Però la maggior parte delle rivoluzioni e de' cangiamenti accaduti ne' governi, lasciano poche orme nella storia; ora perchè superficiali scrittori, trovando negli antichi fasti de' nomi ancora usati, suppongono che i costumi ed i vicendevoli diritti, da loro indicati, fossero altravolta ciò che sono ai tempi loro; ora perchè molte rivoluzioni non mutano l'ordine, o piuttosto il disordine sociale, come in Turchia e negli stati dispotici, perchè nulla aggiungono e nulla tolgono all'anarchia; ora infine perchè il paese, in cui accadono, non avendo acquistata rinomanza nè dalle lettere nè dalle arti, non richiama in verun modo l'attenzione, ed è privo d'ogni lustro. L'Italia trovasi in una situazione affatto diversa; i tre o quattro secoli, di cui abbiamo corsa la storia, fondarono la gloria e la potenza dello spirito umano nell'Europa intera. Le repubbliche italiane scomparvero, ma i risultamenti de' loro lavori, i loro generosi sforzi non hanno potuto scomparire insieme. Per mezzo loro la libertà rese per la terza volta all'Europa ciò che la libertà aveva prima dato ai Greci, poscia ai Romani. In seno a queste repubbliche si videro rinascere le lettere, le arti, la filosofia, frutti condotti a maturità da quell'effervescenza degli animi. Tante lotte, tante pugne, lo sviluppo di tanti grandi caratteri e di generose passioni, apparecchiavano un risultamento, non preveduto nemmeno da coloro che dovevano produrlo; essi conducevano quel sedicesimo secolo, che brillò d'immortale gloria; quel secolo in cui i più maravigliosi monumenti vennero innalzati dallo spirito umano allora che la nazione italiana terminava il suo corso, e che, mentre acquistava il suo maggior lustro, perdeva tutte le sue virtù, la sua energia, e tutte le speranze dell'avvenire.

Abbiamo nel precedente volume condotta la storia d'Italia fino alla morte di Francesco Carmagnola, decapitato in Venezia il 5 maggio del 1432. Nell'istante in cui un grand'uomo viene svelto al teatro del mondo, può essere conveniente di considerare lo stato della contrada in cui aveva fin allora esercitata la sua attività, le rispettive forze, e gl'interessi delle potenze, i di cui destini erano stati più d'una volta variati dai suoi militari talenti.

L'Italia era nel 1430 divisa in quattro regioni; la Lombardia, la Toscana, lo stato della Chiesa, e quello di Napoli. Ognuna aveva diverso carattere e governi diversi, fondati sopra differenti principj. La Lombardia a settentrione era sottomessa al despotismo militare; i Visconti, duchi di Milano, ne occupavano la maggior parte; pure i Veneziani avevano loro tolte alcune province, che trattavano come paese di conquista, e non riguardavano come parti integranti della repubblica. Il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato a ponente, i marchesi d'Este e di Gonzaga a levante si dividevano tra di loro gli altri paesi. Il duca di Milano, più ricco e più potente di tutti, teneva sempre in piedi numerose armate, che servivano a spaventare i suoi nemici, e tentare contro di loro nuove conquiste, a mantenere i suoi popoli nel timore e nell'ubbidienza, ed a far loro pagare enormi contribuzioni. I piccoli principi che lo circondavano, e che lottavano con lui, erano costretti di adottare la sua politica, e la fertile Lombardia era il solo paese abbastanza ricco per sopportare così oneroso governo.

Nel centro dell'Italia la Toscana era sempre animata dall'antico suo spirito di libertà; prosperava la sua agricoltura; immense erano le sue ricchezze, ed ancora più grandi dell'opulenza erano i progressi dello spirito umano. In verun paese dell'Europa la mente aveva ricevuto maggiore sviluppamento; la politica era stata un'utile scuola per tutta la nazione; uno spirito profondo ad un tempo e libero erasi successivamente applicato a tutti gli studj umani. I soli Toscani vedevano e giudicavano la storia de' loro tempi: gli altri Italiani erano vittime delle rivoluzioni e delle calamità nazionali, i Toscani ne erano spettatori; e la calma del loro spirito come la forza del loro carattere, dava loro spesse volte i mezzi di modificarle, o di allontanarle. Firenze, superiore d'assai in talenti, siccome in potenza, a Siena ed a Lucca, a Genova ed a Bologna, innalzavasi in mezzo a loro come la moderatrice dell'Italia. I Fiorentini mantenevano l'equilibrio di questa contrada, conservavano ad ogni popolo i suoi diritti, ad ogni stato i suoi mezzi di resistenza.

