Questa solenne assemblea dei deputati della Cristianità s'aprì il 23 luglio del 1431 sotto la presidenza del cardinale Giuliano Cesarini, scelto prima da Martino V, e raffermato poi da Eugenio IV come legato al concilio[28]. I più ragguardevoli prelati di tutte le nazioni d'Europa, gli uomini più distinti per dottrina e per eloquenza trovaronsi assieme uniti nell'istante medesimo in cui un generale fermento agitava tutti gli spiriti, in cui da ogni banda si chiedeva ad alta voce la riforma di scandalosi abusi. In questa imponente assemblea, l'eloquenza, la dottrina, la stima personale, assegnarono il rango che tutti dovevano occupare, di preferenza ai titoli ed alle dignità. Non tardò a manifestarsi uno spirito repubblicano, e la riforma cominciò nel più formidabile modo per l'autorità della santa sede. I prelati manifestavano l'intenzione di rendere ad ogni diocesi la propria indipendenza, di rialzare l'autorità dei vescovi, d'abbassare quella di Roma, finalmente di sostituire una libera costituzione repubblicana alla spirituale monarchia fondata dai papi. Innumerabili abusi d'amministrazione, una corruttela, una venalità, che nemmeno cercavasi di palliare, fresche usurpazioni, che però non avevano per anco fatti dimenticare gli antichi diritti, giustificavano le pretese del concilio agli occhi di tutta la Cristianità. Frattanto veniva scosso l'intero edificio della romana gerarchia; le entrate non meno che la potenza dei papi correvano pericolo di essere distrutte; ed Eugenio IV, che non riconosceva nella Chiesa altra podestà che la sua, era fieramente sdegnato contro questo spirito di ribellione[29].
Il concilio nella sua seconda sessione erasi dichiarato superiore al papa, e lo aveva pure minacciato di assoggettarlo a pene ecclesiastiche, se tentava di sciogliere l'assemblea, o di traslocarla senza il di lei assenso in altra città[30]. Il concilio di Costanza aveva ordinato alla santa sede di convocare ogni sette anni de' concilj ecumenici; ma perchè non ne aveva determinata la durata, quest'obbligo veniva deluso con un pronto scioglimento. Quindi il concilio di Siena non aveva esistito che un solo istante, ed Eugenio IV voleva egualmente distruggere nel primo anno quello di Basilea[31]. Perciò i prelati adunati determinarono di sottrarre interamente il loro sinodo all'autorità del papa, togliendogli nello stesso tempo la facoltà di creare nuovi cardinali[32]. Lo citarono a recarsi personalmente a Basilea nel termine di tre mesi, dichiarandolo contumace in caso di mancanza[33], e finalmente si riservarono il diritto di nominare un successore nell'eventualità di vacanza della santa sede[34].
Sigismondo, che trovavasi per proprio interesse impegnato nella guerra di Boemia, aveva, per sostenerla, bisogno de' sussidj della chiesa di Germania, e d'altronde vedeva con rincrescimento la corte di Roma tirare da' suoi stati ragguardevoli entrate; onde si mostrava zelante protettore della libertà della Chiesa. Credette che recandosi a Roma per prendere la corona imperiale, potrebbe avere maggiore influenza sopra il papa, e muoverlo più facilmente ad acconsentire a tutto quanto da lui chiedeva la Cristianità. Ma Sigismondo non aveva un'armata; fino da quando aveva cercato di pacificare l'Italia, erasi avveduto che il credito di un imperatore dipende dai mezzi che ha per farsi temere, e più vivamente sentì questa verità, quando volle rendere la pace alla Chiesa; poichè i suoi sforzi furono sempre resi senza effetto dall'impeto e dall'inconseguenza d'Eugenio, o dall'imprudente zelo de' prelati. Il primo, che aveva di già tentato di disciogliere il concilio, o di traslocarlo a Bologna, acconsentì finalmente, dietro le calde istanze di Sigismondo, a riconoscerlo; ma a condizione che si annullasse tutto quanto si era fatto fino a quell'epoca, e sottomettendo l'assemblea alla presidenza di nuovi legati della santa sede[35]. I prelati, lungi dall'essere contenti di questa bolla, che avrebbe assoggettata la loro autorità a quella del papa, lo citarono di nuovo a recarsi nel loro seno, colla minaccia di dichiararlo decaduto, se non ubbidiva entro sessanta giorni. Sigismondo, dopo essere stato coronato a Roma da Eugenio IV in tempo di una brevissima tregua, ripigliò la strada di Basilea, ove l'otto degl'idi di novembre presiedette alla quattordicesima sessione del concilio; ma non incontrò minori difficoltà nel conservarsi moderatore di questa turbolenta e democratica assemblea, che nel far piegare l'orgoglio e l'ostinazione di un pontefice poco capace di governare[36].
