Dall'altro canto i Veneziani, omai più non dubitando che il conte Sforza non mantenesse segrete corrispondenze col duca di Milano, vollero prevenire l'istante in cui sarebbesi dichiarato contro di loro. Avevano essi difesa la sua città di Cremona contro il Visconti, calcolando che servirebbe di baluardo ai loro stati di terra ferma; ora avevano cagione di temere che questa città medesima servisse di piazza d'armi per attaccarli. Commisero dunque al loro generale, Michele Attendolo di Cotignola, di occuparla. Gherardo Dandolo, ch'essi vi avevano posto per loro commissario, doveva consegnargli una porta coll'ajuto dei Guelfi Cremonesi. Ma il luogotenente dello Sforza, egualmente attento ai progetti dei suoi alleati e de' suoi nemici, sventò questa trama, tenne tutti gli abitanti in dovere, e quando il 4 marzo comparì l'Attendolo sotto Cremona, lo sforzò a ritirarsi coperto della vergogna d'un tradimento che non aveva saputo condurre a buon termine[271].
Francesco Sforza, che tuttavia mostravasi dubbioso nella scelta, più non bilanciò dopo quest'attentato dei Veneziani; accettò le proposizioni di suo suocero, il quale gli promise dugento quattro mila fiorini d'oro all'anno pel mantenimento delle sue truppe, somma eguale a quella che i Fiorentini ed i Veneziani gli avevano fin allora pagata. Nello stesso tempo il Visconti gli diede la suprema autorità militare in tutte le fortezze, e sopra tutti i soldati degli stati milanesi; gli mandò danaro, e gli fece pagare altre somme in suo nome da Alfonso; onde lo Sforza, sagrificando gli antichi suoi alleati al nemico, cominciò gli apparecchi per entrar presto in campagna[272]. Ma fin allora non erasi ancor veduto Filippo lungamente fedele a verun progetto. Non ebbe appena conchiuso questo trattato col genero, ch'ebbe timore d'essersi interamente posto tra le mani di questo ambizioso generale. Era circondato da consiglieri e da generali formati nella scuola di Braccio, ed attaccati a quella che chiamavasi fazione militare de' Bracceschi. Tutti vedevano con estremo dolore l'ingrandimento dello Sforza e del suo partito, che riguardavano come il segno della propria ruina. I due fratelli Piccinino, Niccolò Guerrieri di Parma, Antonio da Pesaro e Giacomo d'Imola, abituali consiglieri di Filippo, tostocchè si avvidero di qualche principio di diffidenza nel principe, si presero cura di accrescerla. Pretesero che lo Sforza apparecchiavasi ad entrare come padrone nel Milanese, che di già prometteva anticipate ricompense ai suoi soldati, terre agli ufficiali, come se fosse già sovrano degli stati del suocero: e seppero a tal segno inasprire la gelosa anima del Visconti, che questi fece sospendere i sussidj promessi allo Sforza, cui ordinò in pari tempo di portarsi direttamente sopra Padova o sopra Verona, senza avvicinarsi a Milano, e senza toccare i confini de' suoi stati. E quando seppe che Francesco Sforza aveva mandati suo figlio e sua figlia a Cremona perchè fossero presentati all'avo loro, lungi dal mostrarsi desideroso di vederli, fece loro proibire di passare i confini del Milanese[273].
Francesco Sforza, maravigliato da così subito cambiamento, temette di avere perduti gli antichi suoi alleati, senza averne acquistato un nuovo. Il piano di campagna, che gli si proponeva, era contrario a tutte le regole dell'arte militare. Questo grande capitano, troppo povero per equipaggiare la sua armata, reso troppo incerto da contraddittorj avvisi per prendere qualche consiglio, trattenevasi irrisoluto ai confini dello stato d'Urbino. Egli e suo suocero insieme perdevano in tal modo l'istante di operare, mentre i Veneziani sapevano approfittarne. In principio di primavera la loro armata guastò il Cremonese, che tutto occupò ad eccezione della capitale. Passò in appresso il ponte di Cassano, e Michele da Cotignola venne a porre il suo campo a tre sole miglia da Milano. Mentre saccheggiava le campagne fino alle porte della capitale, cui si presentò più d'una volta[274], teneva vive segrete intelligenze con coloro ch'egli credeva avere maggiore influenza sul popolo. I Veneziani annunciavano la vicina morte di Filippo, col quale spegnevasi la casa Visconti, ed offrivano ai Milanesi o di passare sotto il loro dominio, conservando tutti i loro privilegi, o pure di ristabilire la loro repubblica, se volevano prendere le armi senz'altro indugio, e porsi in libertà[275].
