Non pertanto prima di spingere più avanti le ostilità, i Fiorentini cercarono nuovamente di mettere fine a questa lunga guerra con una pace generale. Spedirono ambasciatori al re di Napoli, che era stato a loro unito in forza di un trattato, ma che il papa aveva poi sciolto dai suoi giuramenti con una bolla del 23 aprile del 1446, obbligandolo a rinnovare i suoi attacchi[257]; ne mandarono altri al papa ed al duca di Milano, che vennero dovunque ricusati. A Puccio Pucci, ch'era passato da Venezia a Milano per comunicare al duca le loro proposizioni, si andò da un giorno all'altro dilazionando l'udienza, perchè il Visconti aspettava il momento che gli astrologi gli avrebbero indicato favorevole. Quando finalmente fu invitato all'udienza, il Pucci, mal soffrendo questa mancanza di riguardi per la sua repubblica, rispose a vicenda, che non era apparecchiato, e che se l'ora era buona pel duca di Milano, non lo era altrimenti per la repubblica di Firenze[258].
Il duca di Milano aveva incaricato Francesco Piccinino di attaccare Cremona, ed in pari tempo si era guadagnati dei partigiani entro la città per mezzo di Orlando Palavicino, che vi si trovava alla testa del partito ghibellino. Ma Giacomo di Salerno, luogotenente dello Sforza, sventò tutte le trame contro di lui ordite, e coll'ajuto di alcuni squadroni, mandati da Venezia, rispinse ancora la forza aperta. Dall'altro canto Pontremoli era stato attaccato da Luigi da Sanseverino, e difeso dai Fiorentini[259]. Intanto Michele Attendolo, generalissimo dei Veneziani, adunò tutte le sue truppe, passò l'Oglio a Ponte Vico, riprese i castelli cremonesi che si erano ribellati, e venne a cercare il Piccinino. Quest'ultimo pose il suo campo in un'isola del Po, al di sopra di Casal Maggiore, fra gli stati di Cremona e di Parma. Un ponte sopra ogni ramo del fiume gli dava comunicazione colle due rive. Michele Attendolo, giunto il 29 settembre del 1446 in faccia al nemico, tentò di ridurlo ad entrare in battaglia con alcune scaramucce sul ponte, mentre una parte della sua cavalleria mostrava di voler guadare il fiume nel luogo più largo. Ad una notabile distanza da questo luogo alcuni cavalieri avevano scoperto un altro guado, che non era custodito; Attendolo lo fece attraversare in silenzio da un grosso corpo di corazzieri, che tutti portavano un pedone in groppa. Tutt'ad un tratto coloro che custodivano il ponte e la riva del fiume vennero attaccati alle spalle dalla truppa veneziana, sorpresi nel vedere i nemici nell'isola, abbandonarono il posto con grandissima confusione. Tutta l'armata di Francesco Piccinino si pose in fuga senza quasi avere combattuto, ed il suo generale, dando alle truppe un vile esempio di pusillanimità, passò il secondo ponte che comunicava collo stato di Parma, poi lo fece subito tagliare, lasciando sull'altra riva quattro mila de' suoi soldati, che furono fatti prigionieri[260].
Tutto il paese posto tra l'Adda e l'Oglio fu in conseguenza di questa vittoria rapidamente conquistato; sottomettendosi tutte le fortezze, ad eccezione di Crema, ove Filippo aveva mandata grossa guarnigione per difendere il passo dell'Adda. Ma neppure questo fiume impedì gli avanzamenti di Attendolo; vi si avvicinò, attraversando alcuni pantani sopra un argine che credevasi abbastanza fortificato dalla natura, e vi gittò un ponte il 6 novembre, e con tale mezzo portò le sue truppe nella Martesana, e nella pianura di Milano, guastando quelle ricche campagne che da lungo tempo non erano state visitate dai nemici[261].
Il sacco dell'armata veneziana si stese intorno a Monza e fino alle porte di Milano, ed alcune bande di prigionieri presi ne' villaggi seguivano le mandre de' buoi tolti nelle stalle degli agricoltori. Michele da Cotignola non si limitò a questa momentanea scorreria, ma occupò Cassano, e vi fortificò una testa del ponte, lasciandovi due mila cavalli con un corpo d'infanteria, per avere aperto il territorio milanese, qualunque volta trovasse utile di tornarvi. Diede poi riposo alla sua cavalleria in Caravaggio, senza che questa sua inazione lasciasse il nemico tranquillo, perchè ad ogn'istante poteva di nuovo spingere ancor più lontano le sue scorrerie ed i guasti[262].
