Il legato del papa, che seguiva l'armata del Piccinino esortò i soldati alla battaglia, promise la vita eterna a coloro che morirebbero per la santa romana Chiesa, e minacciò ai loro avversarj l'eterna dannazione. «Ma questi discorsi del legato, dice il Simonetta, storico presente alla battaglia, non erano ascoltati, o venivano disprezzati, come sempre accade fra gli uomini accostumati alle armi ed alla guerra, i quali poco si occupano della religione e della salvezza delle anime loro[224].» Il quadro della passata miseria, dell'opulenza che seguirebbe la vittoria, che lo Sforza presentò ai suoi soldati, fece maggiore impressione. Mentre essi dovevano vincere nello stesso tempo la superiorità del numero e lo svantaggio del luogo, il loro capitano fece comparire sulle vette tutti i servitori della sua armata con una lancia in mano, per far credere ch'egli aveva un corpo di riserva affatto fresco, pronto ad entrare in battaglia. Questa sola vista decise della vittoria. Giacomo Piccinino, il più giovane de' figli di Niccolò potè fuggire fino a Recanati; ma Francesco, suo maggior fratello, fu fatto prigioniere in un pantano, ove cercava di nascondersi, e dove lo manifestò lo scudiere che lo accompagnava. Il legato del papa, Capranico, che si era spogliato degli abiti prelatizj, fu, prima d'essere conosciuto, lungo tempo maltrattato dai soldati che lo fecero prigioniero. Furono presi la maggior parte dei capitani e dei centurioni, con tre quarti dei soldati. Il castello di Mont'Olmo, ove trovavansi tutti gli equipaggi dell'armata, si arrese all'indomani al vincitore[225].

In pochi giorni Francesco Sforza sottomise le città di Macerata, di Sanseverino, di Cingoli, di Jesi, e molte altre che si affrettarono di mandargli i loro deputati, e di aprirgli le porte. Ma egli era assai più sollecito di fare la pace col papa che di tentare nuove conquiste. Fece sapere ad Eugenio, che lungi di voler approfittare de' presenti vantaggi per ispogliare la Chiesa, nulla più desiderava che di dargli prove della sua sommissione, e chiedeva caldamente l'apertura di un congresso per trattarvi della sua riconciliazione. Il papa, che trovavasi non senza timore a Perugia, luogo di sua residenza, acconsentì ad aprire una conferenza. Gli ambasciatori di Venezia e di Firenze secondarono lo Sforza coi loro buoni ufficj e la pace venne sottoscritta il 10 di ottobre. Per altro le ostilità dovevano durare fino al giorno 18, essendosi accordati allo Sforza otto giorni per ricuperare, se lo poteva, le perdute città. Ciò che possederebbe a tale epoca doveva rimanergli in feudo, col titolo di marchesato, ed il rimanente della Marca doveva ritornare sotto l'immediato dominio della Chiesa romana. Le città d'Ancona di Osimo, Fabbriano, e Recanati, furono le sole che in questi otto giorni non vennero in mano dello Sforza; ma queste ancora furono obbligate di pagargli in avvenire i tributi ch'elleno pagavano per lo innanzi alla camera apostolica[226].

