La vittoria, che i vindici dell'ultimo capo dello stato ottenuta avevano sui Canedoli, non assicurò affatto nè il loro partito, nè la repubblica, perchè più non trovavansi uomini nella famiglia Bentivoglio che fossero capaci di stare alla testa del governo. Annibale non lasciava che un figliuolo di sei anni; e non presentavasi alcuno che volesse assumere l'amministrazione, onde si temeva di qualche divisione nella fazione regnante, che sarebbe cagione della sua ruina e di quella dello stato. Ma mentre durava quest'incertezza l'antico conte di Poppi, Francesco di Battifolle, che trovavasi allora in Bologna, disse ai magistrati, ch'egli metterebbe alla loro testa un prossimo parente d'Annibale, che loro poteva indicare. Sono più di vent'anni, soggiunse il conte, che Ercole, cugino d'Annibale, trovandosi a Poppi, si affezionò ad una giovane del paese, maritata ad Angelo Cascese, della quale ebbe un figlio chiamato Santi: questo figlio rassomiglia talmente ad Ercole, che non può dubitarsi della sua origine, ed in fatti Ercole mi disse più volte questo fanciullo esser suo. I magistrati di Bologna mandarono a Firenze, chiedendo a Cosimo de' Medici ed a Neri Capponi di far loro conoscere questo giovane. Santi, che perduto aveva il suo padre putativo, si era posto sotto la sopravveglianza d'uno zio, chiamato Antonio Cascese, uomo ricco ed amico di Neri Capponi. Niuno di sua famiglia pareva formare sospetti intorno alla legittimità di Santi Cascese, ed egli stesso mai non avevane concepito alcuno. Pure Capponi e Medici fecero che i deputati di Bologna si scontrassero in Santi. Questi gli mostrarono tutto il calore dell'attaccamento che lo spirito di parte poteva far nascere; lo invitarono a recarsi nella loro città a partecipare degli onori, della ricchezza e della considerazione riservate al capo di una potente repubblica ed al sangue dei Bentivoglio. Santi ricusò in sulle prime, arrossendo, queste offerte che supponevano il disonore di sua madre, e la propria illegittimità. Si durò molta fatica a persuaderlo di riflettere maturamente. I pericoli del rango cui veniva chiamato, d'un seggio ancora bagnato del sangue de' suoi predecessori, facevano pure sul di lui animo una viva impressione. Cosimo de' Medici, che vedeva il di lui turbamento ed irresoluzione, gli disse alfine nell'ultima conferenza: «Tu non puoi prendere consiglio che da te stesso; tu devi dirigerti secondo i suggerimenti del tuo cuore. Se tu sei figliuolo d'Ercole Bentivoglio, ti sentirai trasportato verso le azioni degne di tuo padre e della tua casa; se tu sei figlio d'Angelo Cascese, ti rimarrai in Firenze, consacrandoti alle tue manifatture di lana e ad un vile riposo.» Queste parole, che mostravano la gloria là dove Santi non aveva fin allora veduto che il disonore, troncarono all'improvviso ogni dubbiezza. Accettò le offerte dei Bolognesi ed il nome di Bentivoglio; fu provveduto d'armi, di cavalli e di copiosa servitù; i principali cittadini di Firenze lo accompagnarono a Bologna, ove, sebbene non avesse più di ventidue anni, gli venne contemporaneamente affidata la tutela del figlio di Annibale, e l'amministrazione della città. Vi si condusse con tanta prudenza, che mentre tutti i suoi antenati erano periti sotto il pugnale de' loro nemici, egli visse sedici anni onorato della pubblica stima, e morì in pace[240]. Fece il suo ingresso in Bologna il 13 di novembre, nel qual giorno i capi dello stato, che lo stavano aspettando in palazzo, gli conferirono l'ordine della cavalleria[241].
