Tale spossamento degli stati guerreggianti faceva a Sigismondo sperare di poterli ridurre a trattare di pace; ma per mancanza di truppe e di danaro veniva ritenuto in Siena come prigioniero, togliendogli tutto il credito che per il suo solo titolo di capo della Cristianità aveva sperato di avere; e senti con indignazione, che nell'impero medesimo era trattato come straniero. Incolpava il duca di Milano del presente infelice suo stato, e lo storico Bonincontri di Samminiato lo udì replicare più volte: «verrà un giorno in cui potrò vendicarmi di questo perfido tiranno, che mi ha chiuso in Siena come una belva in gabbia[13].»
Frattanto passarono otto mesi senza che Sigismondo potesse proseguire il suo viaggio e condurre a termine un solo de' suoi trattati. Le potenze italiane, malgrado l'estrema sua debolezza, diffidavano di lui, e non sapevano risolversi a prenderlo per loro arbitro, riportandosi invece alla mediazione del marchese Niccolò d'Este e di suo suocero il marchese Luigi di Saluzzo. Una ferita di Niccolò Piccinino, giudicata mortale, moderò le pretese del duca di Milano, che credevasi privato per sempre della assistenza del suo valoroso generale; onde gli arbitri persuasero finalmente le contrarie parti a soscrivere in Ferrara, il 16 aprile del 1433, un trattato di pace. Tutto quanto erasi acquistato dalle due parti sia dai Veneziani e dai Fiorentini, come dal duca di Milano, dai Sienesi e dai Lucchesi, venne restituito; ed il Visconti rinunciò alle contratte alleanze in Romagna ed in Toscana, per non aver più occasione in avvenire d'immischiarsi nella politica di quelle due province[14].
Erasi appena pubblicata tale pace, che Sigismondo, credendosi pure d'accordo con Eugenio IV, si pose in cammino alla volta di Roma, ove fece il suo ingresso il 21 maggio del 1433, ed il giorno 30 dello stesso mese ricevette la corona imperiale nella basilica del Vaticano[15]. Ma la pace della Chiesa era assai più difficile a farsi che non quella de' principi secolari. Tutto era in essa lite e disordine; e Sigismondo, nel suo lungo soggiorno a Lucca ed a Siena, non aveva potuto conciliare tante opposte pretese. La Chiesa Cattolica tutta intera trovavasi in guerra cogli Ussiti boemi, la sede di Roma col concilio di Basilea, il nuovo papa Eugenio IV con tutti i parenti del suo predecessore della casa Colonna, ed il governo pontificio era poi in guerra con tutti i sudditi della Chiesa.
Era morto papa Martino V la notte del 19 al 20 febbrajo del 1431. Durante il suo regno aveva ridotte sotto l'autorità della santa sede tutte le città, ad eccezione di Bologna, e tutte le province che prima dello scisma erano subordinate ai suoi predecessori. Irremovibile ne' suoi progetti, e non pertanto pacifico, aveva governati i suoi stati da buon sovrano. Era stato rimproverato solamente d'essere avaro, e ciò con grandissima ragione, perchè i tesori da lui raccolti, non erano stati disposti a beneficio dei popoli che avevano pagate le imposte, nè del governo che le aveva ricevute[16]. Alla di lui morte i suoi tesori rimasero sotto la custodia di tre suoi nipoti della casa Colonna, lo che fu cagione delle prime guerre, che turbarono per tre anni sotto il nuovo regno lo stato ecclesiastico.
Il conclave, adunato per nominare il successore di Martino V, scelse il 3 marzo dei 1431 Gabriele Condolmieri, cardinale vescovo di Siena. Questo prelato, che non godeva di molta riputazione, riunì appunto a suo favore tutti i suffragi, perchè niuno lo credeva degno di così grande dignità. I cardinali non essendo ancora d'accordo con coloro che avevano maggiore influenza nel conclave cercavano di perdere i loro voti negli scrutinj che dovevano tenere ogni giorno, vale a dire a dividerli sopra soggetti insignificanti. Condolmieri, il più insignificante di tutti, si trovò designato per questa stessa ragione contro l'altrui aspettazione e la propria, da due terzi dei suffragi. Era Veneziano e nipote di quel Gregorio XII, che dal concilio di Costanza era stato obbligato ad abdicare. Aveva passata gran parte della sua vita nella povertà religiosa, e si era mostrato attaccato a tutto il rigore della disciplina claustrale. Pieno di confidenza nel proprio ingegno, l'inaspettato suo innalzamento accrebbe la di lui presunzione. Non degnavasi di udire gli altrui consiglj, e perchè niuno potesse dargliene, ogni cosa faceva con inconsiderata prestezza. Dopo aver presa a chiusi occhi una dannosa risoluzione, credeva dar prove di fermezza di carattere col non lasciarsi smuovere: e per tal modo offendeva l'amor proprio ed i diritti de' suoi cortigiani e di coloro che trattavano con lui; intanto risguardava ogni opposizione come un delitto, che veniva punito con estremo rigore. Il suo innalzamento non fu cagione di gioja ai Romani, ed in breve il suo contegno giustificò il pubblico timore. Egli si fece chiamare Eugenio IV[17].
