CAPITOLO LXXI.
Alfonso di Napoli, Eugenio IV ed il duca di Milano si uniscono contro lo Sforza per torgli la Marca d'Ancona. — Le repubbliche di Firenze e di Venezia prendono le sue difese. — Rivoluzioni di Bologna. — Morte di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti.
1443 = 1447.
Le due lunghe e sanguinose guerre che avevano straziato il nord ed il mezzodì dell'Italia erano terminate: la pace di Capriana, che aveva ristabiliti i rapporti di buona vicinanza tra il duca di Milano e le due repubbliche di Venezia e di Firenze, non era per anco stata violata. La ritirata di Renato d'Angiò lasciava Alfonso V d'Arragona pacifico possessore del regno di Napoli, che aggiugneva a quelli della Sicilia e della Sardegna. La Lombardia, le due Sicilie e lo stato della Chiesa, spossati da tante guerre, sospiravano il riposo. Ma in mezzo ai principi, che governavano questi stati, il figlio di un contadino, Francesco Sforza, aveva fondata una Monarchia militare, che inspirava diffidenza a tutti i suoi vicini. Egli medesimo non aveva verun interesse di turbare la pace d'Italia; anzi il proprio vantaggio lo chiamava a conservarne la tranquillità, onde più solidamente stabilire il suo principato della Marca; e come condottiere preferiva di fare la guerra per conto d'altri, non per sè medesimo. Coloro che lo qualificavano come usurpatore, e che pretendevano che il riposo dell'Italia non potesse conciliarsi col mantenimento della sua autorità, non avevano per avventura diritti assai più legittimi di quelli di Francesco. Alfonso non regnava in Napoli che pel diritto di conquista; Filippo Maria aveva allargato in Lombardia il suo dominio con una lunga serie di slealtà, ed Eugenio IV era un prete decorato della tiara malgrado il voto de' suoi elettori medesimi; ma tutti erano persuasi che una più pericolosa usurpazione per loro sarebbe quella sanzionata dai talenti e dal carattere; che un soldato, salito sul trono, ne indicherebbe la strada a tutti i valorosi, e che il paragone d'un tal uomo comprometterebbe la sicurezza di tutti coloro che dovevano il loro rango all'eventualità della nascita.
L'accanimento contro Francesco Sforza pareva accrescersi in ragione della diffidenza che ogni sovrano aveva diritto di concepire di lui medesimo. Alfonso V, cui le vicendevoli offese, e la rivalità di parte tenuta lungo tempo, avevano poste le armi in mano, era non pertanto il più disposto a riconciliarsi collo Sforza, perciocchè, conscio del proprio valore, egli non temeva di spogliarsi delle insegne del principato, e pareggiarsi uomo per uomo con un eroe. Il Visconti, ch'era suocero dello Sforza e che talvolta trovava nel suo cuore l'affetto paterno per la figlia e pei nipoti, era per lo contrario divorato da estrema gelosia, e vedeva nel nuovo signore, ch'era riuscito ad unire il sangue dei Visconti al sangue del contadino di Cotignola, un successore che oscurerebbe la sua gloria, e forse un formidabile rivale apparecchiato a spogliarlo. Non pertanto il più acerbo nemico dello Sforza era Eugenio IV. Era in su le porte di Roma, e nelle sue stesse province che un soldato insegnava ad uomini effeminati quale ricompensa possa ottenere il coraggio, e che a lato alla carriera percorsa dagli ecclesiastici, ne apriva un'altra che in mezzo a maggiori pericoli ed alla gloria conduceva agli stessi onori ed allo stesso potere. Lo Sforza riconosceva dallo stesso Eugenio IV l'investitura della Marca, come giusto premio de' suoi servigi, e come prezzo del sangue che aveva versato per la santa sede. Ma Eugenio era determinato di ritogliergli questa provincia a qualunque costo. Egli aveva sagrificato il suo alleato Renato d'Angiò a questo ardentissimo desiderio, e si accostò per soddisfarlo ad Alfonso d'Arragona, che aveva sempre risguardato come suo nemico. Per istabilire con lui un'alleanza, mandò a Napoli il suo nuovo favorito, il patriarca d'Aquilea, e pochissimi mesi dopo avere accordata, così mal a proposito, l'investitura del regno a Renato, firmò un trattato con Alfonso col quale lo riconosceva re di Napoli, e si obbligava a mantenergli la corona, guarentendone l'eredità a suo figliuolo naturale, don Ferdinando. Ma il prezzo di tale alleanza fu l'obbligo, assuntosi da Alfonso, di portare la guerra nella Marca d'Ancona, e di continuarla finchè ne avesse scacciato lo Sforza, e rimesso il papa nella piena sovranità di tutto quanto vi possedeva questo capitano[209].