Niccolò Piccinino, che dietro la domanda del Visconti erasi recato a Milano, venne ricevuto in questa capitale coi più grandi onori. Non si seppe poi quali motivi avesse avuto il duca per chiamarlo alla sua corte. Suppone il Machiavelli che non avesse che quello di liberare suo genero Sforza dall'imbarazzo in cui si trovava; ed assicura che il dolore, che provò il Piccinino d'essere stato la vittima di così grossolano artificio, fosse la prima cagione d'una malattia che bentosto lo sorprese[227]. Se questa fu cagionata da rammarico, questo rammarico raddoppiossi senza dubbio, quando egli ebbe notizia della disfatta della sua armata a Mont'Olmo, e della prigionia del figliuolo primogenito. Il Piccinino, in età già avanzata, non sapeva darsi pace di non aver potuto con tante battaglie, con tante vittorie, acquistarsi una terra ove riposare il suo capo. Tutti i grandi capitani del suo secolo si erano successivamente innalzati al sovrano potere; egli pareva avervi più diritto d'ogni altro, poichè avrebbe dovuto ricevere a titolo ereditario il principato di Braccio come ricevette la sua armata; pure egli solo non era in sul finire della sua lunga gloriosa carriera nè più ricco, nè più potente di quello che lo fosse in principio. Aveva perduta Bologna quando credeva di farne la sua capitale; due rotte avute in brevissimo tempo avevano dissipate le sue ricchezze e dispersi i suoi soldati; uno de' suoi figliuoli era prigioniero, l'altro fuggiasco, ed egli non poteva collocare le sue speranze che nella generosità di un principe accusato d'incostanza da tutta l'Italia, e spesso di perfidia. Questo principe attualmente, ingannandolo, aveva cagionata la sua ruina. Altronde il Visconti era omai vecchio, e pareva aver designato per suo successore il più acerbo nemico del Piccinino. La salute di questo capitano già da lungo tempo alterata non si era fin allora sostenuta che per la forza della sua anima; essa finalmente soggiacque alle tristi riflessioni suggerite dalla presente sua situazione. Morì di cordoglio piuttosto che di malattia il 15 ottobre del 1444. Il Piccinino dev'essere annoverato tra i più illustri capitani che abbia prodotto l'Italia; perciocchè fu il più rapido nelle sue esecuzioni, il più audace, il più fertile ne' ripieghi, il più pronto a riparare le perdite, il solo che dopo una totale disfatta fosse ancora in istato di far tremare i suoi nemici[228]. Filippo Maria, che non l'aveva giammai degnamente ricompensato ne pianse amaramente la perdita. Egli aveva bisogno di un uomo sempre ubbidiente ai suoi bizzarri capricci, e sempre intraprendente; di un uomo cui potesse esclusivamente affidare l'amministrazione militare de' suoi progetti, senza aver bisogno d'iniziarlo negli andirivieni della sua politica. Nel medesimo istante in cui gli era tolto il suo più fidato generale, ne perdeva un altro che sarebbe stato degno della sua confidenza: Giovanni Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, quello che lo aveva così valorosamente servito nella guerra di Brescia, era morto l'8 settembre del 1444; e suo figliuolo Luigi, che gli successe, cercò bentosto di attaccarsi alla repubblica di Venezia[229].

Francesco Sforza, genero del Visconti, non sembrava disposto ad ubbidire a suo suocero con quel cieco attaccamento che gli aveva mostrato sempre il Piccinino. Aveva ancor esso i suoi progetti e la personale sua ambizione di cui non sapeva scordarsi. Le sue alleanze con Firenze e con Venezia, dalle quali non voleva staccarsi, rendevano Filippo diffidente. Il duca di Milano, cui la figliuola, moglie dello Sforza, aveva dato un nipote[230], approfittò di questo nuovo legame, e della memoria degli ultimi servigj che aveva renduti a suo genero, per ottenere da lui la libertà di Francesco Piccinino. Egli lo chiamò a Milano egualmente che suo fratello Giacomo, e li pose alla testa delle truppe di Braccio, loro somministrando danaro, armi e cavalli per rimontare quest'antica milizia, che voleva poter sempre opporre a quella dello Sforza; e cercò in ogni modo di sdebitarsi con loro di quanto doveva al padre[231]. Frattanto, siccome non aveva per anco riposta in loro l'intera sua confidenza, desiderò pure d'avere al suo servigio un capitano già sperimentato, e dal quale potesse trarre miglior partito: gettò perciò gli occhi sopra Sarpellione, il migliore luogotenente dello Sforza, cui fece segrete offerte, e Sarpellione, dopo una negoziazione che non rimase ignota alla vigilanza del suo capo, chiese un congedo per andare a Milano. Sapeva lo Sforza che s'egli somministrava un generale a suo suocero, verebbe bentosto impiegato contro di lui medesimo; conosceva Sarpellione per uomo avido e crudele, ma aveva sperimentati i suoi talenti militari e la sua fedeltà in un'epoca in cui tutti gli altri suoi luogotenenti l'avevano abbandonato; Sarpellione aveva difesa la Marca d'Ancona con non minore abilità che costanza contro Alfonso e contro il Piccinino. Era forse difficile il provvedere agl'interessi dello Sforza, rispettando i diritti del suo luogotenente; ma il partito cui si appigliò questo generale, tanto celebrato per la sua generosità; mostra troppo apertamente in quale grado di depravazione fosse caduta la pubblica morale, e quali esempj avesse il Machiavelli innanzi agli occhi, quando dettava il suo trattato del Principe. Lo Sforza fece imprigionare Sarpellione nella fortezza di Fermo, lo atterrì coll'apparecchio d'un processo criminale, colla prova, o almeno colla minaccia della tortura, e gli strappò, o almeno si pretende che gli strappasse di bocca, la confessione di colpevoli trame in forza della quale lo fece appiccare il 29 novembre del 1444[232].

