STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO LXVI.
Stato dell'Italia nell'epoca del viaggio e dell'ingresso dell'imperatore Sigismondo in Roma; Eugenio IV in guerra coi Colonna, cogli Ussiti, col concilio di Basilea, e coi suoi sudditi. — Rivoluzioni di Firenze; esilio e richiamo di Cosimo de' Medici.
1431 = 1434.
L'aspetto dell'Italia erasi totalmente cambiato dopo la rivoluzione che aveva avuto principio ai tempi degli Ottoni di Sassonia; si erano vedute allora le città acquistare il diritto e la forza per governarsi da sè medesime; avevano scosso il giogo de' monarchi stranieri, che niuna cura omai di loro si prendevano; avevano compresso l'orgoglio de' superbi feudatarj, e forzati i nobili ad ubbidire alle leggi. Ma quattro secoli in Lombardia, e tre secoli in Toscana, bastarono ai popoli per iscorrere l'intero cerchio delle istituzioni, che possono convenire a stati ridotti a civiltà, e per soggiacere a tutte le rivoluzioni che possono condurre d'uno in altro sistema politico. Gl'Italiani, da prima ignoranti, poveri, grossolani, erano giunti ad ottenere tutti i vantaggi del commercio, della ricchezza e del gusto nelle lettere e nelle arti; si erano mostrati fieri, indocili, impazienti di giogo ed insofferenti di ogni autorità; e non pertanto avevano provati gli estremi della tirannide e della libertà. Sebbene non privi di coraggio nè di energia personale, avevano lungo tempo trascurate le armi, si erano poi consacrati all'arte della guerra, l'avevano abbandonata dopo alcun tempo, e di nuovo imparata. Lo spirito d'indipendenza, dopo avere dissoggettate tutte le città da straniero potere, aveva dato luogo ad uno spirito d'usurpazione e di conquista: da prima ogni città risguardava come vergognosa cosa l'ubbidire ad un'altra città, e non pertanto poche potenti città avevano assoggettate alle loro leggi tutte le vicine. Nulla più rimaneva delle antiche istituzioni, nè le moderne sembravano fatte per durare lungo tempo. Di questa rapida successione di creazioni e di distruzioni, che poteva osservarsi in tutti i governi de' secoli di mezzo, ma che è più sensibile nelle repubbliche, ne fu dato specialmente carico alle repubbliche, come se le loro leggi non potessero per molte generazioni guarentire agli uomini una costante prosperità.
Basta la più leggera osservazione per rispondere a questo rimprovero. Niente dura sulla terra, e la storia dell'universo altro non ci presenta che una rabbiosa guerra del tempo contro le opere degli uomini. Un individuo sopravvive a molti sistemi di leggi, una famiglia può vedere la caduta di molti governi; ma la vita di quest'individuo, la conservazione di questa famiglia non provano la durata delle istituzioni, cui furono associate. Le cronache non conservano che i nomi dei re, e si cancellano le rivoluzioni dei loro governi; la creazione o la caduta d'un ministro, il rapido innalzamento di uomini nuovi al favore del monarca, o la caduta di grandi personaggi, risguardansi a stento come avvenimenti storici negli annali d'una dinastia reale; eppure il cangiamento del ministero in una monarchia esattamente corrisponde alla rivoluzione di una repubblica. In tutte le forme di governo vedonsi variare i depositarj del potere, lo spirito che le anima, le leggi che le reggono, come si vedono perire e rinnovarsi tutte le opere degli uomini. Tutt'al più i soli nomi si conservano talvolta, mentre le cose indicate da questi nomi non sono più le medesime. Parve che l'impero romano si sostenesse mille cinquecento anni, da Augusto fino all'ultimo dei Costantini; ma la costituzione di quest'impero, lo stato delle nazioni, le massime del governo, variarono in ogni regno, in ogni generazione. Tra il secolo di Tiberio, quello di Onorio e quello di Foca, altra rassomiglianza non si ravvisa, che nella miseria, nelle pene, nell'avvilimento. Non doveva ragionevolmente sperarsi che la libertà e le virtù che prosperarono in Milano nel dodicesimo secolo avessero più lunga vita dell'eleganza e del gusto del secolo d'Augusto, della filosofia di quello di Marc'Aurelio, della religione di quello di Diocleziano. Le moderne monarchie, per antica che ne sia la fondazione, non rassomigliano perciò meglio a sè medesime. La costituzione della Francia non si mutò meno frequentemente di quella di Firenze. Ora i Franchi erano vincitori accampati in mezzo ai popoli debellati, ora cittadini liberamente adunati nel campo di Marte sotto la presidenza d'un re: la Francia feudale era una repubblica di sovrani, che appena si degnavano di riconoscere un capo: la Francia rappresentata dagli stati, la Francia rappresentata dai parlamenti, la Francia governata dai grandi, dai ministri, dalle amanti, presentava molte volte in ogni regno un diverso aspetto. Tutte le umane istituzioni sono egualmente caduche; non v'ha che il despotismo, che nelle sue continue rivoluzioni resti sempre lo stesso; non è che dove nulla esiste per proteggere i popoli, che nulla può essere rovesciato, come non può essere atterrata una colonna, che giace di già sul suolo.