Filippo non ardiva arrischiare una battaglia per liberare la sua capitale; ordinò al contrario ai suoi generali di tenere i loro soldati chiusi in città. Altronde il pericolo e la ruina de' suoi stati gli fecero sentire la necessità di ricorrere a suo genero. Questa volta pare che mettesse affatto da banda la diffidenza ed i sospetti, non ponendo veruna condizione alla sua marcia, e facendogli anticipare danaro da Alfonso, perchè non si trovava in istato di somministrargli quanto gli aveva promesso. Il re di Napoli, che desiderava liberare sè ed il papa dall'incomoda vicinanza d'un condottiere, dichiarò di non voler pagare il danaro chiesto dal Visconti finchè lo Sforza non restituiva a Niccolò V, successore d'Eugenio IV, la città di Jesi, che tuttavia possedeva nella Marca, rinunciando ad una sovranità per la quale erasi sparso tanto sangue. Il conte, che non poteva far uso della sua armata per mancanza di danaro, e che colla sua inazione correva pericolo di perdere la sua riputazione militare, i soldati, egli stati, acconsentì all'ultimo ad abbandonare una città fedele, che durante due anni d'assedio, aveva per lui infinitamente sofferto. Rendette Jesi al papa, ricevendo in ricompensa dalle mani di Alfonso trentacinque mila fiorini, coi quali rifece la sua armata[276].
Fino dall'undici di marzo il conte Sforza, colla mediazione del duca d'Urbino, aveva firmato una tregua con Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, in forza della quale aveva assicurato a suo fratello Alessandro il pacifico possesso di Pesaro; ed egli abbandonava la Marca, senza aver più alcun motivo di trattenersi negli stati della Chiesa. Si mosse il 9 agosto, prendendo la strada della Lombardia; ma giunto a Cotignola, villaggio da cui prendeva origine la sua famiglia, e dove pensava di lasciare riposare alquanto la sua gente, colà ricevette il 15 agosto un segreto messo di Lionello, marchese d'Este, che gli annunciava la morte di suo suocero. Il duca di Milano, sempre invisibile ai suoi sudditi, ed appena accessibile ad un ristretto numero di consiglieri e di servitori segreti, era stato il 7 agosto sorpreso da una dissenteria; la malattia erasi tenuta scrupolosamente celata a tutto il mondo, ed egli era morto il 13 dello stesso mese nel suo castello di Porta Zobia di Milano, senza che alcuno lo sapesse tampoco in pericolo[277].
Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, duchi di Milano, era grande di statura, assai magro finchè fu giovane, assai grasso in età avanzata. Aveva deforme viso e quasi spaventevole, grandissimi gli occhi, e lo sguardo sempre incerto. Trascurava tutto quanto poteva contribuire a rendere piacente la sua persona, l'eleganza e la politezza medesima sembravangli odiose cose, e non ammetteva mai alla sua presenza coloro ch'erano elegantemente vestiti: la caccia ed i cavalli erano l'unico suo divertimento; altronde egli era sobrio, timido, e sopra modo lo spaventavano i lampi, il tuono, e qualunque discorso tendeva a fargli pensare alla morte; ed il suo carattere e la sua condotta parevano principalmente spiegarsi per la continua diffidenza di se stesso e degli altri[278]. Temeva il giudizio che pronuncierebbero intorno a lui coloro che l'avvicinerebbero, e piuttosto che superare questa timidità per vedere l'imperatore Sigismondo, in occasione del suo passaggio, si espose a farsi di quel monarca un irriconciliabile nemico. Egli non superò tale diffidenza, che quando fu posta in sua mano la sorte de' principi introdotti innanzi a lui. Perciò vide egli Carlo Malatesti, ed in appresso Alfonso d'Arragona, l'uno e l'altro suoi prigionieri, che ricolmò di beneficj quasi per riconciliarli colla sua orribile faccia. Egli si sottraeva egualmente allo sguardo dei forestieri, ed a quello de' suoi sudditi d'ogni condizione, che non potevano essere introdotti vicino a lui senza incontrare mille difficoltà; ma s'egli finalmente si accontentava di ricevere qualche persona, sapeva mostrarsi dolce ed affabile, e tutti coloro che giugnevano ad acquistarsi una volta la sua confidenza, erano quasi sicuri d'avere sopra di lui una grande influenza. Sospettoso all'eccesso verso coloro coi quali non aveva domestichezza, cercava sempre anche in mezzo alla pace d'indebolirli, e ruinarli celatamente colla più malvagia politica, ma era poi capace di durevole confidenza per coloro che ammetteva alla sua familiarità; perciò fu sempre veduto falso nelle sue promesse, perfido nelle alleanze, e non pertanto fedele all'amicizia. Egli temeva, disprezzava, ed odiava generalmente gli uomini; ma sapeva altresì scegliere coloro che immediatamente dipendevano da' suoi ordini, ed adoperò quasi sempre uomini di somma capacità come generali, come consiglieri di stato e come ambasciatori. Nelle missioni che loro affidava, non limitava le facoltà loro con gelosa diffidenza; ed in un secolo in cui l'onore e la buona fede erano sbanditi, in cui egli stesso dava frequenti prove di perfidia, non fu mai tradito dai suoi ministri o dai suoi generali. Sovrano senza rispetto per l'umanità, senza amore per i suoi popoli, flagello de' proprj stati e di quelli de' vicini, non fu così cattivo uomo come era malvagio principe, e trovavasi in lui qualche mescolanza di talenti, di virtù e di generosità.