Ma Francesco Sforza dovette bentosto pentirsi di questa non meno impolitica che crudele azione. Filippo Maria Visconti se ne sdegnò fieramente; pubblicò l'innocenza di Sarpellione, che non aveva perduta la vita, che per aver voluto passare in tempo di pace dal servizio d'un genero a quello di suo suocero; giurò di farne vendetta, e da quell'istante cominciò gli apparecchi per una nuova guerra.

Di già alcuni intrighi in Romagna preparavano la vendetta del Visconti e di Sarpellione. Sigismondo Malatesti, signore di Rimini, che durante la guerra della Marca aveva dato asilo a Sforza, suo suocero, non possedeva che parte degli stati di sua famiglia. Mentre che suo fratello Domenico regnava a Cesena, Galeazzo Malatesti, suo cugino, era signore di Pesaro e di Fossombrone; e perchè questi non aveva figliuoli, Sigismondo sperava di raccogliere l'eredità. Ma Galeazzo aveva per consigliere e per unico ministro Federico, secondo figliuolo del conte Guido da Montefeltro, il quale non era favorevole a Sigismondo. Questo Federico, che in appresso fu l'onore della casa di Montefeltro, passava per un figliuolo adulterino. Credevasi figlio di Bernardino della Carda degli Ubaldini, uno de' più valenti condottieri del principio del secolo. Frattanto il suo legittimo padre, Guido, era morto il 20 febbrajo del 1442. Oddo Antonio, primogenito di Guido, gli successe ed ottenne dal papa, in aprile dello stesso anno, il titolo di duca d'Urbino. Ma il suo governo si rese in breve insopportabile al popolo, ed egli fu ucciso in un ammutinamento il 22 luglio del 1444. Federico venne chiamato da Pesaro, ed ebbe la sovranità di Montefeltro e di Urbino[233]. Poco tempo dopo si attaccò a Francesco Sforza, onde imparare l'arte della guerra sotto così egregio capitano. Entrò al suo servigio in agosto del 1444, con lance quattrocent'una e d'un egual numero di pedoni[234]; sposò in appresso una figlia dello Sforza, e negoziando in suo nome con Galeazzo Malatesti acquistò le sue due signorie pel prezzo di venti mila fiorini[235]. Francesco Sforza, che aveva somministrato il danaro, si riservò Pesaro per formare un piccolo principato a favore del proprio fratello, Alessandro Sforza, e lasciò Fossombrone a Federico da Montefeltro come premio dell'abilità da lui mostrata in questa negoziazione. Sigismondo Malatesti vedeva con estremo rammarico uscire dalla sua famiglia questi piccoli principati, ed il Visconti si prese cura d'inasprire il suo sdegno. Fece entrare Sigismondo al soldo d'Eugenio IV, e lo persuase a tenersi apparecchiato pel momento in cui lo Sforza potrebb'essere spogliato di quella Marca d'Ancona, che gli era tanto invidiata[236].

