Sforzi de' Milanesi per ricuperare la libertà; Francesco Sforza si obbliga al servigio della nuova repubblica; sue vittorie sui Veneziani a Piacenza, a Casal Maggiore ed a Caravaggio.

1447 = 1448.

Da oltre quindici anni l'Italia era sconvolta da rivoluzioni di nuovo genere; vedevansi guerre incominciate senza motivi, trattate senza vigore, e sospese senza che la pace arrecasse verun vantaggio, alleanze contratte, rotte, rinnovate, e mille volte violate; la perfidia in tutti i rapporti politici era diventata la morale di moda; un pericoloso credito veniva accordata ai comandanti delle armate, mentre l'arte militare più non era nobilitata dal sacro motivo della difesa della patria; per ultimo ogni giorno nuovi capitani s'innalzavano ad un potere indipendente, trattavano coi principi da piccoli sovrani, ed in appresso perivano quasi tutti sul patibolo senza formalità di giudizio. Ma questo stato d'Italia così straordinario, così diverso di tutto ciò che lo aveva preceduto, da tutto ciò che seguì, apparecchiava la grande rivoluzione ch'ebbe compimento alla metà del quindicesimo secolo. Videsi in allora e per tutte queste cagioni il più avventurato di tutti questi avventurieri collocarsi sul primo trono d'Italia, gli Sforza succedere ai Visconti, un nuovo sistema d'equilibrio riunire il poter militare al civile, ed il condottiere, che conseguì la più magnifica ricompensa, fare scomparire tutti gli altri.

Lo Sforza ottenne con una insigne perfidia di succedere a suo suocero; ma il secolo era talmente corrotto ed abituato alla mancanza di fede della casa Visconti, di tutti i piccoli principi d'Italia, e dei papi, che questa mala fede più non risguardavasi come una macchia dalla maggior parte degli uomini. Quando Machiavelli diceva dello stesso Sforza, che non era trattenuto da timore o da vergogna di mancare ai suoi giuramenti, perchè i grandi uomini si vergognavano di perdere, non di guadagnare coll'inganno[279], egli esprimeva il sentimento di tutti i suoi contemporanei, più ancora che il suo proprio, e lo Sforza, che in cotal modo egli scusava, aveva nome d'essere anzi uno de' più generosi, de' più fedeli nell'amicizia fra tutti i principi del suo secolo. L'intima sua amicizia con Cosimo de' Medici, che i Fiorentini intitolarono il padre della patria, e che gli amici delle lettere risguardano come il ristauratore della filosofia platonica, faceva egualmente onore all'uno ed all'altro. L'amicizia dello Sforza veniva nello stesso tempo ricercata da Federico di Montefeltro, in appresso duca d'Urbino, da Lionello e da Borso d'Este, marchesi e duchi di Ferrara, e da Luigi Gonzaga, marchese di Mantova, allievo di Vittorino da Feltre. Il nome di questi principi venne illustrato dalla benefica protezione accordata alle lettere in sul declinare del quindicesimo secolo, ed a costoro può attribuirsi la scoperta della bella antichità, il risorgimento delle arti e della poesia. Francesco Sforza era degno d'essere loro associato, e noi avremo pur troppo frequenti occasioni di vedere che questi illustri principi in fatto di onore e di moralità non vanno meno di lui soggetti a censura. Non possiamo non compiangere un secolo in cui il sentimento del giusto e del vero era talmente indebolito, che un uomo di elevato carattere più non arrossiva della falsità e del tradimento; ma conservando tutto l'orrore che nutrir dobbiamo per il vizio e per la bassezza, dobbiamo guardarci di addossare ad un solo uomo il biasimo e la vergogna che appartengono a tutta la sua generazione.

Non è già che le pretese di Francesco Sforza all'eredità di Filippo Maria fossero ingiuste: i suoi diritti non erano meno fondati che quelli di qual si fosse altro pretendente; o a dir meglio fra tutti coloro che l'ambivano non vi aveva diritto che la repubblica milanese. I Visconti altro non erano che i capi della fazione seguita dai popolo innalzati al potere sovrano ora dal tacito assenso della nazione, ora dall'intrigo e dalla forza delle armi. Giammai essi non avevano fondata una monarchia regolare e costituzionale, nella quale fossero riconosciuti i diritti ereditarj. Dopo Ottone Visconti che nel 1277 diede cominciamento alla grandezza della sua casa fino a Filippo in cui si spense, non si vide in cento settant'anni una sola successione regolare. Talora tutt'i fratelli avevano regnato assieme, talvolta eransi divisi gli stati, ed ora si erano succeduti gli uni agli altri a pregiudizio de' figli; il cominciamento di qualunque regno era stato notato da qualche rivoluzione. La sola forza decideva del diritto, il timore teneva luogo dell'affetto, ed il sovrano della Lombardia non sarebbe rimasto meno sorpreso del suo popolo, se gli si fosse parlato dei diversi gradi di eredità che aprivano la successione al trono.