Frattanto il duca di Milano aveva preso motivo dalle turbolenze di Bologna per ricominciare la guerra. Taliano Furlano, che aveva invaso il Bolognese nella circostanza della congiura dei Canedoli, erasi limitato ad attraversarlo ostilmente, ed aveva continuata la sua strada verso la Romagna per concertare le sue operazioni con Sigismondo Malatesti ed attaccare la Marca. Luigi Sanseverino e Carlo Gonzaga erano dopo di lui entrati nel Bolognese con cinque mila cavalli. I Fiorentini loro opposero Simoneta di Campo san Pietro, che frenò le loro scorrerie[242]. Ma il grosso della guerra doveva portarsi nella Marca d'Ancona. Filippo Maria Visconti e Sigismondo Malatesti avevano associate le loro animosità per perdere Francesco Sforza, il quale, per una strana disgrazia, trovavasi perseguitato con eguale accanimento da suo genero e da suo suocero. Erasi contro di lui formata una formidabile lega: Eugenio IV ed Alfonso di Napoli eransi fatti solleciti di assecondare la collera del duca di Milano. Ambidue avevano fatta la pace collo Sforza da meno di un anno, e dopo tale epoca niuna offesa, niuna nuova pretesa aveva dato luogo a nuove ostilità; ma Eugenio IV credeva fermamente che la sua spirituale potenza gli dava diritto di sciogliersi quando voleva da tutti i trattati, da tutti i giuramenti.
Siccome pareva a Francesco Sforza che il più attivo de' suoi nemici fosse Sigismondo Malatesti, egli volle attaccarlo prima degli altri, sperando forse di forzarlo a fare la pace prima che potesse essere soccorso dagli alleati. Lo Sforza assediò la Pergola, la prese il 22 di luglio, e la saccheggiò crudelmente[243].
Ma bentosto Ascoli nella Marca si ribellò, e Rinaldo Fogliano, suo fratello uterino, che ne aveva il comando, fu fatto in pezzi dagli abitanti. Nello stesso tempo Taliano Furlano, generale del duca di Milano, Luigi, patriarca d'Aquilea, legato e generale del papa, e Giovanni di Ventimiglia generale del re Alfonso di Napoli, si avanzarono da diverse parti in un piccolo principato, troppo debole per fare testa, non che a tutti assieme uniti, a cadauno separatamente.
Francesco Sforza, che aveva ricevute ragguardevoli somme dalla repubblica di Firenze e dalla privata borsa di Cosimo de' Medici, non trovavasi però in istato di resistere a così violento turbine. Egli aveva posto suo fratello Alessandro a Fermo con una forte guarnigione per tenere in dovere quella fortezza, la più importante di tutte. Egli stesso erasi collocato col suo campo innanzi a Fano per impedire l'unione di Taliano Furlano colle truppe del papa e del re[244]; lungo tempo con destre marcie aveva saputo impedirla, ma la ribellione di Rocca Contratta, fortezza che assicurava una comunicazione colla Toscana, distrusse il suo piano di campagna. Costretto di avvicinarsi ai paesi da cui sperava soccorsi, prese all'ultimo il partito di abbandonare la Marca alla naturale incostanza di que' popoli, di portare fino a mille cinquecento corazzieri la guarnigione di Fermo ove comandava suo fratello, di lasciarne un'altra non meno forte in Jesi, e di ritirarsi colla sua armata nel territorio del suo alleato, il conte d'Urbino e di Montefeltro. Ebbe appena presa questa risoluzione, che i suoi propj stati si ribellarono dovunque, e tutte le città aprirono le porte al papa, mentre ch'egli credeva vendicarsi di loro attaccando ed incendiando i castelli di Sigismondo Malatesti[245]. Giunse finalmente l'inverno a mettere fine a tanti guasti ed alle reciproche barbarie. Allora lo Sforza si chiuse in Pesaro colla moglie e coi figliuoli, distribuendo la sua cavalleria in Toscana e nelle parti meno montuose del contado d'Urbino e dello stato d'Agobbio[246].
