Alfonso credette il momento favorevole per chiudere per sempre l'ingresso del regno al solo alleato che avesse Renato; e cercò di togliere per sorpresa a Francesco Sforza tutto ciò che questo condottiere possedeva nella monarchia siciliana. Lo Sforza, occupato in allora nella guerra di Lombardia, aveva lasciate poche truppe ne' varj feudi che aveva ereditati da suo padre. Era affezionato al re Renato, e nemico d'Alfonso, contro il quale egli suo padre avevano lungamente combattuto; ma egli aveva con questo principe fatta una tregua di dieci anni, in forza della quale le piazze forti da lui occupate erano state dichiarate neutrali, ed i loro mercati egualmente aperti alle due fazioni. I Napolitani, di già bloccati da Alfonso, approfittavano di tale neutralità per tirare vittovaglie da Benevento, e questo fu il fatale pretesto di cui si valse il re d'Arragona per rompere il suo trattato, e sorprendere questa piazza in sul finire del 1440. Approfittando de' primi successi occupò in pochi giorni per accordo o per forza tutti i castelli del vicinato, e tutto quanto possedeva nella Campania Francesco Sforza. In principio del susseguente anno fece attaccare dai suoi luogotenenti i feudi che lo Sforza aveva negli Abruzzi, mentre andò egli stesso ad assediare Troja.

Francesco Sforza, in allora al servizio de' Veneziani, era abbastanza occupato dal Piccinino. Non pertanto mandò per il mare Adriatico due de' suoi luogotenenti, Cesare Martinengo e Vittore Rangone per difendere la sua eredità. Il corpo di cavalleria che questi conducevano sbarcò a Manfredonia, ove si affrettarono di raggiugnerlo i partigiani pugliesi di Renato: s'avanzarono verso Troja per obbligare Alfonso a levarne l'assedio; ma questi attaccò i due capitani, li ruppe, e disperse interamente la loro piccola armata. Alessandro Sforza, fratello del conte Francesco, e suo luogotenente nella Marca d'Ancona, fu più fortunato contro Raimondo di Caldora, che comandava gli Arragonesi negli Abruzzi; lo sconfisse e fece prigioniere con circa cinquecento cavalli; scacciò dalla provincia il rimanente della di lui truppa, ma non cercò d'inseguirla, e di approfittare della sua vittoria[197].

Il cardinale di Trento, mandato da Eugenio IV, entrò pure con un'armata di dieci mila uomini nel contado d'Albi dell'Abruzzo ulteriore per sostenere il partito di Renato; ma dopo una breve campagna, che non venne illustrata da verun'impresa importante, fece una tregua con Alfonso e rientrò nel territorio della Chiesa. Vedendo il re d'Arragona che gli sforzi de' suoi nemici erano impotenti, ricondusse i suoi soldati sotto Napoli, e la strinse in modo, che le vittovaglie salirono ben tosto ad un eccessivo prezzo. Il re Renato faceva distribuire sei once di pane ai soldati ed agli abitanti il giorno che facevano la guardia, e tutti gli altri erano ridotti ad alimentarsi di erbaggi o di animali immondi e schifosi[198]. Nondimeno Renato si era in modo affezionati i Napolitani, era così apertamente partecipe delle loro privazioni e dei loro pericoli, che il popolo non si lagnava, e sottomettevasi per amor suo ai più grandi patimenti. Ma tutta la speranza degli assediati fondavasi sul conte Sforza; sapevano essi che dopo la pace di Lombardia questo generale era rimasto alla testa di una fiorente armata, che si era arricchito coi tesori di suo suocero, e che niente omai lo riteneva in Lombardia. Renato lo affrettava a salvare un amico dall'ultima sua ruina, ed a vendicarsi di un nemico che lo aveva assalito senza essere stato provocato. Infatti lo Sforza animato da giusto sdegno per la ricevuta ingiuria, si pose in cammino in principio di gennajo del 1442 per assicurare la propria autorità nel principato della Marca, e per difendere o riconquistare i suoi feudi ereditarj del regno di Napoli[199].

Un così formidabile avversario poteva un'altra volta cambiare la sorte della guerra. Alfonso, avvisato del suo imminente arrivo, supplicò il duca di Milano a soccorrerlo prima che perdesse una conquista, che omai credeva sicura. Era il Visconti, egli diceva, che gli aveva posta la corona in capo; per terminare quest'opera altro più non restava a farsi che ritenere lo Sforza fuori del regno, finchè Napoli avesse capitolato; ed in allora la riconoscenza d'Alfonso per così grande beneficio non sarebbe più impotente[200].

