erano determinate da estranei vergognosi motivi; perciocchè il Guadagni era stato sedotto dal danaro che aveva servito a pagare i suoi debiti; la balìa divise delle lucrose cariche tra Guadagni ed i priori che lo avevano assecondato, ed i magistrati della repubblica si fecero vilmente pagare per avere proscritto uno de' suoi più grandi cittadini[46]. Per altro coloro che in uno stato corrotto si valgono di armi venali, devono aspettarsi che gli avversarj loro pongano all'incanto quegli uomini che si sono così venduti, e trovino mezzo di rapirglieli. Dal fondo della sua prigione Cosimo de' Medici riuscì a far donare a Bernardo Guadagni mille fiorini, facendolo pregare di salvarlo; ed in fatti questi, invece di domandare la testa del Medici, come voleva Rinaldo degli Albizzi, chiese soltanto alla balìa di esiliarlo per dieci anni a Padova. Si assegnarono nello stesso tempo altri diversi luoghi d'esilio ai suoi principali amici e parenti, ed il 3 d'ottobre Cosimo de' Medici partì di notte da Firenze per recarsi al luogo della sua relegazione; e la repubblica di Venezia lo fece accogliere con ogni maniera di onorificenze, tostocchè entrò nel suo territorio[47].
Rinaldo degli Albizzi invece d'insuperbirsi per aver eseguita questa rivoluzione, cominciò allora a riguardare come certa la propria perdita; vide apertamente che Cosimo, sorpreso ed esiliato con ingiusta violenza, cercherebbe con maggior calore di vendicarsi; che gli omaggi che gli tributavano gli stranieri accrescevano la di lui riputazione; che potrebbe sempre disporre delle sue immense ricchezze, de' suoi partigiani, renduti più numerosi e più zelanti, e che dissipandosi il loro primo timore, darebbe luogo a più calde pratiche. Inoltre la balìa, creata dall'ultimo parlamento, sebbene rinnovate avesse le liste di tutti i magistrati, e riempiti di nomi scelti le borse dalle quali estraevasi a sorte la signoria, non aveva potuto o non aveva voluto escludere dallo scrutinio tutti coloro ch'erano sospetti al partito degli Albizzi, temendo di spingere troppo in là il malcontento universale, col lasciar vedere a quale strettissima oligarchia volevasi ridurre un governo essenzialmente popolare. Vero è che Rinaldo chiedeva caldamente ai suoi amici di afforzare il proprio partito ammettendovi i grandi e l'antica nobiltà, da lungo tempo esclusi da tutte le cariche; ma non potè vincere la gelosia de' suoi partigiani, nè trionfare della ripugnanza del popolo, e fu costretto di aspettare nell'inazione le conseguenze del pubblico irritamento, che vedeva manifestarsi sempre più apertamente[48].
Era di già un anno passato da che Cosimo ed i suoi amici erano stati esiliati, quando la sorte chiamò Niccolò di Cecco Donati alla carica di gonfaloniere pei mesi di settembre e di ottobre del 1434, con otto signori, che tutti, come lui, eransi dichiarati favorevoli ai Medici. Dovevano passare tre giorni tra l'estrazione de' nuovi magistrati, e l'essere posti in carica; Rinaldo degli Albizzi volle approfittare di quest'intervallo per far prendere le armi ai suoi amici, creare una nuova balìa, ed escludere dalla magistratura uomini per lui tanto pericolosi; ma non trovò ne' suoi partigiani che freddezza e timidità. Palla Strozzi, sul quale contava assai, gli rispose, che un buon cittadino deve aspettare l'attacco de' suoi nemici piuttosto che provocarlo, e senza persuadere Rinaldo, lo costrinse a nulla intraprendere.
Il nuovo gonfaloniere, appena entrato in carica, intentò un processo criminale al suo predecessore per malaversazione del pubblico danaro. Subito dopo citò i tre capi del partito degli Albizzi a presentarsi in palazzo, nella stessa maniera che Cosimo era stato citato dalla contraria parte; ma invece d'ubbidire Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori, si recarono armati sulla piazza di san Pulinari con quanta gente armata riuscì loro di adunare[49]. Palla Strozzi e Giovanni Guicciardini, che pure dovevano raggiugnerli, temettero di compromettersi, e non comparvero. Bentosto Ridolfo Peruzzi diede orecchio a proposizioni d'accomodamento che gli furono fatte per parte della signoria, e si presentò in palazzo; il coraggio di coloro che avevano prese le armi si andò raffreddando, mentre per l'opposto i partigiani della signoria e quelli di Cosimo, tra i quali contavasi un fratello dello stesso Rinaldo degli Albizzi, rendevansi sempre più arditi; per ultimo il papa, che allora soggiornava in Firenze con tutta la sua corte, offrì la sua mediazione, e diede l'ultimo crollo al partito degli Albizzi.
Rinaldo non si attentò di ricusare la mediazione del papa, e fece ritirare le sue genti, che occupavano armate la piazza sotto gli ordini di Niccolò Barbadori; ma ad ogni modo l'avere impugnate le armi senza essere rimasti vincitori, non poteva non risguardarsi come una ribellione. Firenze ripigliò una apparenza di calma; ma la signoria approfittò del tempo che i suoi avversarj perdevano in negoziati, per far entrare in città i soldati dispersi pel territorio, i quali distribuì nel palazzo ed in tutti i luoghi forti, indi chiamò il popolo a parlamento, e gli fece creare una nuova balìa tutta favorevole ai Medici. Il primo atto di questa nuova assemblea fu il richiamo di Cosimo, e di tutti i suoi aderenti, e l'esilio di Rinaldo degli Albizzi, di Ridolfo Peruzzi, di Niccolò Barbadori, di Palla Strozzi e di tutti i cittadini ch'erano stati fin allora alla testa della repubblica[50]. In tal maniera venne rovesciato quel governo, che aveva amministrata Firenze con tanta gloria ne' tempi della più alta sua prosperità. L'Albizzi ed i suoi amici partirono per l'esilio senza opporre veruna resistenza, e si dispersero per le città che lungo tempo avevano temuto il risentimento, o cercato il favore di questi esperti capi di una potente città, mentre Cosimo de' Medici tornava trionfante a prendere l'amministrazione d'una repubblica, dalla quale era stato di fresco proscritto.