Francesco Sforza aveva approfittato di questa diversione per ristabilire i suoi affari in Romagna e nel contado d'Urbino. Gli si erano uniti in principio d'ottobre Guid'Antonio Manfredi e Simoneta di Campo San Pietro, condottieri al soldo de' Fiorentini; onde trovandosi superiore di forze, aveva sfidato a battaglia il patriarca d'Aquilea che non ardì accettarla. Lo Sforza coll'intromissione di Federico da Monte Feltro erasi riconciliato con suo fratello Alessandro, ed aveva in oltre ricuperate colle armi varie fortezze del contado d'Urbino e dello stato di Rimini. Non pertanto sopraggiunse l'inverno, avanti che ottener potesse qualche decisivo vantaggio, e fu costretto a rimanersi inattivo pel cattivo tempo, che pure procurò un poco di riposo ai sudditi del duca di Milano in Lombardia[263].
I popoli di questa provincia non erano altrimenti affezionati al loro sovrano; e perchè lo vedevano senza successori, pensavano assai meno a difenderlo, che a guadagnarsi l'affetto de' nuovi padroni che potrebbe dar loro la sorte delle armi; onde Filippo non aveva il sicuro possedimento di veruno de' suoi stati. Perciò, durante l'inverno, si rivolse a tutti i suoi alleati e vicini, caldamente loro chiedendo potenti soccorsi. Ricordava ad Alfonso, re di Napoli, d'avergli posta la corona in capo, e lo pregava a volere adesso sostenere la sua; lo sollecitava a mandare in Lombardia Raimondo Boile, che fin allora aveva a nome dei re guerreggiato nella Marca, ed a fare un'invasione nella Toscana per costringere i Fiorentini a difendere sè stessi, invece di lasciare le forze loro a disposizione dei Veneziani. Gli rappresentava che il senato di Venezia, più costante che verun monarca ne' suoi progetti ambiziosi, teneva dietro da oltre un secolo a quello di conquistare tutta la Lombardia; che adesso era più vicino a conseguire il suo desiderio, che mai lo fosse stato in addietro, e che se giugneva una volta ad estendere la sua signoria dalle Alpi agli Appennini, questo corpo, i di cui consiglj non venivano traviati da personali passioni, nè i tesori dissipati da verun lusso, si assoggetterebbe facilmente tutto il restante dell'Italia. Questi timori, che il Visconti faceva vittoriosamente valere presso Alfonso, non lasciavano di avere altresì qualche influenza sopra Cosimo de' Medici e sopra lo stesso Francesco Sforza.
Il mantenimento dell'equilibrio d'Italia non avrebbe mosso l'animo di Carlo VII, re di Francia, dal quale il duca di Milano sperava pure soccorsi. Il monarca francese, occupato in una lunga lite coll'Inghilterra, non poteva fermare lo sguardo sopra l'Italia, ed avrebbe veduto con indifferenza le conquiste della repubblica di Venezia e l'abbassamento di tutti i suoi rivali. E se pure la Francia conservava, in forza delle antiche affezioni, qualche attaccamento ad alcun partito, era a quello dei Guelfi, alle due repubbliche ed a Francesco Sforza. Ciò non ostante il Visconti non disperava di averla in sua difesa, onde mandò a Carlo VII Tomaso Tebaldi di Bologna, suo segretario, e per prezzo dei corpi di truppe ch'egli domandava, gli offrì la restituzione della città d'Asti, ch'era stata precedentemente data alla casa d'Orleans, come dote di Valentina Visconti. Finalmente un'ultima ambasciata fu spedita allo stesso Sforza, chiedendogli di prendere le difese del suocero contro i Veneziani, che volevano spogliarlo de' suoi stati. Gli faceva osservare, che di già oppresso dalla vecchiaja, e da nuova infermità che quasi lo rendeva cieco, non aveva altro appoggio naturale che il marito dell'unica sua figlia, cui destinava la sua eredità, ond'egli almeno desiderare non poteva la ruina di quegli stati, di cui doveva un giorno essere padrone[264].