Appena il nuovo papa si vide in possesso di castel sant'Angelo che domandò i tesori accumulati da Martino V, ed accusò i Colonna suoi nipoti; cioè il cardinale Prospero, Antonio, principe di Salerno, ed Edovardo, conte di Celano, di averli sottratti alla camera apostolica. Mentre con tale domanda s'inimicava tutta la famiglia dell'ultimo papa, la ribellione di tutte le città del Patrimonio di san Pietro lo avviluppava in un'altra guerra. Perugia aveva scacciato il legato che la governava, riclamando gli antichi privilegi, e dichiarando di non volere d'ora innanzi pagare a san Pietro che il leggiere tributo stabilito ne' tempi in cui questa città era libera. A Viterbo il partito dell'aristocrazia, diretto da Giovanni de' Gatti, era rimasto vittorioso della contraria fazione, ed aveva scacciati i vinti dalla patria. I tesori di Martino V sembravano necessarj al di lui successore per assoldare truppe, onde ridurre all'ubbidienza i ribelli; poichè Città di Castello, Spoleti, Narni, Todi, avevano prese le armi, e tutto lo stato della Chiesa trovavasi in aperta rivoluzione[18]. Ma il principe di Salerno, che non voleva privarsi delle ricchezze dello zio, non vedeva nell'inchiesta del papa di restituirle, che una chiara riprova della di lui parzialità per gli Orsini suoi nemici; onde piuttosto che porsi in loro balia, pensò di erogare i suoi tesori nella propria difesa; e levò soldati, e guastò i feudi degli Orsini, protestandosi sempre rispettoso ed ubbidiente verso il papa. Eugenio IV, accecato dalla collera, sagrificò alla propria vendetta tutti gli amici dei Colonna rimasti in Roma; fece porre alla tortura Ottone, tesoriere dei suo predecessore, e tormentare questo infelice vecchio fino all'agonìa. Più di duecento cittadini romani perirono sul patibolo per supposti delitti; la casa di Martino V venne distrutta, atterrati in tutti i luoghi pubblici gli stemmi della famiglia, i monumenti del suo pontificato, e nello stesso tempo spinta con accanimento la guerra contro il principe di Salerno. Eugenio, assecondato dalle repubbliche di Venezia e di Firenze, lo ridusse finalmente ad accettare il 22 settembre del 1431 le condizioni di pace che gli piacque di stabilire. Vennero restituiti ad Eugenio settantacinque mila fiorini d'oro, ultimo avanzo del tesoro di Martino V, ed i Colonna ritirarono le guarnigioni dalle città del patrimonio ch'essi avevano occupate[19].