Al levante ed al mezzogiorno della Toscana lo stato della chiesa trovavasi in preda all'anarchia: le passioni generose, che formavano la grandezza de' Toscani, trovavansi in lotta con un'ambizione ed una ferocia eguali a quelle che avevano resa schiava la Lombardia. Gli stati erano meno ricchi, meno popolati, meno potenti; ma gli odj non erano meno accaniti, o meno violenti le rivoluzioni. I Manfredi, i Malatesti, i Montefeltro, i Varani, erano in miniatura ritratti dei Visconti, dei Gonzaghi, dei Marchesi d'Este e di Monferrato. Le fazioni di Perugia, di Viterbo e d'Orvieto eguagliavano in accanimento quelle di Firenze e di Genova; ma dal loro urto ne scintillava minor luce, e più breve essendo il trionfo di ognuno di loro, ai cittadini mancava il tempo di rimontare dall'amore del loro partito a quello della loro patria.

Per ultimo il regno di Napoli aveva uno spirito affatto diverso: era una monarchia ereditaria da lungo tempo costituita; i diritti del popolo vi erano stati interamente subordinati a quelli di una famiglia; ma questa stirpe reale, abbandonata alla mollezza, al vizio, all'avarizia, non poteva ispirare nè rispetto, nè amore. E la nazione non era meno effeminata de' suoi padroni, onde tutto il paese cadeva in quello stato di dissoluzione sociale, che fa egualmente scomparire le virtù pubbliche e le virtù private, le grandi speranze, ed ogni pensiero dell'avvenire.

Tale era la situazione dell'Italia quando l'imperatore Sigismondo risolse di visitarla. Più non era quel tempo in cui gl'imperatori, seguiti da possente esercito, valicavano le Alpi per dettare leggi nella campagna di Roncaglia, richiamare all'ubbidienza loro i feudatarj, riformare la costituzione delle città imperiali, e ridurre sotto il diretto dominio dell'impero que' feudi che se n'erano emancipati. L'Italia, sempre risguardata dai pubblicisti tedeschi quale dominio dei loro imperatori, omai non faceva che di nome parte dell'impero romano. I diversi membri, che in altri tempi formavano quest'impero, erano declinati in istati affatto indipendenti, e facevano in proprio nome, ed a seconda de' particolari loro interessi, la pace e la guerra. Al nord di questo impero l'incivilimento era stato ritardato dal genio bellicoso de' popoli germanici, mentre i progressi delle ricchezze e della popolazione erano stati al mezzodì così rapidi, che molte città d'Italia non erano nè meno forti, ne meno ragguardevoli de' più vasti ducati della Germania. Frattanto il viaggio dell'imperatore, diretto al solo fine di rendere la pace alla Chiesa, parve agl'Italiani un preludio di grandi avvenimenti politici. Era fresca la memoria delle due spedizioni di Carlo IV verso la metà del 14.º secolo, di una di Roberto, e di un'altra dello stesso Sigismondo. Malgrado l'abbassamento della dignità imperiale, cadauno di questi viaggi aveva prodotte durevoli rivoluzioni; e perciò la nuova spedizione di Sigismondo chiamò a sè lo sguardo di tutti i popoli, risvegliò l'attenzione di tutti i sovrani, e fu preparata, accompagnata e seguita da maneggi e da negoziazioni affatto sproporzionate all'avvenimento. Sigismondo, occupato trovandosi in una disastrosa guerra cogli Ussiti boemi, stancheggiato dalla lunga contesa tra il concilio di Basilea ed il papa Eugenio IV di cui erasi da principio lusingato d'essere l'arbitro, offeso dalla lentezza delle diete germaniche, che o non si adunavano dietro i suoi inviti, o si scioglievano quand'egli giungeva a Ratisbona o a Norimberga per farne l'apertura, dopo avere nel 1429 minacciato di abdicare l'impero[1], parve che volesse scaricarsi affatto del peso degli affari facendo un viaggio in Italia. «Sigismondo (scrive Leonardo Aretino, che l'aveva conosciuto in Lombardia ed a Costanza) era un uomo veramente distinto. Aveva gentile aspetto, era grande della persona, nobile e vigoroso, magnanimo in pace ed in guerra, e tanto grande la sua liberalità, che gli si ascriveva come suo solo difetto, poichè la sua generosità, che prodigalità lo privavano sempre dei mezzi di continuare le sue negoziazioni o le guerre[2].» Infatti tale smisurata liberalità era in questo monarca un difetto capitale, perchè non solo impediva l'esecuzione de' suoi progetti e delle sue imprese, ma lo forzava spesse volte a vendere suo malgrado la propria alleanza, riducendolo ad una vergognosa versatilità, che gli faceva perdere ogni politica considerazione.