Nelle famiglie dei signori d'Italia i bastardi stavano quasi a livello coi figli legittimi, e se si acconsentiva che la successione dei Visconti potesse passare alle femmine, la nascita di Bianca non era una sufficiente cagione per escluderla. Nella divisione degli stati di Giovan Galeazzo, padre dell'ultimo duca, il suo bastardo Gabriele aveva avuta una parte press'a poco eguale a quella dei figli legittimi; Lionello d'Este, allora regnante, e dopo di lui Borso, l'uno e l'altro bastardi di Niccolò III, vennero chiamati alla signoria di Ferrara e di Modena in pregiudizio de' loro fratelli maggiori nati da legittimo matrimonio; e la successione della casa della Scala erasi trasmessa dal principio fino alla fine da bastardo in bastardo. Santi Cascese era stato di fresco chiamato al governo di Bologna come figlio adulterino di un Bentivoglio, mentre che Federico di Montefeltro, che sapevasi non essere figliuolo del conte Guido, di cui portava il nome, veniva riconosciuto per signore d'Urbino. Effettivamente il popolo non considerava in verun modo i diritti di successione come sono regolati dalle leggi per le private proprietà, ma soltanto la garanzia che il nuovo capo poteva dare per la sua età, per i suoi talenti, al partito di cui la di lui famiglia era stata capo.

I diritti che la casa d'Orleans pretendeva avere acquistati da Valentina Visconti, sorella dell'ultimo duca, erano fondati sull'ipotesi che la Lombardia fosse un feudo femminino; ma la Lombardia non era nè un feudo, nè una successione aperta alle femmine. I diritti che gl'imperatori fecero in appresso valere sul ducato di Milano, come ricaduto alla diretta dell'impero per l'estinzione della linea Visconti, non erano più legittimi degli altri, perchè Milano, avanti la fondazione del ducato, ed anche prima della grandezza della casa Visconti, era uno stato libero sebbene membro dell'impero, nè mai aveva appartenuto all'imperatore. La corona ducale poteva ritornare a quello che l'aveva accordata, ma la sovranità non doveva uscire dalle mani dei Lombardi, di cui questi duchi non erano che i mandatarj. I diritti d'Alfonso V, re d'Arragona e di Napoli, appoggiati ad un vero o supposto testamento di Filippo Maria a suo favore, erano egualmente invalidi, perchè al duca di Milano non era mai stato accordato di disporre per testamento del governo dei suoi popoli. Finalmente i diritti di Francesco Sforza, come sposo dell'unica figlia dell'ultimo sovrano, in un paese in cui le figlie non erano mai succedute, dipendeva totalmente dall'assenso del popolo. Se gli amici dei Visconti, se i nobili ghibellini, che avevano voluto dare e conservare un capo al loro partito, credevano che l'educazione di Bianca fra di loro, che la di lei successione ai beni patrimoniali, che il reciproco affetto fra di lei ed i servitori di suo padre, loro assicurassero la sua persistenza e quella del suo sposo nelle massime del governo di cui essi avevano cercata la guarenzia, erano padroni di considerare Francesco Sforza, dopo il suo matrimonio con Bianca, come il rappresentante d'una famiglia, cui essi avevano consacrate le loro spade e le loro sostanze. Era in conseguenza di questo stesso diritto ch'essi renduto avevano a Filippo Maria quell'ubbidienza che ritirata avevano a Giovan Maria suo fratello, che precedentemente avevano sostituito Giovan Galeazzo a Barnabò ed ai suoi figliuoli, e che più anticamente scelto avevano a vicenda Azzo, Lucchino e Giovan Visconti, senza giammai attenersi alla diretta linea di successione. Ma se Bianca non portava allo sposo l'affetto d'una fazione, e l'attaccamento della maggiorità della nazione, non aveva verun diritto legale da far valere. La sola repubblica milanese avea giustissimo titolo per riclamare la sua sovranità. Non solo quando spontaneamente si era assoggettato alla signoria de' Visconti non aveva acconsentito che la sovranità passasse ad un'altra famiglia, ma non aveva pure riconosciuta altra eredità nella famiglia Visconti, che quella ch'essa sanzionava co' suoi suffragi in ogni cambiamento di regno. Una deliberazione dei consiglj aveva sempre deferiti ad ogni Visconti, l'uno dopo l'altro, il titolo ed i diritti di perpetuo signore di Milano; e quand'anche questa deliberazione fosse stata più volte estorta colla forza, non pertanto questa sola dava al titolo di signore qualche apparenza di legalità.