Lo Sforza assediava in allora il castello di Gradaria, dal quale fu costretto di levare l'assedio dopo quaranta giorni per mancanza di danaro e di polvere da cannone. Era egli giustamente adirato contro Filippo, l'istigatore d'una guerra che sembrava avere avuto per oggetto la totale sua rovina, e che di già lo aveva privato di tutti i suoi stati. Sapeva quanta poca fede prestar doveva alle parole del suocero, dalla di cui perfidia poteva tutto temere, se giammai si trovasse in sua balìa, dopo avere abbandonata l'alleanza dei Fiorentini e de' Veneziani. Dall'altro canto sentiva quanto gli sarebbe utile il riconciliarsi col duca di Milano, potendo soltanto con tale riconciliazione nodrire la speranza della successione dei Visconti, alla quale era ben lontano di voler rinunciare. Egli sentiva che se i Veneziani conquistavano una volta la Lombardia, non potrebbe poi in alcun modo strapparla dalle loro mani; e la loro vittoria a Casal Maggiore, che in sulle prime lo aveva colmato di gioja, non aveva lasciato in appresso di tenerlo inquietissimo. Aspettando opportunità per decidersi senza pericolo, andava guadagnando tempo con equivoche negoziazioni; per mezzo de' suoi ambasciatori esponeva ai suoi alleati l'intera sua nudità, ed i sempre rinascenti bisogni della guerra. I Fiorentini, che più non temevano la potenza del duca di Milano, andavano più a rilento nell'accordare sussidj, ed i Veneziani sempre facevano un amaro confronto dei continui disastri della Marca, coi prosperi avvenimenti di Lombardia. Quando il conte Sforza domandava nuovi soccorsi, rispondevano che il loro generale, Michele Attendolo, impiegherebbe più utilmente il loro danaro e le loro munizioni per la causa comune. L'assedio di Gradaria mal riuscito, era loro costato, essi dicevano, più tesori che non sarebbero abbisognati per conquistare metà della Lombardia[265]. Un'universale diffidenza disanimava i suoi alleati, e lo Sforza, che la conosceva, e che le dava motivo, non lasciava perciò di sollecitare sussidj, non solo per conseguirli, ma ancora perchè il rifiuto de' suoi alleati fosse un motivo per giustificarsi, qualunque volta si risolvesse di abbandonarli[266].
Il più intimo consigliere dello Sforza, il suo segretario Giovanni Simonetta, cui andiamo debitori dell'eccellente storia che ci serve di guida in tutto questo periodo di tempo, assicura che Cosimo de' Medici, consultato dal suo padrone circa la condotta che tener doveva, lo esortò segretamente a non seguire altra norma che quella del proprio interesse, ed a non credersi totalmente legato verso le due repubbliche, che non l'avevano ajutato pel solo suo vantaggio, ma per il proprio[267]. In tal modo cominciava a manifestarsi quel piano di politica che in breve vedremo adottato dal Medici, e quella gelosia contro Venezia, per la quale mutò tutte le alleanze d'Italia. Lo Sforza accolse con infinito piacere questo consiglio, risguardandolo come un indizio delle segrete disposizioni de' Fiorentini, e si trovò incoraggiato ne' progetti che aveva di già adottati; perciocchè i consiglj d'egoismo e di mala fede non sono d'ordinario chiesti che da coloro i quali sono di già risoluti di seguirli. Intanto questi contraddittori trattati tenevano tutti gli animi sospesi; l'intera Italia si aspettava qualche grande avvenimento, allorchè impreveduti accidenti mutarono di nuovo i calcoli e le opinioni delle potenze belligeranti.
Papa Eugenio, la di cui inquieta attività era stata cagione di così violenti scosse allo stato ed alla Chiesa, morì in Roma il 23 febbrajo del 1447. Le austerità monacali, ch'egli rigorosamente sostenne, fecero scordare agli scrittori ecclesiastici il suo scandaloso disprezzo pei giuramenti più solenni, la sua cieca confidenza ne' suoi favoriti, e la parte che prese in odiose perfidie; essi lo rappresentarono come un santo[268], mentre la storia non può risguardarlo che come un cattivo sovrano. Quando gli si accostò l'arcivescovo di Firenze per dargli l'estrema unzione, Eugenio lo rispinse con vivacità, dicendogli «di sentirsi ancora forte, che l'istante non era ancora giunto, e che gliene darebbe avviso, a quando fosse tempo». Allorchè questo aneddoto fu raccontato ad Alfonso, disse: «Dobbiamo esser noi maravigliati che abbia voluto combattere contro Francesco Sforza, contro i Colonna, contro di me, contro tutta l'Italia, colui che osò combattere contro la stessa morte, e che appena ne fu vinto[269]?» Per altro questa morte poteva variare tutta la politica dell'Italia meridionale, ed Alfonso, in allora meno occupato della guerra dello Sforza, si affrettò di passare a Tivoli sotto colore di occuparsi della sicurezza di Roma, ma in realtà per esercitare maggior influenza nel conclave, e meglio conoscere le disposizioni del futuro pontefice[270].