Sigismondo, che frequentemente era stato offeso dallo spirito d'indipendenza degli elettori e de' principi tedeschi, sentivasi invece solleticato dalla deferenza e dalla sommissione di Filippo Maria Visconti. Questo duca di Milano, invitando l'imperatore in Italia, aveva promesso d'impiegare i suoi tesori e le sue armate per far riconoscere la di lui autorità in tutta la penisola[3]. Pareva a Sigismondo, che, dopo essere stato capo d'una burrascosa repubblica, fosse chiamato a risalire sul primo trono della Cristianità. Giunse il 22 novembre a Milano, e vi fu magnificamente accolto[4]. Ma il sospettoso Visconti non seppe in tale occasione subordinare il proprio carattere alla politica. Sempre diffidente di se medesimo e degli altri, non seppe risolversi a comparire innanzi all'imperatore. Si chiuse nel suo castello d'Abbiate Grasso con tutte le apparenze d'un ingiurioso timore; e non solo non venne a ricevere il suo ospite nella capitale, ma non volle pure accoglierlo nei suo castello, nè fu presente alla cerimonia eseguitasi nella basilica di sant'Ambrogio, il 25 novembre del 1431, quando Sigismondo ricevette dalle mani dell'arcivescovo di Milano la corona di ferro. Lasciò adunque partire l'imperatore senza averlo veduto, e con questa vile bassezza, prodotta dalla sua vanità o dalla sua debolezza, fece suo implacabile nemico un monarca, suo naturale alleato, ch'egli stesso aveva invitato ne' suoi stati[5].

Sigismondo aveva seco condotti circa due mila cavalli ungari, boemi o tedeschi[6], piuttosto come un corteggio di gentiluomini addetti alla di lui persona, che volevano partecipare agli onori che gli si rendevano in Italia, che come un'armata. Egli non temette di avanzarsi nel cuore dell'Italia con tanto deboli forze, sebbene non ignorasse quanto doveva diffidarsi del duca di Milano, che dicevasi suo alleato, e quanto tale pretesa, alleanza spiacesse a coloro che trovavansi in guerra contro il Visconti. Da Milano Sigismondo recossi a Parma, ove fu ritenuto cinque mesi dalle negoziazioni tra Eugenio IV ed il concilio. Pochi giorni dopo il supplicio del Carmagnola, abbandonò Parma, ed entrò in Lucca l'ultimo di maggio del 1432[7]. In settembre del 1430 aveva questa città scosso il giogo di Paolo Guinigi e ricuperata la libertà, ed era in allora attaccata dalle armi fiorentine e difesa dal duca di Milano. L'arrivo dell'imperatore aveva in sulle prime alquanto costernati i Guelfi toscani; ma Michelotto Attendolo, che comandava l'armata fiorentina, la ricondusse sotto Lucca, per darle un'evidente prova della debolezza del corteggio dell'imperatore. In una scaramuccia rispinse pure i soldati tedeschi che si erano uniti ai Lucchesi[8], ed avrebbe facilmente potuto assediare Sigismondo in Lucca, ed impedirgli d'uscirne, se alcuni magistrati fiorentini non avessero amato meglio che il monarca continuasse il suo viaggio, portando negli stati del papa l'inquietudine che lo accompagnava[9]. Mentre l'armata fiorentina aveva piegato verso Arezzo, Sigismondo abbandonò precipitosamente Lucca, e recossi a Siena il 10 luglio del 1432[10].

La guerra, che di que' tempi desolava l'Italia, impediva che l'imperatore raccogliesse i vantaggi che aveva sperati dalla sua spedizione, ed incagliava tutte le sue negoziazioni. L'antico odio tra il duca di Milano, e le due repubbliche di Firenze e di Venezia, aveva più volte rinnovate le ostilità, in onta de' solenni trattati, che non avevano sospesa che per pochi mesi l'effusione del sangue. Non pertanto le contrarie parti, indebolite dalle grandi battaglie che si erano date nel 1431, si facevano una debolissima guerra. I Veneziani avevano posto alla testa delle loro armate Giovan Francesco Gonzaga, cui Sigismondo aveva venduto per dodici mila fiorini il titolo di marchese di Mantova[11]. Nella state del 1432 questo capitano si ristrinse a soggiogare i castelli di Bardolano, Romanergo, Soncino e la Valcamonica; mentre Giorgio Cornare, che si era innoltrato nella Valtellina con un corpo dell'armata veneziana, vi fu attaccato da Jacopo Piccinino, e totalmente disfatto[12].