È verosimile che nell'istante in cui Filippo Maria si era rappattumato collo Sforza, e che gli aveva data la figlia, avrebbe avuto tanta influenza sul di lui animo da persuaderlo a rimanersi inattivo, particolarmente qualora gli avesse guarentiti o fatti restituire i feudi che gli si erano tolti. Ma il duca di Milano non voleva mai conseguire i suoi fini che per mezzo dell'intrigo; egli aveva una decisa passione disinteressata per gl'inganni, e preferì di ruinare suo genero e sua figlia, piuttosto che cercare di persuadere il primo a seguire le sue viste. Forse la morte di Niccolò, marchese d'Este, accaduta il 26 dicembre del 1441, contribuì ad intiepidire il Visconti intorno ad un parentado trattato da questo principe. Niccolò, uno de' più accorti sovrani che abbia prodotti l'illustre famiglia d'Este, aveva così ben guadagnata la confidenza del Visconti, che questi lo aveva indotto a fissare il 5 aprile del 1441 la sua dimora in Milano, e ve lo aveva trattenuto come confidente, amico e suo solo consigliere; onde spargevasi voce che sarebbe stato nominato successore del duca. La morte di Niccolò, che aprì la successione di Ferrara e di Modena a suo figlio naturale Lionello, uno de' grandi protettori delle lettere e delle arti[201], venne attribuita a veleno che si suppose essergli stato dato da' suoi rivali nella corte di Milano. Filippo, perdendo il suo consigliere, si ravvicinò a coloro che godevano per lo innanzi il suo favore, ed in particolare a Niccolò Piccinino; ordinò a questo generale di assoldare la maggior parte de' corazzieri che i Veneziani avevano licenziati dopo la pace, e di prendere il cammino di Bologna. Nello stesso tempo scrisse ad Eugenio IV, che l'istante era finalmente giunto di ricuperargli la Marca d'Ancona, che pentivasi d'aver data in feudo allo Sforza, e gli offriva per riconquistarla le truppe del Piccinino pagate per tutto il tempo che durerebbe la guerra[202].

Pochi mesi prima lo Sforza comandava le truppe della lega, di cui era parte anche il papa; era ancora minor tempo che lo Sforza era stato riconosciuto da questo papa per arbitro nell'ultimo trattato di pace; finalmente in questa stessa epoca egli accorreva in soccorso di un alleato della corte di Roma, di già ridotto alle ultime angustie: ma nè la riconoscenza, nè i giuramenti potevano tenere a freno l'ambizione d'Eugenio. Egli accettò la proposizione che gli faceva il duca di Milano, sagrificò senza scrupolo Renato, alla di cui difesa poco prima credeva attaccata l'indipendenza della santa sede, nominò il Piccinino gonfaloniere della Chiesa, e senza dichiarazione di guerra, in mezzo alle più pacifiche proteste, lo autorizzò a sorprendere Todi, e ad assediare Assisi[203].

Lo Sforza, trattenuto nella Marca da così inaspettato attacco, abbandonò il progetto di soccorrere la casa d'Angiò, per opporsi al Piccinino. Intanto l'accidente favorì Alfonso. Un muratore, cacciato dalla fame fuori di Napoli, indicò al re d'Arragona il giro e l'uscita di un acquidotto abbandonato, pel quale Belisario era entrato in questa città. Credevasi bastantemente chiuso colle palafitte, ed erasi trascurato di porre una guardia in que' luoghi umidi ed oscuri. Il muratore condusse il 2 giugno del 1442 dugento soldati arragonesi a traverso a quest'acquidotto fino ad una torre cui faceva capo. Nello stesso tempo Alfonso fece dare l'assalto alle mura per distrarre gli assediati; e malgrado la valorosa resistenza di Renato, gli Arragonesi penetrarono in città per due diversi luoghi. È peraltro probabile che sarebbero stati respinti, se uno di loro non presentavasi nelle strade di Napoli montato sul cavallo d'un corazziere napoletano da lui ucciso. A tale vista fu universalmente creduto che una porta della città fosse stata occupata dal nemico, poichè v'era entrata la stessa cavalleria, ed in allora più non fu possibile di trattenere i fuggitivi. Renato, strascinato da loro, si chiuse in Castelnuovo; la città venne saccheggiata per alcune ore; ma Alfonso, essendovi entrato, ristabilì l'ordine, ed accolse umanamente tutti gli abitanti. Le fortezze di Capuano e di Capo di monte si arresero dopo pochi giorni, quelle di Castelnuovo e di sant'Elmo rimasero più lungamente in potere di Renato. Questo principe non vi si rinchiuse per difenderle; egli s'imbarcò per passare prima a Firenze, poi a Marsiglia, ed in sul finire di questo stesso anno, quando perdette la speranza di ricuperare il regno di Napoli, fece rendere ad Alfonso le fortezze che venivano ancora custodite per suo conto, onde non prolungare inutilmente i mali di un popolo, che gli aveva mostrato tanto amore e tanta fedeltà[204].