Ma quando venne a morte Filippo Maria, i Milanesi erano ben lontani dai cercare un nuovo capo di parte, e dal sottomettersi a nuovi signori. Avevano provate tutte le disgrazie che la tirannide di ambiziosi padroni può chiamare sopra un popolo, ed accusavano dolendosene la memoria de' loro antenati, che, sedotti dalle pratiche dell'arcivescovo Ottone, avevano acconsentito che la di lui famiglia riducesse la patria in servitù[280]. Si era loro tenuta segreta la malattia di Filippo Maria. Questo principe, che si era sempre renduto invisibile ai suo popolo, e che non aveva mai accordate agli ambasciatori stranieri che udienze assai rare, aveva languito otto giorni per una dissenteria, cui dovette finalmente soggiacere, senza che alcuno, in fuori de' suoi più intimi familiari, avesse soltanto sospettato che avesse qualche indisposizione di salute. Il consiglio di Milano volentieri avrebbe ancora lungo tempo nascosto quest'avvenimento, onde non accrescere il coraggio o dei nemici che di già si trovavano alle porte della città, o delle diverse fazioni pronte a scoppiare. Ma l'ambizione ed un antico spirito di parte avevano fatto abbracciare queste determinazioni a questi consiglieri troppo egoisti per pensare ai diritti della loro patria. L'antica rivalità delle scuole militari di Sforza e di Braccio dividevano il consiglio. Francesco Landriano e Broccardo Persico, addetti alla milizia di Braccio, volevano far passare al re di Napoli la sovranità della Lombardia. Alfonso, essi dicevano, era il più ricco ed il più potente principe d'Italia, egli era stato con lunga alleanza unito a Filippo Maria, e ne aveva ricevuti beneficj che non aveva dimenticati; onde trasporterebbe ai consiglieri del duca la propria riconoscenza. Dall'altro canto Andrea Birago cogli amici dello Sforza, e coloro che avevano servito nella di lui milizia, facevano valere i legami del sangue che univano alla casa Visconti il conte Francesco, le promesse dell'ultimo duca, e la naturale successione di una figlia a suo padre[281].

La vinsero i partigiani d'Alfonso, i quali pretesero di eseguire in tal modo la volontà manifestata da Filippo Maria negli ultimi istanti di vita, e consegnarono la cittadella ed il castello a Raimondo Boile, luogotenente del re, che di fresco era giunto dalla Puglia con una piccola armata ausiliaria. Le insegne arragonesi, che si videro spiegate sul castello del duca, indicarono ai Milanesi la morte del loro sovrano, e la rivoluzione che pretendeva di fare un consiglio di ministri; ed i capi del partito popolare furono avvisati di prendersi cura della libertà del loro paese.

Quattro cittadini egualmente distinti per nascita, per ricchezze, per talenti, e pel loro zelo per il ben pubblico, Antonio Trivulzio, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani ed Innocenzo Cotta, si adunarono per provvedere alla libertà della loro patria, giurando di non permettere che ricadesse in servitù. Allo spuntare del giorno tutta la città fu informata della morte del Visconti, tutte le botteghe si tennero chiuse, si barricarono le strade con catene, e quelle che conducevano al castello vennero tagliate con profonde fosse. Trivulzio, Bossi, Lampugnani e Cotta si divisero i quartieri della città, fecero adunare il popolo alle sei porte, e furono da ogni porta nominati quattro deputati. Un supremo consiglio formato da queste sei deputazioni doveva rappresentare la repubblica, ed essere rinnovato ogni due mesi, come la signoria di Firenze; i quattro promotori della rivoluzione vennero nominati i primi a questa nuova magistratura. Nello stesso tempo Raimondo Boile, cogli antichi consiglieri del duca, aveva chiamati in castello tutti i condottieri che trovavansi allora in città, cioè Guido Antonio Manfredi di Faenza, Carlo Gonzaga, Luigi del Verme, Guido Torello ed i fratelli Sanseverino, e gli aveva tutti persuasi a giurare ubbidienza ad Alfonso: ma appena furono usciti di castello, che, strascinati dal movimento popolare, riconobbero il nuovo governo, e si posero al soldo della repubblica, che veniva allora costituita[282].