I Fiorentini medesimi non andarono affatto immuni da interne turbolenze. Gli è vero che Cosimo de' Medici non cercava di governare la città come principe; ma come capo di partito non sapeva soffrire veruna opposizione. Neri, figlio di Gino Capponi, lo pareggiava di riputazione e quasi di potere; egli solo in Firenze aveva saputo mantenersi in eminente dignità sotto i due governi. Egli non erasi punto legato agli Albizzi, onde non era stato strascinato nella loro caduta; ma non tenevasi nemmeno obbligato a fare la sua corte ai Medici. Tenuto in molta considerazione da' suoi concittadini, non era meno stimato dai soldati. Più volte aveva comandate le armate fiorentine, ed egli solo tra i magistrati aveva fatte brillare ai loro occhi le virtù militari. Dovevasi a suo padre l'acquisto di Pisa, a lui la vittoria d'Anghiari sopra il Piccinino e l'acquisto del Casentino. Quanto più l'intera città stimava il Capponi, altrettanto Cosimo de' Medici rendevasi di lui geloso. Di già in settembre del 1441 aveva cercato d'umiliarlo col più sanguinoso affronto. Tra gli amici di Neri Capponi, uno de' più zelanti era Baldaccio d'Anghiari, fedele condottiere della repubblica, che sempre aveva comandata l'infanteria, e che si era acquistata grandissima riputazione in quest'arma, di cui cominciavasi a sentire l'importanza. Baldaccio poteva all'occasione di un tumulto popolare dare importanti soccorsi al Capponi, e fare a lui raccogliere il frutto d'una vittoria che il Medici non voleva dividere con chicchefosse. Così vaghi sospetti bastarono ai capi del partito dominante per determinarli a disfarsi d'un uomo eminentemente distinto. All'odiosa loro politica s'aggiunse il risentimento del gonfaloniere di giustizia, Bartolomeo Orlandini, quello stesso che aveva tanto vilmente abbandonato Marradi nel 1440. Sapeva costui che Baldaccio aveva parlato con disprezzo della sua condotta, che lo aveva accusato di viltà in presenza della magistratura e dell'armata, e lusingavasi di ricuperare la propria riputazione col far perire il suo accusatore. Fece un giorno chiamare Baldaccio in palazzo, il quale v'andò senz'ombra di diffidenza. Il gonfaloniere lo intrattenne alcun tempo intorno ad affari relativi al soldo delle truppe, passeggiando lungo i corridoj che guardano la pubblica piazza. Tutto ad un tratto alcuni soldati appostati dall'Orlandini lanciaronsi sopra Baldaccio, lo pugnalarono e gettarono il suo cadavere dalle finestre del palazzo sulla piazza, presso la dogana, ove rimase tutto il giorno esposto alla vista del popolo. Un così violento atto di tirannia, eseguito in una repubblica, non venne seguito da veruna procedura o giudizio; imperciocchè per una strana imprudenza i Fiorentini, tanto gelosi della loro libertà, niente avevano fatto per guarantirsi dall'abuso del potere giudiziario. Baldaccio d'Anghiari venne dalla folla risguardato come colpevole di qualche segreto tradimento, poichè lo vedeva punito; gli amici di Cosimo insuperbironsi, vedendo che niuno ardiva opporsi alla loro autorità, quelli di Neri Capponi tremarono, e per qualche tempo non fu notata ne' consiglj veruna opposizione[214].
Quando dopo tre anni di pace i rivali dei Medici cominciarono a riprendere fiato, Cosimo li percosse con un nuovo spavento, con un mezzo veramente più conforme agli usi della repubblica, ma non perciò meno sovversivo della libertà. La signoria, che sedeva in maggio del 1444, si fece accordare dai consiglj il potere dittatoriale della balia in compagnia di dugento cinquanta cittadini che vennero prescelti a tale effetto[215]. Quest'arbitraria magistratura, che le stesse leggi ponevano al di sopra delle leggi, limitò il numero di coloro che potevano entrare nella signoria, tolse l'impiego di segretario di stato, ossia di cancelliere delle riformagioni, a Filippo Peruzzi e lo esiliò, prolungò l'epoca del richiamo di tutti coloro ch'erano di già esiliati, ne condannò altri senza nuovo processo, privò d'ogni parte alle magistrature tutte le famiglie che potevano essere sospette al partito dominante, e concentrò in tal modo il governo nelle mani della ristretta oligarchia, che lo aveva usurpato[216].
Dopo essersi in tal modo internamente assicurati del loro potere, e averlo rassodato al di fuori col rinnovamento della loro alleanza col duca di Milano[217], i capi della repubblica fiorentina pensarono a dare più efficaci soccorsi al loro alleato, Francesco Sforza. Di già avevano essi stipulato un trattato con Filippo Maria Visconti, pubblicato in Firenze il 18 ottobre del 1443, in forza del quale il duca obbligavasi a mandare a suo genero tre mila cavalli e mille fanti[218]; e bentosto ordinarono a quello stesso Simoneta, che aveva difesi i Bolognesi, di avanzarsi a traverso la Romagna per unirsi allo Sforza.