Durante questa pericolosa lite Eugenio IV si trovò attaccato da nuovi nemici: egli aveva nominato governatore della Marca d'Ancona Giovanni Vitelleschi, vescovo di Recanati, suo favorito, il di cui crudele e perfido carattere fu ben tosto cagione di una universale ribellione. Il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, che aveva di fresco fatta la pace coi Fiorentini, e licenziati i suoi generali e la maggior parte de' soldati, ma che non pertanto desiderava che le sue armate rimanessero unite, anche rinunciando al suo soldo, pensò che la ribellione contro il Vitelleschi potrebbe essere utile ai suoi disegni. Eccitò segretamente coloro che congedava, a guastare lo stato della Chiesa, ed a fondarvi, se lo potevano, principati per sè medesimi. In tal modo ricompensava senza dispendio i generali che lo avevano fedelmente servito, manteneva sul piede di guerra delle armate che più non erano da lui pagate, vendicavasi di Eugenio IV di cui era scontento, ed obbligava i Fiorentini a grandi spese, tenendo viva la loro inquietudine. Francesco Sforza e Niccolò Fortebraccio di Perugia entrarono ad un tempo, il primo nella Marca d'Ancona, l'altro nel patrimonio di san Pietro[37]. Pretendevano l'uno e l'altro di essere stati autorizzati dal concilio di Basilea a togliere queste province al papa, e furono ambidue favorevolmente accolti dai Colonna ancora sdegnati per la recente loro disfatta. Francesco Sforza sorprese Jesi, prese d'assalto Montermo, accettò le capitolazioni d'Osimo e di Recanati, e trovati in quest'ultima città gli ostaggi di Fermo, di Ascoli e di altre fortezze governate dal Vitelleschi, le costrinse tutte ad arrendersi una dopo l'altra[38]; la sommissione dell'intera provincia fu l'opera di quindici giorni. L'Ombria e la Toscana inferiore cominciavano ancora esse a vacillare, e nello stesso tempo Niccolò Fortebraccio, avendo occupato Tivoli e le altre piccole città più vicine a Roma, minacciava ancora questa capitale. Eugenio non aveva altri soccorsi per difendersi che la scelta tra i suoi nemici; all'ultimo determinò di ricorrere a Francesco Sforza, che si lasciò facilmente persuadere ad opporsi agli avanzamenti di Fortebraccio, per la memoria delle militari rivalità tra il vecchio Sforza e Braccio di Montone; oltre di che il papa gli offriva in ricompensa la Marca d'Ancona col titolo di marchese, promettendo di lasciarlo per un determinato tempo padrone degli altri paesi da lui acquistati, e creandolo vicario e gonfaloniere della Chiesa romana[39].
Ma l'assistenza dello Sforza non bastò a ristabilire gli affari del papa, sia perchè Niccolò Piccinino si avanzò ancor esso per sostenere il suo parente Fortebraccio e per dividere con lui le spoglie della Chiesa, o sia più ancora perchè i Romani, stanchi di un governo che gli opprimeva colle contribuzioni e non sapeva difenderli, presero le armi contro Eugenio, proclamarono il ristabilimento della repubblica, ed assediarono il papa nella chiesa di san Giovanni Grisogono, ov'erasi rifugiato. Questi a stento ottenne di fuggire travestito sopra una piccola barca che lo trasportò ad Ostia frammezzo ad una grandine di saette. Di là una galera lo condusse a Pisa; indi venuto a Firenze, chiese un asilo alla repubblica, mentre i suoi stati trovavansi divisi tra lo Sforza e Fortebraccio, più non conservando egli alcuna autorità in tutto il territorio della Chiesa[40].
La repubblica di Firenze, dove Eugenio IV era venuto a cercare asilo, trovavasi in allora agitata da tali fazioni, che più delle precedenti dovevano porre in grande pericolo la sua libertà. Dopo la morte di Giovanni de' Medici, Cosimo, suo figliuolo, erasi fatto capo del partito anticamente formato dagli Alberti per mettere argine all'autorità dell'oligarchia, e rialzare quella del popolo. Cosimo aveva un carattere più fermo che suo padre, operava con maggior vigore, più liberamente parlava cogli amici, e non pertanto risguardavasi come il più prudente cittadino di Firenze. Aveva maniere gravi ad un tempo e gentili, e le infinite sue ricchezze gli permettevano di mostrarsi ogni giorno umano e liberale. Egli non attaccava il governo, non ordiva trame contro di lui; ma nemmeno curavasi di palliare le proprie opinioni, che manifestava con nobile franchezza; ed i moltissimi amici e clienti, che gli avevano procurati le sue generosità, gli davano l'importanza d'un uomo pubblico[41]. Coll'ajuto loro egli si credeva sicuro di conservare la sua libertà ed il suo rango, finchè si manterrebbe la pace interna, oppure di difenderla colle armi, quando fosse attaccato dai suoi nemici. Due confidenti erano presso di lui in maggior credito, Averardo de' Medici e Puccio Pucci, il primo de' quali coll'audacia, l'altro colla saviezza e la prudenza lo aiutavano a tenere uniti i suoi partigiani. Questi tre uomini di stato avevano potentemente contribuito a determinare i Fiorentini alla guerra di Lucca, senza che per altro fossero stati scelti a dirigerla. Onde, tanto per giustificare i consiglj che avevano dati, quanto per imbarazzare i loro avversarj, prendevansi cura di svelare le cagioni di tutti i rovesci dello stato.