Nello stesso tempo il Visconti condusse un'altra pratica contraria ai suoi trattati, la quale doveva riaccendere la guerra. Egli aspirava alla sovranità di Bologna di fresco tolta a Niccolò Piccinino, e lusingavasi di averla coll'ajuto delle fazioni ch'egli manteneva in questa repubblica. La sua alleanza con Eugenio IV gli aveva agevolato il modo di unire il partito della Chiesa a quello degli antichi fautori della casa Visconti; l'uno e l'altro opposti egualmente ai partito dell'indipendenza, in allora dominante. Annibale Bentivoglio, capo di questo ultimo, era in pari tempo il capo della repubblica bolognese. Questo virtuoso cittadino per conservare la pace nella sua patria aveva cercato coi beneficj di affezionarsi coloro che dirigevano l'opposta fazione: aveva redenti dalle prigioni del Piccinino due gentiluomini della casa de' Canedoli, e gli aveva con matrimonj vincolati alla propria famiglia[237]. A questa stessa famiglia dei Canedoli s'addirizzarono gli agenti del duca di Milano e del papa per far assassinare il Bentivoglio. Venne loro promesso l'ajuto della santa lega di fresco rinnovata tra i due sovrani. Taliano Furlano con mille cinquecento cavalli del duca di Milano, Carlo Gonzaga e Luigi di Sanseverino colle truppe della Chiesa dovevano avvicinarsi a Bologna per assecondarli, tostocchè sarebbe scoppiata la congiura, la quale secondo lo spirito allora dominante de' prelati pontificj, fu condotta sotto il sacro manto della religione.

Francesco Ghisilieri, uno de' congiurati, pregò Annibale Bentivoglio di levare al sacro fonte un fanciullo che gli era nato due mesi avanti. Il Bentivoglio, che non trascurava occasione di ravvicinare le due fazioni, accettò con piacere un offerta che stabiliva una specie di religiosa parentela tra lui ed i suoi antichi avversarj. Vennero fissati per la cerimonia il giorno 24 giugno e la chiesa di san Pietro. Dopo il battesimo Annibale Bentivoglio uscì di chiesa col Ghisilieri per recarsi al banchetto apparecchiato nella casa dell'ultimo. I Canedoli e molti loro partigiani formavano il corteggio. Quando giunsero alla casa del Ghisilieri, Baldassar Canedolo cogli assassini circondarono il Bentivoglio e sguainarono i loro pugnali. Questi pose la mano sull'elsa della spada per difendersi, ma Francesco Ghisilieri, afferrategli per di dietro le braccia, gli disse: «Compare, Compare, conviene che tu abbi pazienza.» E mentre lo teneva in tal modo fa pugnalato[238]. I Canedoli ed i Ghisilieri corsero subito le strade di Bologna, gridando viva il popolo e la santa lega, ed uccisero tutti i Bentivoglio che caddero nelle loro mani. Ma Annibale, che avevano assassinato pel primo, era amato dai suoi concittadini, i quali si felicitavano d'aver veduto rinnovarsi sotta la di lui amministrazione l'antica repubblica di Bologna, e non eravi alcuno che desiderasse di ritornare sotto il giogo del duca di Milano o della Chiesa. Altronde gli ambasciatori di Firenze e di Venezia che stavano in Bologna, eransi, udito il tumulto, recati presso ai magistrati, tutti partigiani dei Bentivoglio, loro offrendo l'assistenza di Tiberio Brandolini e di Guido Rangoni, generali delle truppe delle repubbliche, i quali fecero subito avanzare. Nella città medesima gli amici dei Bentivoglio, sottrattisi alla prima furia dei congiurati, eransi adunati in piazza. Andarono ad attaccare i Canedoli nel quartiere in cui si erano trincerati, e gli oppressero col loro numero; saccheggiarono e bruciarono più di cinquanta loro case, e non perdonarono nemmeno a Battista Canedolo, capo della famiglia, che non aveva preso parte nella congiura; avendolo trovato in un sotterraneo, ove si era nascosto, lo fecero in pezzi. I soccorsi promessi ai congiurati dal duca e dal papa non giunsero in tempo per salvarli. Furlano Taliano non comparve nel territorio bolognese che all'indomani 26 giugno, e Carlo Gonzaga col Sanseverino il 2 luglio. Vedendo di non poter giovare ai loro estinti partigiani, si ritirarono, dopo avere saccheggiate le campagne intorno alla città[239].