Intanto il conte Francesco aveva avuti nuovi disastri; era stato abbandonato da Troilo di Rossano e da Pietro Brunoro, sebbene il primo, essendo vecchio ufficiale, educato nella scuola di suo padre, e già in età di sessant'anni, sembrar dovesse inaccessibile alle seduzioni della cupidigia o all'incostanza. Molti altri ufficiali avevano nello stesso tempo abbandonate le insegne dello Sforza per passare sotto quelle d'Alfonso; essi avevano seco trascinati quasi tutti i loro soldati, e l'incostante popolo della Marca d'Ancona si era ovunque ribellato, senz'avere altro scopo o altra speranza, che quella di mutar padrone.
Francesco Sforza, esulcerato da tante indegnità, ne fece ancor esso un'indegna vendetta. Mentre il re Alfonso avvicinavasi a Fermo con Troilo, Brunoro e gli altri fuggiaschi, che formavano la maggior parte della sua armata, lo Sforza scrisse a' primi per avvisarli che finalmente era giunto l'istante di fare quanto essi gli avevano promesso. Affidò questa lettera ad un messo, che egli sapeva dover essere preso nel recarsi al campo nemico, e nello stesso tempo fece spargere incerte voci nel proprio accampamento di una grande rivoluzione che non doveva tardar molto, e che darebbe ai suoi soldati sommo contento e ricchezze. Il messo dello Sforza venne infatti fermato, e fu portata ad Alfonso la lettera addirizzata ai due capitani. Il re arragonese fu preso da grandissimo terrore, credendosi tradito dai due disertori; le relazioni delle spie ch'egli teneva nell'armata dello Sforza accrebbero la sua diffidenza. Fece all'istante armare tutti i suoi più fedeli soldati, e prendere, spogliare e caricare di catene Troilo e Brunoro, ch'eransi recati al suo padiglione; e mentre egli abbandonava i loro soldati all'avarizia ed alla vendetta de' suoi, fece tradurre i due capitani prima a Napoli, poi in un castello del regno di Valenza ove languirono in prigione più di dieci anni[219].
Pietro Brunoro aveva rapita nella Valtellina una fanciulla, detta Bonna, che lo seguiva vestita da soldato, e che sempre combatteva al suo fianco. Questa donna, affezionatissima al suo padrone ed amante, si fece a procurargli la libertà. Andò di città in città a cercare tutti i capitani, tutti i magistrati, tutti i principi pei quali Brunoro aveva combattuto; chiese loro certificati di fedeltà, e commendatizie per Alfonso; passò anche in Francia, onde ottenere dalla compassione o dalla galanteria de' principi francesi un'assistenza ch'essi non vollero ricusare ad una donna. Con queste commendatizie tornò presso Alfonso, lo commosse collo zelo e colla costanza con cui aveva raccolte tante raccomandazioni, ed ottenne da lui la libertà di Brunoro. Passarono insieme al servizio dei Veneziani con un soldo di venti mila ducati, e Bonna, diventata consorte di colui che aveva salvato, continuò a combattere al suo fianco, lo seguì in Grecia, ove Pietro Brunoro perì a Negroponte nel 1466, non potendo sopravvivergli, morì ancor essa lo stesso anno[220].
Il re Alfonso, dopo avere sbandati egli stesso i disertori che aveva ragunati, ritirossi nel proprio regno, vinto dalle istanze del duca di Milano. Dopo di ciò lo Sforza si trovò di avere press'a poco eguali forze del Piccinino; ed altronde si andava adunando nella Romagna un'armata sussidiaria di circa quattro mila cavalli, mandata dai Veneziani e dai Fiorentini. Erano cominciate le piogge dell'autunno, ed i nemici, che avevano veduto tutta l'estate lo Sforza condannato all'inazione, non credevano di doverlo temere al ritorno della cattiva stagione. Alfonso aveva poste le sue truppe ne' quartieri d'inverno, e Niccolò Piccinino, fortificatosi a monte Lauro, presso Pesaro, non aveva bisogno di uscire dal suo campo per togliere la comunicazione tra l'armata delle due repubbliche, che sotto gli ordini di Taddeo d'Este erasi innoltrata fino a Rimini, e quella che si era chiusa in Fano. Ma Francesco Sforza era impaziente di ristabilire la propria riputazione compromessa da tanti rovesci; segretamente chiamò presso di sè i corpi, che sotto il comando di Alessandro, suo fratello, e di Sarpellione, avevano difesa la Marca d'Ancona; riunì sotto le sue bandiere molte compagnie d'infanteria licenziate da Alfonso, quando prese i quartieri d'inverno; fece avvisare Taddeo d'Este di avanzarsi verso monte Lauro, e l'8 di novembre si mosse per avvicinarsi al Piccinino. Mentre avanzavasi, incontrò un araldo d'armi, che questi gli mandava sotto qualche pretesto per riconoscere i suoi movimenti. «Va a dire al tuo padrone, gli disse lo Sforza, che andiamo a bere al suo fiume.» Infatti