Questa nuova magistratura aveva permesso che l'ultimo duca si portasse al sepolcro colle consuete cerimonie; e la marcia del corteggio non venne sturbata da verun popolare movimento; ma si agitavano in allora così grandi interessi, timori così vivi, così variate speranze, notizie così contraddittorie succedevansi con tanta rapidità, che i cittadini, dopo essersi uniti alla pompa funebre, l'abbandonarono successivamente, e gli stessi preti se ne allontanarono, onde a stento si potè portare il corpo di Filippo fino al sepolcro che gli era stato destinato, dietro all'altar maggiore della cattedrale[283].

Il primo affare che doveva trattarsi dal nuovo governo doveva essere l'acquisto delle cittadelle, perchè i soldati forestieri che le occupavano potevano essere tentati di venderle ai Veneziani, ed aprir loro in tal modo la città. Gli equipaggi di Raimondo Boile vennero abbandonati al popolo per punirlo d'avere occupato il castello. I soldati, spaventati da quest'esecuzione, divisi da molte centinaja di miglia dalle armate del re di Napoli, e non avendo fatto alcun apparecchio per sostenere un assedio, aprirono le porte quasi subito dopo. Quelli del castello di porta Zobia pareva che si disponessero a fare maggiore resistenza; ma perchè non formavano in tutto che tre compagnie, ascoltarono proposizioni di accomodamento. Venne loro permesso di dividersi diciassette mila fiorini rimasti nella cassetta del principe, ed a tale condizione consegnarono il castello. All'istante queste due formidabili fortezze furono atterrate dal popolo, ed il grosso de' cittadini più non abbandonò il lavoro, finchè non furono uguagliate al suolo.

Ne' precedenti mesi, ad istanza di Niccolò V, nuovo papa, erasi cominciato a trattare di pace. Si era aperto un congresso a Ferrara sotto la presidenza del marchese Lionello, e di un legato del papa; gli ambasciatori de' Veneziani, dei Fiorentini e del duca di Milano, che trattavano ancora per parte di Alfonso, vi si erano di già recati. Le varie proposizioni, o di una tregua fondata sullo stato attuale di possedimenti, o di una pace con reciproca restituzione, erano state discusse, indi lasciate alla scelta di Filippo Maria, e l'opera del congresso poteva in qualche modo risguardarsi come terminata[284]. I magistrati della nuova repubblica di Milano, che bramavano di essere in pace con tutti, dichiararono che volevano proseguire la negoziazione, e che accetterebbero le condizioni convenute col loro duca: ma i Veneziani, che vedevano affacciarsi alla loro cupidigia nuove conquiste, rigettarono quest'offerta quasi con derisione. Prima di restituire ai Milanesi gli stati che avevano appartenuti a Filippo Maria, chiesero il pagamento di tutte le spese della guerra, e di tutti i danni loro dalla medesima cagionati[285]. Ruppero così ogni trattato, e ritiraronsi dal congresso, ad altro più non pensando che a dividersi le spoglie dell'ultimo Visconti[286].

Il doge Francesco Foscari, uomo ambizioso, che amava la guerra, e che lusingatasi d'illustrare il suo regno colle conquiste, trovavasi in allora dominante nei consiglj di Venezia. Egli strascinò la repubblica a tener dietro a progetti d'aggrandimento, che parevano favoriti dalle circostanze. Per altro ella sagrificò le sue antiche massime di giustizia e di libertà ad una falsa politica. I Veneziani non dovevano supporre che gli altri stati d'Italia, nè gli stessi loro alleati gli acconsentissero giammai di soggiogare la Lombardia. Ostinandosi a combattere, senz'esserne provocati, la repubblica di Milano, la spinsero sotto il giogo dello Sforza, si procurarono un più pericoloso vicino che non lo erano i Visconti, e per un necessario concatenamento, furono la prima cagione delle guerre de' Francesi e de' Tedeschi alla fine del secolo pel possedimento dello stato Milanese; mentre che se tre potenti repubbliche, Milano, Venezia e Firenze, si fossero divisa l'Italia superiore, e ne avessero mantenuto l'equilibrio, questa contrada, assai più forte e più ricca sotto una paterna amministrazione, non sarebbe mai più diventata preda dagli stranieri.