Ma lo Sforza provava la sorte che pareva attaccata alle sovranità fondate dai soldati a punta di spada. I loro popoli, sempre sagrificati alla milizia, sospiravano l'istante di scuotere il giogo militare; non risguardavano come legittima l'autorità cui erano costretti di sottomettersi, e credevano di soddisfare ad un loro dovere, congiurando contro la medesima in favore de' loro antichi padroni. Gli abitanti di Fermo, cui lo Sforza credeva di potersi interamente fidare, sorpresero il 26 di novembre la cavalleria ch'era alloggiata presso di loro, la spogliarono delle loro armi e de' loro cavalli, e spiegarono sulle loro mure le insegne del papa. Alessandro Sforza ebbe appena tempo di salvarsi nella cittadella, e bentosto s'accorse che non aveva ne' magazzini sufficienti viveri per aspettare la primavera. Allora capitolò, a condizione che gli abitanti gli sborserebbero mille fiorini, e ch'egli sarebbe libero di condurre all'armata del fratello la cavalleria che aveva seco nella fortezza. Dopo quest'ultima perdita nulla più non restava a Francesco Sforza in tutta la provincia che gli era stata tanto tempo subordinata fuorchè la città di Jesi[247].
I Fiorentini ed i Veneziani non vennero meno al loro alleato in tanta calamità. Ognuna di queste repubbliche gli mandò durante l'inverno sessanta mila fiorini. Nello stesso tempo Cosimo de' Medici lo consigliò di mutare la difesa in attacco, di penetrare presto nell'Umbria, di avvicinarsi a Roma per unirsi al conte dell'Anguillara, segreto nemico del papa[248], di approfittare del malcontento che aveva eccitato il patriarca d'Aquilea in tutti gli stati d'Eugenio per farli ribellare, finalmente di tentare un colpo ardito, e tale da ravvivare le speranze di tutti i suoi partigiani. Effettivamente tutti i feudatarj romani erano oppressi, tutti avevano manifestato il loro malcontento ai Veneziani ed ai Fiorentini, e avevano implorata la loro assistenza. Inoltre le città di Todi, d'Orvieto, di Narni avevano promesso d'aprire le loro porte quando si avvicinasse un'armata. Ma lo Sforza non seppe fare i suoi apparecchi colla necessaria prestezza[249]. Per non iscontentare i suoi soldati, solo elemento della potenza che gli restava, egli era costretto di dipendere quasi affatto da loro; nulla osava di ricusar loro; ed era obbligato per pagare gli arretrati d'impiegare tutti i sussidj che riceveva. Perciò non fu pronto ad entrare in campagna ed a passare gli Appennini avanti il cominciare di giugno. A tale epoca la sua posizione era omai disperata; coloro ai quali offriva il suo ajuto vedevano apertamente che, poichè non aveva potuto difendere i proprj stati, difenderebbe ancora meno le città lontane dai suoi confini, se le faceva ribellare; e per tali considerazioni Todi, Orvieto, Viterbo non vollero aprirgli le porte, quando si presentò loro, nè somministrargli vittovaglie; e lo Sforza era così male provveduto di macchine d'assedio, che non potè incutere almeno tanto timore agli abitanti da ridurli a pagargli qualche contribuzione. Videsi in allora ciò che forse non si era mai veduto, nè si vedrà in appresso, un'armata di cavalleria pesante alimentarsi per tre giorni di fragole colte nelle montagne[250]. Dopo avere crudelmente sofferta la fame, ed essere stato respinto da tutte le città, lo Sforza ricondusse la sua armata a traverso dello stato di Siena nel paese d'Urbino, indi a Fano.
Per altro l'ingresso dello Sforza nell'Umbria e nel patrimonio di san Pietro aveva gagliardamente intimidito il papa; onde si era affrettato di adunare tutti i suoi capitani, Taliano Furlano, i fratelli Malatesti, e gli altri suoi migliori soldati; aveva chiesto soccorso al re d'Arragona; e questa ragguardevole armata, che aveva allestita per sua difesa, tenne dietro allo Sforza nel contado d'Urbino ed in Romagna, quando vi si fu ritirato. Fece un inutile tentativo sopra Jesi, ma la Pergola si arrese in pochi giorni all'armata pontificia; Ancona fece pure la pace con Eugenio, e lo stesso Alessandro Sforza, che andava debitore al fratello della sovranità di Pesaro, credendo affatto perduto il capo della sua famiglia, pensò di salvarsi nel suo disastro. Egli fece un trattato parziale colla Chiesa, spiegò in Pesaro le insegne del papa, fornì alla sua armata viveri e munizioni, e rifiutò ogni soccorso al fratello, il quale dovette credersi abbastanza fortunato, che Alessandro non ritenesse presso di sè come ostaggi la consorte ed i figli, siccome lo consigliava di fare il patriarca d'Aquilea[251]. Il solo Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, si mantenne costantemente fedele allo Sforza; rigettò ogni proposizione di separata pace che gli fece la Chiesa, si accontentò di vedere portata la guerra ne' proprj stati, lasciando che l'armata pontificia andasse inutilmente consumando tutta la bella stagione nell'assedio delle sue fortezze[252].