Rinaldo degli Albizzi, il di cui intollerante ed orgoglioso carattere mal sapeva sopportare un oculato censore, avrebbe voluto sforzare il Medici a dichiararsi aperto nemico, onde vincerlo in una battaglia, e scacciarlo poi dalla città. Tutta la gioventù, che era con lui entrata a parte del governo, divideva la sua impazienza, e Niccolò Barbadori cercò di persuadere Niccolò d'Uzzano a far attaccare Cosimo de' Medici ed i suoi amici, onde distruggere un partito che non poteva innalzarsi che per la loro ruina. Ma questo vecchio capo della repubblica conosceva meglio d'ogni altro ciò che aveva da lungo tempo resa forte la propria fazione, e ciò che in allora la faceva debole. Aveva veduti i Fiorentini, ancora spaventati dal sanguinario e spregevole governo dei Ciompi, gettarsi tra le braccia del partito più opposto al popolaccio, gli aveva veduti, per qualche tempo, desiderare più d'ogni altra cosa nel loro governo dignità, considerazione e forza. In tali felici circostanze egli e l'amico suo Maso degli Albizzi erano stati posti alla testa degli affari dello stato, ed il loro ingegno ne aveva approfittato per rendere la repubblica possente al di fuori, ferma ed irremovibile nell'interno. Ma di mano in mano che la memoria dei Ciompi s'andava indebolendo o cancellando, si diminuiva egualmente la riconoscenza per un governo che aveva strappata Firenze dalle mani del popolaccio. La nazione sentiva più fortemente una presente gelosia, che un passato timore, e già cominciava a ridonare il suo affetto ai figliuoli di quegli antichi demagoghi, al di cui giogo era stata sottratta; questi figliuoli, che non avevano partecipato ai delitti dei loro genitori, inspiravano, col solo loro nome, una considerazione spogliata da qualunque timore, si erano accresciute le loro ricchezze, ed ingrandito il numero de' loro partigiani coll'unione di tutti gli uomini nuovi, che avevano acquistata qualche indipendenza, mentre l'oligarchia, come comporta la sua natura, si era sempre più ristretta. Inoltre le divisioni del partito dominante avevano date nuove reclute all'opposizione; poichè ogni volta che qualche malcontento staccavasi dalla sua famiglia o dal suo partito, si poneva sotto lo stendardo dei Medici. L'antica nobiltà, sempre esclusa dell'amministrazione dall'una e dall'altra fazione, preferiva quella che vedeva egualmente oppressa, di modo che Cosimo contava tra i suoi fautori degli uomini per lo meno uguali ai partigiani degli Albizzi, per nascita, per ricchezze, per talenti, per zelo, ed in numero assai maggiore. Dietro queste considerazioni Niccolò d'Uzzano raccomandò a Barbadori di evitare ogni movimento popolare, ogni zuffa, in cui le forze dei due partiti dovessero venire al confronto, poichè le loro erano affatto illusorie, non conservandosi omai la loro autorità che per l'impero dell'abitudine, e pel favore d'un'opinione che più non aveva fondamenti[42].
Ma Niccolò d'Uzzano morì poco dopo la pace di Lombardia, e Rinaldo degli Albizzi, rimasto solo alla testa del suo partito prese caldamente a voler mandare ad effetto il progetto di scacciare i suoi nemici. Per farne la prova egli altro non aspettava, se non che la sorte dasse alla repubblica una signoria composta de' suoi partigiani. Perciò l'estrazione dei magistrati che facevasi ogni due mesi eccitava nella città una spaventosa agitazione, conoscendo tutti che una vicina e quasi immancabile rivoluzione dipendeva dal carattere de' gonfalonieri e de' signori, che l'eventualità porterebbe alle cariche.
Finalmente la sorte diede per gonfaloniere dei mesi di settembre e di ottobre del 1433 Bernardo Guadagni, e con lui otto signori tutti addetti alla fazione degli Albizzi[43]. Era il Guadagni uomo povero, che non avrebbe potuto sedere nella magistratura, se Rinaldo degli Albizzi non avesse per lui pagate le contribuzioni, onde non fosse annoverato tra i debitori dello stato. Costui, esacerbato da personali animosità, incapace di timore, e non avendo nulla da perdere, era apparecchiato a tutto intraprendere per servire il capo del suo partito[44].