Il governo di Milano, in guerra con Venezia, incerto rispetto ai suoi rapporti con Firenze ed alla condotta che terrebbe il conte Sforza, non era neppure succeduto a tutta la potenza che aveva esercitata l'ultimo Visconti. In tutto il ducato un'eguale oppressione aveva fatto nascere un eguale desiderio di libertà; in tutte le città era stato proclamato il nome di repubblica, ma in quasi tutte l'amore dell'indipendenza nazionale pareggiava per lo meno l'amore della libertà politica. Il giogo dei Milanesi detestavasi quanto quello dei Visconti, ed ogni città, ch'era stata repubblica, voleva esserlo ancora. Pavia aveva lungo tempo conteso a Milano il primo rango tra le città lombarde; era stata la favorita residenza di Giovanni Galeazzo, il più grande dei Visconti; il suo orgoglio fortificava il suo amore per l'indipendenza, ed ella era determinata di tutto soffrire, piuttosto che di ubbidire ai Milanesi. Il popolo di Pavia nominò i suoi magistrati, si costituì in repubblica, ed intraprese subito l'assedio della fortezza che signoreggiava la città. Una parte del tesoro del duca e delle munizioni di guerra era stata deposta in questa fortezza, ma Matteo Bolognini, che ne aveva il comando, rispinse con ostinazione tutti gli sforzi degli assalitori. Le città di Como, Alessandria e Novara, ch'erano attaccate ai Milanesi più per affetto che per ubbidienza, dichiararono di seguire la sorte della nuova repubblica; ma Lodi, che pei suoi rapporti di commercio, e per la maggioranza della fazione Guelfa, era unita ai Veneziani, rispinse i due Piccinini, e li costrinse a rifugiarsi a Pizzighettone, dopo di che la città mandò a chiedere a Michele Attendolo una guarnigione veneziana, ch'entrò il 16 agosto, cinque giorni dopo la morte del duca[287]. Il castello di san Colombano, posto tra Lodi e Pavia, si unì pure volontariamente ai Veneziani. Piacenza trovavasi divisa in quattro fazioni, dirette da quattro potenti famiglie. Quella degli Anguissola era la sola affezionata ai Ghibellini, e le tre altre, riunite dal medesimo amore per la parte Guelfa, si decisero all'ultimo, per metter fine alla lite, a sottomettersi ai Veneziani. Taddeo d'Este, uno de' generali di Venezia, prese possesso di Piacenza il 20 d'agosto con mille cinquecento cavalli, ed in pochi giorni sottomise ancora tutto il suo territorio[288]. Parma e Tortona si eressero in repubbliche; Asti aprì le sue porte a Rinaldo di Dresnay, che ne prese possesso a nome di Carlo, duca d'Orleans, in conseguenza dei trattati cominciati pochi mesi prima tra Filippo e Carlo VII, e come dote di Valentina Visconti. In tutte le città si videro rientrare gli esiliati ed i proscritti, e riprendere dovunque il possesso de' loro beni, che il fisco si era appropriati, o aveva venduti, cacciandone colla spada alla mano i nuovi proprietarj[289].