Frattanto continuavasi la guerra nella Marca d'Ancona, sebbene i Fiorentini, che risguardavano la conservazione dello Sforza come necessaria alla loro propria indipendenza, cercassero, d'accordo coi Veneziani, di ristabilire la pace. Bernardo de' Medici erasi recato per commissione loro alle due armate per essere mediatore, e due volte aveva strappato al pontefice ed al Piccinino l'assenso per un equitativo trattato. Ma tosto che lo Sforza, fidandosi ai loro giuramenti, prendeva la strada del Tronto per entrare nel regno di Napoli, il papa o i suoi legati scioglievano il Piccinino dall'osservanza della sua parola, fondandosi sul principio, che nessun trattato svantaggioso alla chiesa è valido; e questo generale ricominciava le ostilità[205]. La prima volta approfittò della buona fede dello Sforza per sorprendere Tolentino, la seconda per assediare Assisi. Il sovrano della Marca, impedito in tutti i suoi progetti, perdeva le sue truppe alla spicciolata; tutti i distaccamenti comandati dai suoi capitani o dai suoi fratelli, Giovanni ed Alessandro, erano successivamente battuti[206]. Assisi fu preso, ed il nemico vi entrò per un acquidotto, come pochi mesi prima era entrato in Napoli. Tre degli ufficiali generali dello Sforza, Manno Barile, Cesare Martinengo e Vittore Rangone, credendo i suoi affari disperati, erano passati al soldo del re Alfonso. Questi sottomise in poco tempo tutto ciò che negli Abruzzi ed in seguito nella Puglia conservavasi tuttavia fedele a Renato ed allo Sforza. L'Aquila gli aprì le porte, Manfredonia e Troja capitolarono, quando lo videro vicino, e prima che terminasse l'anno Francesco Sforza più non conservava un solo feudo, di quanti suo padre ne aveva acquistati nel regno di Napoli con tante fatiche e tante vittorie[207].

Poteva restare a Renato d'Angiò qualche speranza di risalire sul trono di Napoli, finchè il valoroso condottiere, che aveva abbracciato il suo partito, era padrone delle strade degli Abruzzi e della Puglia; ma la ruina di Francesco Sforza consumava quella degli Angioini, e Renato dovette infatti differire, fin dopo la morte del suo avversario, ogni tentativo per rientrare nel regno, cui credeva di avere diritto. Egli si era tenuto sicuro dell'alleanza del papa; i loro trattati erano stati sanzionati da tutte le dimostrazioni d'amicizia che mai possono darsi i Sovrani, e dalla guarenzia ancora più grande del vicendevole vantaggio; e non pertanto Eugenio IV era il vero autore della ruina del principe Angioino. Quand'egli aveva preso il Piccinino a suo soldo, e che aveva assalito lo Sforza in onta alla giurata pace, aveva tolta a Renato la sola speranza di salute che gli rimanesse, e fatta cadere la corona dal suo capo. Il principe fuggitivo, prima d'abbandonare l'Italia, aveva desiderato almeno di rimproverare questa mancanza di fede al suo imprudente alleato. Venne per lagnarsene a Firenze, ove trovavasi in allora la corte pontificia; non ebbe difficoltà a provare che la diversione operata contro il suo difensore aveva accresciuta la miseria de' suoi fedeli partigiani, che con lui sostenevano l'assedio di Napoli. Ma Renato trovavasi allora senza stati e senza armate, e non osò alzare troppo la voce per lagnarsene; si mostrò soddisfatto della buona volontà che tuttavia gli mostrava la corte pontificia; accettò dal papa con riconoscenza l'investitura degli stati che aveva perduti; perciocchè Eugenio IV, quasi riparare volendo il commesso errore, pose in capo a Renato con grande cerimonia, ed in nome della Chiesa, la corona d'un regno, che questo principe aveva dovuto abbandonare[208].