Questi prosperi avvenimenti persuasero vie meglio il papa de' proprj talenti, e più ostinato lo resero nel continuare le altre liti che aveva prese a sostenere. Ma gli Ussiti di Boemia, ed i padri di Basilea erano assai più formidabili dei Colonna, e più pericoloso il cimentarsi contro di loro. La guerra di Boemia era una conseguenza della morte di Giovanni Us e di Girolamo da Praga. I Boemi, esacerbati dalla slealtà che aveva fatti perire i loro riformatori con dispregio de' salvacondotti loro accordati, avidamente aspiravano a vendicarli. Non avevano voluto riconoscere Sigismondo come successore di suo fratello Wencislao morto in Praga il 16 agosto del 1419[20], ed avevano respinte le sue armate unite a quelle dei duchi d'Austria, di Baviera, di Sassonia e del marchese di Brandeburgo[21]. Alcune legioni di contadini e di borghesi crociati contro di loro eransi più volte avanzate fino ai confini della Boemia, ed altrettante volte erano state costrette a vergognosa fuga, o distrutte con ispaventevole carnificina da Ziska, dai due Procopj e dagli altri generali degli Ussiti[22]. Questi formidabili guerrieri avevano a vicenda invase le province che gli avevano provocati, e vendicati i ricevuti oltraggi e la persecuzione che loro si era fatta, mettendo que' paesi a fuoco e sangue. La riforma vestiva presso gli Ussiti un carattere feroce; si credevano chiamati a distruggere l'impero del demonio, ed a correggere col ferro e col fuoco le iniquità della terra. Tutte le umane debolezze, la galanteria, l'ubbriachezza, e perfino l'eleganza delle vesti sembravano peccati degni di morte ai Taboriti, i più severi fra questi settarj; la condanna loro stendevasi fino a quelli che tolleravano i peccati mortali degli altri[23]. Erano persuasi gli Ussiti, ed in breve persuasero anche i loro nemici, d'essere i vendicatori del cielo, i flagelli della mano di Dio. Un panico terrore precedeva le loro squadre, che dissipavano colla sola presenza le più formidabili armate. I popoli, soverchiati dal valore de' settarj, si affrettavano di chiedere la pace, ed i Boemi che non aspiravano ad avere dominio altrove, ma soltanto ad essere liberi nel proprio paese, accordavano la pace senza difficoltà; ma tostocchè si aveva in Roma notizia di questi trattati, il papa affrettavasi di annullarli, dichiarando sacrilega ogni convenzione cogli eretici; e la sola penitenza che potesse cancellare agli occhi suoi la macchia di questi empi trattati, era quella di riprendere subito le armi, di sorprendere gli Ussiti, e di purgarne la terra. «Noi abbiamo udito con profondo dolore (scrive Eugenio IV in una bolla del primo di giugno del 1431) che fu conchiusa cogli Ussiti una tregua per un determinato tempo, che non è ancora spirato; tregua sanzionata con vicendevoli giuramenti e con minaccia di pene contro coloro che la violeranno.... Noi, che con tutta la nostra podestà cerchiamo di reprimere gli sforzi degli eretici e di confutarne gli errori, noi, che pazientemente tollerare non possiamo tale ingiuria, tale bestemmia, ricordandoci che è la fede che ci ha salvati, e che senza di questa niuno può salvarsi, in vigore dell'apostolica nostra autorità, di certa nostra scienza e senz'esserne ricercati, sciogliamo e dichiariamo nullo e come non accaduto ogni contratto, ogni patto, ogni clausola; sciogliamo dai loro giuramenti i principi, i prelati, i cavalieri, i soldati, i magistrati delle città.... Noi gli avvisiamo, li chiamiamo, gli esortiamo in nome del sangue di Gesù Cristo, pel quale siamo stati redenti, ed in nome dei loro più cari affetti, e finalmente loro ingiungiamo come penitenza dei commessi peccati.... di levarsi in massa con tutte le forze loro nell'istante che verrà loro indicato, di attaccare gli eretici, di prenderli, di perderli, di sterminarli sulla terra, di modo che non ne rimanga memoria ne' secoli che verranno»[24].
Ma questa bolla d'Eugenio IV ad altro non servì che a procurare alla Chiesa nuovi infortunj: quaranta mila cavalieri, che il marchese di Brandeburgo, i duchi di Baviera e di Sassonia, e la lega sveva avevano adunati sotto il comando del cardinale Giuliano Cesarini, furono dispersi dagli Ussiti. Si credette di riconoscere il dito di Dio nelle successive disfatte de' crociati, ed i prelati cattolici, particolarmente quelli della Francia e della Germania, cominciarono a pubblicare che la Chiesa non trionferebbe degli eretici che dopo di avere fatta in sè medesima quella riforma nel capo e nelle membra, ch'era stata cominciata dal concilio di Costanza, e che doveva terminarsi da quello di Basilea[25].
Martino V per contenere il concilio ecumenico, ch'egli si era obbligato di adunare, avrebbe desiderato di riunirlo in una città dell'Italia, ove i numerosi pensionati della corte di Roma avrebbero avuta maggiore influenza: perciò scelse prima Pavia, poi Siena; ma non potè riunirvi che quattro o cinque prelati per ogni nazione; e questi ancora protestarono contro l'illegale influenza che il papa voleva esercitare sopra di loro. Il concilio di Siena non si fece conoscere che per una disposizione, che accorda a tutti coloro che concorreranno a perseguitare gli eretici, le medesime indulgenze che acquisterebbero recandosi personalmente alla crociata[26]. Venne subito dopo disciolto, e si convocò un nuovo concilio a Basilea con una bolla del 4 degl'idi di marzo del 1424[27].