I capi della repubblica milanese, attaccati dai Veneziani, abbandonati dalla metà dei popoli ch'erano stati prima governati dal duca, e male ubbiditi dall'altra, qualunque volta volevano mantenere l'ordine, levare soldati e fare regolarmente pagare le imposte, minacciati dal re Alfonso, dai Savojardi e dai Francesi, che tutti annunciavano varie pretese sull'eredità dei Visconti, credettero di dover chiedere l'assistenza di Francesco Sforza, per non dover contare tra i suoi nemici anche questo condottiere. Lo Sforza aveva di già condotta la sua armata ai confini per soccorrere il principe di cui essi erano rimasti i rappresentanti, e quest'armata formava l'unica loro speranza. Scaramuccio Balbo offrì a questo grande capitano, in nome della repubblica milanese, di mantenere il trattato che con lui aveva fatto il Visconti, continuandogli pure il medesimo pagamento e le condizioni medesime per combattere gli stessi nemici e difendere lo stesso paese. Bentosto Antonio Trivulzio si recò presso al generale, ed aggiunse a tali offerte, la cessione dei diritti dei Milanesi sopra Brescia, o sopra Verona, se riusciva allo Sforza di togliere ai Veneziani l'una o l'altra di queste città. Lo Sforza, che erasi avanzato fino a Cremona per vedere quale partito potesse tirare dalle turbolenze della Lombardia, accettò senza difficoltà le offerte condizioni, sebbene gli paresse dura cosa il dover ubbidire a coloro cui aveva sperato di comandare. Apparecchiossi dunque alla guerra, ma senza deporre la speranza di costringere un giorno i Milanesi a riconoscere un'autorità, che per ora abbassavasi innanzi alla loro[290].

Il primo servigio che rese alla repubblica, dalla quale riceveva il soldo, fu d'intimidire i Parmigiani, avanzandosi fin sotto le loro mura. Questi per evitare le ostilità si obbligarono a seguire senza eccezione la sorte di Milano, ed a riconoscere sempre gli stessi amici e nemici[291]. Lo Sforza rinnovò in appresso la sua alleanza con Rinaldo Palavicini, che gli accordò un libero commercio ne' suoi feudi. Trovò a Cremona mille cinquecento cavalieri di Guid'Antonio Manfredi, ch'erano stati scacciati dal Lodigiano dai Veneziani, e ch'egli riunì sotto le sue insegne. Recandosi quindi con una piccola scorta a Pizzighettone, presso ai due Piccinini, si guadagnò il loro affetto con questa prova di confidenza; li trovò disanimati nella universale rivoluzione, e disposti a trattare coi Veneziani, che di già gl'invitavano a dividere le future loro conquiste, offrendo loro in ricompensa della loro defezione, Cremona in sovranità al primogenito, Crema al secondo. Lo Sforza seppe così destramente maneggiarli, che malgrado l'antica rivalità tra le due scuole militari, e malgrado le vicendevoli loro offese, li persuase a restare ancor essi attaccati alla repubblica milanese, ed a rinnovare con Luigi Bossi e Pietro Cotta, deputati della repubblica, il trattato che avevano fatto col duca[292]. Lo Sforza passò in appresso l'Adda con Francesco Piccinino, il 30 di settembre, ed entrò nel territorio di Lodi. Il generale veneziano Michele Attendolo, suo parente, che si era indebolito per le molte guarnigioni ch'era stato obbligato di staccare dalla sua armata, e per la vasta estensione del paese che occupava, non si trovò in istato di fargli testa, e lasciò che assediasse il castello di san Colombano, che si arrese il 15 dello stesso mese[293].

I Veneziani, disperdendo le loro forze, avevano perduta quella superiorità che conservata avevano fino a tale epoca sopra Filippo dopo la battaglia di Casale, e la moltiplicità delle conquiste ebbe per loro quasi le conseguenze di una disfatta. Per rifare la loro armata, radunarono quanto fu possibile di gente con nuove leve in Bergamo ed in Brescia; dall'altro canto i Milanesi erano stati abbandonati da diversi loro condottieri, tra gli altri da Alberto Pio, signore di Carpi, il quale, saccheggiati il palazzo del duca ed i castelli che trovaronsi a lui più vicini, passò, carico di preda, al proprio paese[294]. Per altro lo Sforza fece un ragguardevole acquisto, prendendo al soldo de' Milanesi Bartolomeo Coleoni di Bergamo, che, dopo essersi fatto qualche nome, era stato nel precedente anno arrestato per ordine di Filippo Maria, e chiuso nelle prigioni di Monza. Il Coleoni trovò modo di fuggire, quando la morte del duca rese il suo custode meno rigoroso; ed i suoi antichi soldati, accantonati a Landriano, avendolo riconosciuto in tempo della sua fuga, si erano nuovamente adunati sotto le sue insegne. Lo Sforza richiamollo da Pavia, ov'erasi rifugiato, per incorporarlo all'armata milanese[295].