I nemici dello Sforza sembravano determinati a non lasciargli un solo palmo di terra. Tutti i suoi feudi del regno di Napoli erano stati occupati da Alfonso, quelli che aveva nello stato della Chiesa dal papa, e per ultimo quelli che Filippo gli aveva dati in Lombardia, come dote della consorte, erano nello stesso tempo attaccati da suo suocero. Il duca di Milano pretendeva in allora di non essersi obbligato a dare a sua figlia che una dote di cento mila fiorini, di cui gli stati di Cremona e di Pontremoli non erano che la guarenzia. Offriva di pagare questa dote a Venezia, e nello stesso tempo faceva assediare le due città dotali consegnate al genero[253]. Prima che terminasse la campagna era presumibile l'intera distruzione della potenza dello Sforza, la quale, dopo l'intima alleanza del duca di Milano col re di Napoli, sembrava necessaria all'equilibrio dell'Italia. Questo generale in così pressante pericolo invocava i pronti soccorsi delle due repubbliche sue alleate. Cosimo de' Medici, che gli era personalmente affezionato, appoggiava vivamente le sue istanze, ed i Fiorentini abbracciarono con calore la di lui causa. Mandarono Neri Capponi e Bernardo Giugni a Venezia per ottenergli più efficaci soccorsi[254]; e questi conchiusero tra le due repubbliche un nuovo trattato, fondato sull'infrazione fatta dal Visconti a quello di Capriana. In fatti le città di Cremona e di Pontremoli erano state cedute al conte Sforza sotto la loro guarenzia, onde attaccando queste due città il Visconti violava la pace fatta colle due repubbliche. Per far rispettare la loro autorità, si obbligarono ad accrescere di quattro mila cavalli, da levarsi a spese comuni, la loro armata di Lombardia, ed a costringere colle armi il duca di Milano a mantenere i suoi precedenti obblighi.
Le prime negoziazioni dei Fiorentini portarono il disordine nella stessa armata dei loro nemici; essi entrarono in trattati con Taliano Furlano, e con Giacomo da Caivano, due condottieri che parvero disposti ad abbandonare le insegne del patriarca d'Aquilea, per entrare al loro servigio. Ma questi, avutone sentore, li fece imprigionare e tagliar loro il capo[255]. Un trattato dello stesso genere si era intrapreso nel medesimo tempo presso due capitani del duca di Milano, che guastavano il territorio di Bologna, Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, e Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i quali erano fra loro discordi. I Fiorentini approfittarono delle loro dissensioni per sedurre Guglielmo, e sorprendere il Gonzaga. Tiberto Brandolino attaccò l'ultimo, il 6 di luglio, a Castel san Giovanni, fece prigionieri la maggior parte de' soldati di lui, e lo costrinse a fuggire quasi solo a Modena[256]. Quest'avvenimento decise la sorte della campagna; Bologna si trovò liberata; una parte dell'armata fiorentina potè allora passare nella Marca sotto il comando di Guid'Antonio Manfredi e del Simoneta, mentre che Guglielmo di Monferrato, entrando al soldo della repubblica di Venezia, s'unì nello stato di Brescia a Michele Attendolo di Cotignola, quello stesso che aveva tanto contribuito a guadagnare la battaglia d'Anghiari e che dopo il 1441 era generale dei Veneziani. Quest'esperto capitano, trovandosi così rinforzato, fu in istato di fare una potente diversione in Lombardia.