Niccolò Piccinino, generale del duca di Milano, trovavasi in allora al soldo del papa, e comandava l'armata destinata alla conquista della Marca, mentre Alfonso faceva avanzare le sue truppe verso la stessa provincia. Lo Sforza, abbandonato da molti suoi luogotenenti, vedevasi attaccato da ventiquattro mila uomini di cavalleria pesante, cui non poteva opporre che otto mila. In verun modo non poteva dare battaglia con forze tanto sproporzionate, onde risolse di destinare la metà circa de' suoi soldati a formare le guarnigioni di tutte le principali città della Marca, affidandole a governatori che gli erano legati per matrimoni o per sangue. Mentre loro ordinava di stancare la pazienza de' nemici col sostenere lunghi assedj, giudicò opportuno di tenersi al largo da ogni attacco con circa quattro mila uomini, che formerebbero il nucleo d'una nuova armata, in testa alla quale gli sarebbe libero di marciare a disturbare gli assedj delle sue fortezze, qualunque volta credesse di poterlo fare con vantaggio[210]. Scelse per luogo di sua residenza la città di Fano, posta negli stati di Sigismondo Malatesti, suo genero, e la fortificò in modo da potervi, ove fosse d'uopo, sostenere un lunghissimo assedio. In pari tempo non cessava di affrettare i soccorsi delle repubbliche di Firenze e di Venezia, e la sua ritirata in Romagna gli agevolava il modo di riceverli più sollecitamente. Le due repubbliche sentivano che la sicurezza loro richiedeva che fosse salvo il generale solo capace di salvarle a vicenda in un istante di pericolo; pure i loro apparecchi non si facevano colla dovuta diligenza. Fortunatamente per lo Sforza Filippo, che aveva bensì voluto indebolirlo, ma non ruinarlo interamente, in sul finire di quest'anno fece istanza ad Alfonso di desistere dalle ostilità contro il suo genero, e dietro le sue preghiere, questo re vittorioso abbandona un'impresa che sembravagli sicura[211].
Rivoluzioni assai più vicine avevano tenute inquiete Firenze e Venezia, e ritardati i soccorsi che le due repubbliche destinavano allo Sforza. Dopo che Niccolò Piccinino aveva tolta Bologna alla Chiesa, questa città aveva richiamati i suoi esiliati, e reso al suo governo press'a poco l'antica forma repubblicana, ma sotto la sopravveglianza di Francesco Piccinino, figliuolo di Niccolò, che aveva il comando della guarnigione. Questi non tardò a concepire qualche diffidenza di Annibale Bentivoglio, pel di cui richiamo egli stesso aveva operato, ma che adesso vedeva rapidamente riacquistare il credito della sua famiglia, in altri tempi sovrana. Parevagli inoltre che i Bolognesi si ponessero troppo pienamente in possesso della libertà loro promessa, e questi per lo contrario lagnavansi, che andasse troppo ristringendo i privilegj ch'erasi obbligato a conservare. In tali circostanze Francesco Piccinino andò a prendere i bagni a Castel san Giovanni, facendovisi accompagnare da Annibale Bentivoglio, da Gaspare e da Michele Malvezzi, e da più altri gentiluomini bolognesi. Nell'uscire dal primo pranzo che aveva fatto con loro, fece arrestare i primi tre, che furono all'istante tradotti in tre lontane fortezze. I Bolognesi s'addirizzarono al duca Filippo ed a Niccolò Piccinino per far rilasciare i loro tre illustri concittadini; ma vane tornarono tutte le loro istanze. Galeazzo Marescotti preferì in allora di tentare egli stesso la liberazione di Annibale Bentivoglio, suo amico, piuttosto che ricorrere ad un ingiusto padrone. Recossi a Varano, nello stato di Parma, ove sapeva ch'era chiuso Annibale, sedusse un fabbro ferrajo impiegato nel castello, che gliene fece conoscere tutte le uscite ed i luoghi in cui venivano poste le sentinelle. Il Marescotti si associò in allora cinque gentiluomini bolognesi, entrò con loro, scalando le mura, in Varano, uccise la sentinella che incontrò in sul suo passaggio, sorprese mentre dormiva il comandante della fortezza ed i cinque o sei soldati che vi si trovavano, e, facendosi consegnare Annibale Bentivoglio, partì con lui immediatamente alla volta di Bologna. I loro amici, che gli aspettavano, procurarono loro l'ingresso in città nella susseguente notte del 5 giugno 1443 con scale di corda che loro gettarono dall'alto delle mura, mentre nelle loro case eransi segretamente adunati moltissimi loro partigiani. Tutt'ad un tratto uscirono chiamando ad alte grida il popolo alle armi ed alla libertà, e facendo nello stesso tempo suonare a stormo nella chiesa di san Giacomo; una folla di cittadini venne a raggiugnerli, e fecero prigioniero nel pubblico palazzo Francesco Piccinino ed i soldati che dovevano difenderlo[212].
Avendo Bologna ricuperata la libertà e posto Annibale Bentivoglio alla testa del suo governo, fece tosto chiedere ai Fiorentini ed ai Veneziani di riceverla nella loro alleanza, che sembrava destinata ad accogliere tutti gli amici della libertà. Malgrado il pericolo di questa associazione, i due popoli non si mostrarono difficili. I Fiorentini spedirono a Bologna Simoneta di Campo san Pietro con quattrocento cavalli, ed i Veneziani Tiberto Brandolini con cinquecento. Questi due generali, uniti ai Bolognesi, il quattordici agosto riportarono sopra Luigi del Verme, ufficiale del Piccinino, una vittoria che assicurò l'indipendenza di Bologna. Il primo uso che Annibale Bentivoglio fece degli ottenuti vantaggi, fu quello di procurare la libertà ai due Malvezzi ch'erano stati con lui arrestati, come pure ai due Canedoli, capi di una contraria fazione, ch'egli sperava di rendersi amici coi beneficj. Furono tutti quattro rilasciati in cambio di Francesco Piccinino, che Annibale restituì al padre[213].