Tutti i principi che avevano qualche diritto all'eredità del Visconti, o soltanto desiderio di approfittare della rivoluzione accaduta ne' suoi stati, eransi sforzati di guadagnare a prezzo d'oro partigiani nelle diverse città della Lombardia. Quella di Pavia, assai più bramosa di sottrarsi al dominio dei Milanesi che non di conservare la sua libertà, trovavasi in allora divisa in più fazioni. Vi si contavano i partigiani di Carlo VII, re di Francia, del Delfino suo figlio di que' tempi in guerra col padre, di Luigi, duca di Savoja, di Giovanni, marchese di Monferrato, e di Lionello, marchese d'Este. Tutti gli abitanti convenivano che per non soggiacere ai Milanesi era d'uopo darsi un padrone straniero; ma se l'interesse, la corruzione, l'egoismo rendevano i loro consiglj unanimi in questa assurda determinazione, i medesimi motivi dividevano i loro suffragi intorno alla scelta del principe. In mezzo a tali pratiche, Francesco Sforza non perdeva di vista questa città, ed uno de' suoi agenti, chiamato Sceva Curti, cercò di procurargli i voti dei Pavesi. Nello stesso tempo Agnese del Maino, madre di Bianca Visconti, ch'erasi rifugiata nella fortezza di Pavia, cercò di guadagnare al genero Matteo Bolognini, che ne aveva il comando. Quest'ufficiale aveva altre volte militato sotto le insegne di Braccio, onde contavasi tra i nemici del suo rivale; ma Agnese seppe lusingare la di lui vanità, promettendogli di farlo adottare nella famiglia dello Sforza, e di ottenergli il titolo di conte di sant'Angelo, e la sovranità di quel castello dove il Bolognini era nato. In conseguenza di questo duplice trattato arrivarono al campo sforzesco otto deputati del senato di Pavia nell'istante medesimo in cui Francesco rispingeva vigorosamente un attacco di Michele Attendolo, diretto a liberare san Colombano; essi gli offrirono la sovranità del loro stato, trasmissibile ai suoi discendenti, col titolo di conte di Pavia, e gli chiesero la conferma di privilegi che il nuovo principe accordò in sull'istante. Lo Sforza accolse con gioja tale proposizione; la cittadella gli fu data in pari tempo che la città, ed egli si recò con magnifico corteggio alla chiesa di san Siro, per rendere grazie a Dio di così fausto avvenimento[296].

I Milanesi avevano avuto sentore di questo trattato, ed avevano inutilmente cercato di stornarlo, rappresentando allo Sforza che la sua convenzione colla città di Milano l'obbligava a conservarle tutti gli stati che appartenevano al precedente duca. Rispose il generale, che se avesse esitato ad accettare le offerte fattegli da Pavia, questa città sarebbesi data nelle mani di qualcuno de' potenti sovrani che se ne disputavano l'acquisto. Soggiugneva di non avere alcun mezzo di ridurla colla forza, e tornare meglio ai Milanesi che ella si fosse volontariamente sottomessa ad un amico e ad un alleato, che unita coi loro avversarj. Nello stesso tempo per acquietarli fece loro la cessione di san Colombano che aveva allora conquistato. Per altro i suoi ambiziosi progetti cominciavano allora a manifestarsi scopertamente: ma i Milanesi, che avevano creduto d'impiegarlo, sebbene di lui diffidassero, non vollero alienarlo col mostrargli che la loro diffidenza andava crescendo, poichè durava tuttavia il bisogno della sua assistenza. Dall'altra parte lo Sforza, ponendo di guarnigione le proprie truppe ne'castelli del territorio pavese, ordinò di non molestare quelli di cui eransi di già impadroniti i Milanesi o il duca di Savoja nella Lomellina, e di mantenersi possibilmente in pace con quest'ultimo vicino. Fece inoltre armare a proprie spese, a Pavia, quattro galeoni che mandò giù per Po per attaccare Piacenza, onde guadagnarsi in tal modo la benevolenza della signoria di Milano[297].