per giugnere al Piccinino era d'uopo passare la Foglia, l'antico Pisauro, che copriva il campo posto tra monte Lauro e monte all'Abate. Per altro lo Sforza non era intenzionato d'attaccare il nemico la stessa sera del suo arrivo, perchè una leggiere pioggia, che rendeva più sdruccievole il declivio dell'eminenza su cui stava il nemico, accresceva lo svantaggio dell'attacco; voleva soltanto accamparsi in faccia al Piccinino, ed aspettare colà Taddeo d'Este. Ma le scaramucce ch'ebbero luogo nel passaggio del fiume resero la battaglia generale. I soldati dello Sforza di già occupati nel formare il loro campo sull'altra riva, vennero respinti da un numero superiore; essi presentavansi continuamente al generale per chiedere rinforzi e nuovi cavalli, e lo Sforza li ricondusse contro il nemico, rinfacciandoli di poca fermezza; nello stesso tempo aveva staccato Sarpellione con un ragguardevole corpo, che, girando l'armata del Piccinino alla sinistra, comparve improvvisamente sopra della medesima sull'alto della collina. A tale vista il Piccinino più non potè contenere i suoi soldati, e fu egli stesso strascinato dai fuggiaschi nel campo. Sperava di potervisi difendere, e molti de' suoi più valorosi sostennero alcun tempo la battaglia alle porte, ma in ultimo i suoi trincieramenti furono forzati dall'impeto del vincitore. Un immenso bottino cadde in potere dei soldati dello Sforza, i quali, mentre si appropriavano le armi ed i cavalli, facevano fuggire i prigionieri; questi, approfittando della notte, si rifugiarono nelle città e ne' castelli del vicinato; e lo stesso Piccinino, errante tutta la notte per aspre montagne, giunse a stento all'indomani a monte Sicardo, ove si pose in sicuro. Lo Sforza, per non perdere i vantaggi della vittoria, voleva subito condurre la sua armata nella Marca d'Ancona, che avrebbe castigata per la sua ribellione, e tutta sottomessa in pochi giorni; ma Sigismondo Malatesti, suo genero, lo trattenne colle sue importunità, facendosi pagare l'ospitalità, che gli aveva accordata, coll'impiegare le di lui truppe a riconquistare Pesaro[221].
Il Piccinino, ajutato dai tesori della Chiesa, trovò modo, durante l'inverno, d'adunare i suoi soldati; mentre lo Sforza, senza danaro, poteva difficilmente impedire nuove diserzioni. I sussidj che gli pagava la repubblica di Venezia furono tutti ritenuti da Sigismondo Malatesti, che vantava vistosi arretrati. Quelli di Firenze furono mandati al suo luogotenente Sarpellione, che sosteneva la guerra con molto valore ne' territorj d'Osimo e di Recanati, ed il grosso dell'armata, che trovavasi sotto gl'immediati ordini di Francesco Sforza, non riceveva il suo soldo, onde non poteva rifare i perduti equipaggi. Questa guerra provava la debolezza della piccola monarchia militare fondata dallo Sforza; il suo paese era divorato dai soldati, le stesse contribuzioni che spingevano i popoli alla ribellione, non bastavano al mantenimento del quarto della sua armata. Colui ch'erasi mostrato così formidabile al duca di Milano, quando guerreggiava per gli altri, non poteva ne' proprj stati e per la propria causa, nè approfittare delle sue vittorie, nè rialzarsi da una disfatta[222].
Ma Filippo Maria Visconti, di cui non potevansi mai prevedere le risoluzioni dettate a vicenda dalla sua incostanza, o da una sottile politica, venne un'altra volta in soccorso di suo genero. Dietro le istanze di Venezia e di Firenze mandò Francesco Landriani, uno dei suoi consiglieri, ai due generali, che combattevano nella Marca, per invitarli ad una tregua. Nello stesso tempo fece dire a Niccolò Piccinino, che doveva comunicargli cose di somma importanza, onde lo invitava a recarsi subito a Milano. Il Piccinino e lo Sforza parevano egualmente disposti a firmare un armistizio, ma il legato del papa ricusava di acconsentirvi[223]. Non pertanto il Piccinino, sia per vaghezza di conoscere i nuovi progetti del duca, sia per ubbidienza, diede la sua armata al figlio Francesco, e recossi a Milano. Lo Sforza, ridotto alle ultime estremità, risolse di affidare la sua sorte alle vicende di una battaglia, mentre trovavasi lontano il suo emulo; impiegò il poco danaro che aveva a provvedere la sua armata di vittovaglie per otto giorni; richiamò i soldati da tutte le guarnigioni, ed andò a cercare il nemico. Francesco Piccinino trovavasi in allora in una posizione inattaccabile presso di Macerata, ma ebbe l'imprudenza di abbandonarla, e di avanzarsi fino a Mont'Olmo, luogo per altro forte, ma non quanto quello che abbandonava. Colà fu dallo Sforza attaccato il 19 agosto del 1444.