Quand'ebbe avviso dell'occupazione di Pavia, il governo di Milano mandò nuovamente a chiedere la pace ai Veneziani, loro offrendo vantaggiosissime condizioni, ma di nuovo le sue proposizioni vennero rigettate con imprudente arroganza. Lo stato dei duchi di Milano sembrava in allora abbandonato al sacco; tutti i suoi vicini volevano arricchirsi colle spoglie di colui che gli aveva così lungo tempo fatti tremare. Lionello, marchese d'Este, si era impadronito di Castel nuovo e di Cupriaco, ed i san Vitali che gli erano ligi, tenevano in Parma segrete pratiche per fargli aprire le porte della città. I Correggi avevano occupato Bressello, i Genovesi, lungo tempo lacerati da intestine fazioni che loro avevano fatto perdere ogni influenza sul rimanente dell'Italia, si erano opportunamente riuniti sotto il nuovo doge, Giano di Campo Fregoso, per occupare Voltaggio, Novi e molti castelli, e per minacciare Tortona. Il duca Luigi di Savoja, figliuolo dell'antipapa Felice V, sollecitava le borgate dei territorj di Alessandria, Novara e Pavia ad aprirgli le porte, offrendo loro per ricompensa la minorazione delle imposte, ed anche una totale esenzione. Giovanni, marchese di Monferrato, poneva in opera gli stessi allettamenti ai confini de' proprj stati; ma un più formidabile attacco di tutti gli altri era quello di Rinaldo di Dresnay, governatore d'Asti pel duca d'Orleans, che invadeva i confini del Milanese, in nome del suo padrone, con un'armata francese.

Carlo d'Orleans era figliuolo di Valentina Visconti, maggiore sorella dell'ultimo duca. Se il ducato di Milano fosse stato ereditario per linea femminile, se il loro diritto di successione fosse stato in Italia riconosciuto per le sovranità fondate dalle città, Carlo sarebbe in fatti stato il naturale erede di Filippo: ma la sua pretesa non si accordava nè colle leggi dello stato, nè colla pubblica opinione[298]. Per altro aveva a suo favore l'antica alleanza dei Guelfi colla casa di Francia, e la potenza del re Carlo VII. Asti, offerto ai Francesi da Filippo Maria, dopo la rotta di Casalmaggiore, per ottenere soccorsi a tale prezzo, era stato dato a de Dresnay il giorno precedente alla morte del duca, forse dietro un ordine carpito alla sua debolezza, quand'era già oppresso dalla malattia[299]. Questo luogotenente del duca d'Orleans aveva approfittato della posizione di Asti alle porte della Lombardia, per adunarvi tre mila cavalli chiamati dal Lionese e dal Delfinato, e per attaccare in appresso il territorio d'Alessandria. Molte fortezze di questa provincia, e lo stesso sobborgo di Bergoglio al di là del Tanaro erano di già venuti in suo potere. I Milanesi avevano gettato in quella città un migliajo di cavalli, aspettando che l'inverno scoraggiasse i Francesi prima di attaccarli[300].

Frattanto Francesco Sforza, che segretamente aveva accettato l'omaggio di Tortona, intimò a de Dresnay di rispettare il territorio di questa città e di quella di Pavia che a lui appartenevano. Dichiarò di essere determinato a difendere i suoi nuovi stati contro qualunque attacco; ma che non poteva ridursi a credere che la corte di Francia avesse intenzione di spogliare un generale, che aveva in sull'esempio di suo padre combattuto trent'anni per la casa d'Angiò, e perduti per cagion sua tutti i proprj stati nella Puglia e nella Marca d'Ancona[301].

In tal maniera lo Sforza evitò di misurarsi coi Francesi, lasciando che s'indebolissero nell'assedio di Bosco, castello vicino ad Alessandria, che loro aveva chiuse le porte, mentre egli andava gagliardamente stringendo l'assedio di Piacenza. Ma quando Bosco, dopo una lunga resistenza si vide vicino a dover capitolare, i Milanesi mandarono Bartolomeo Coleoni ed Astorre Manfredi, figliuolo di Guid'Antonio, a soccorrere la fortezza con circa mille cinquecento cavalli. Un corpo press'a poco della medesima forza era uscito d'Alessandria, sotto il comando di Giovanni Trotti, e di concerto furono addosso ai Francesi l'undici ottobre sboccando da diverse strade, mentre ancora la guarnigione di Bosco faceva una sortita. Dal canto loro i Francesi, costretti a dividersi per tener testa ai loro nemici, rovesciarono il corpo del Trotti, inseguendo senza dar quartiere i suoi soldati, ed uccidendo, invece di far prigioni, coloro che si arrendevano. Contaronsi quattrocento morti sul campo, locchè, per corpi così piccoli, e quando le guerre si trattavano quasi sempre senza spargere sangue, parve una spaventosa carnificina ed un disastro senza esempio. Ma intanto il Coleoni ed Astorre Manfredi avevano attaccata l'ala comandata in persona da de Dresnay; l'avevano rotta e spinta fino ne' suoi trinceramenti, e costretta a deporre le armi, rimanendo de Dresnay prigioniero con tutti i suoi soldati. Quando i prigionieri entrarono in Alessandria, trovarono tutta la città desolata per la disfatta del battaglione di Trotti. Estremo era il desiderio della vendetta contro barbari, che, calpestando le leggi della guerra, non avevano voluto dar quartiere; furono strappati dalle mani dei vincitori i prigionieri di Coleoni e di Manfredi, e quasi tutti uccisi[302].

Lo Sforza, ch'erasi tenuto lontano dai Francesi, apparecchiavasi in questo tempo a riconquistare Piacenza. Aveva da prima inutilmente tentato di venire a battaglia con Michele Attendolo, generale dei Veneziani, e credette di ridurlo ad accettarla, intraprendendo un assedio di tanta importanza. Piacenza era, dopo Milano, la più grande città di Lombardia; grosse erano le sue mura, fiancheggiate di torri, circondate da doppia fossa ed afforzate di tratto in tratto da balovardi innalzati di fresco. La guarnigione consisteva in due mila uomini di cavalleria, ed in altrettanti fanti, oltre sei mila cittadini che avevano prese le armi. e la di cui fedeltà era guarantita dal loro odio contro i Milanesi e dal timore di essere severamente puniti. Lo Sforza, come genero e rappresentante del Visconti, aveva, gli è vero, moltissimi partigiani nel corpo della nobiltà, tra i quali gli Anguissola, i Landi, gli Araceli colla fazione ghibellina; ma questi eransi quasi tutti ritirati in campagna ne' loro feudi[303]. L'armata con cui questo generale attaccò così grande città non era molto più numerosa di quella che la difendeva. Le piogge dell'autunno, che avevano di già cominciato, rendevano più difficili le operazioni dell'assedio; altronde a Venezia si armavano dei galeoni, per farli rimontare il fiume e portare soccorsi a Piacenza.

L'assedio di una città a que' tempi facevasi principalmente consistere nel privarla di ogni comunicazione colla campagna; e perchè Piacenza aveva quattro porte, lo Sforza divise la sua armata in quattro corpi, collocandone uno ad ogni uscita in ridotti ben fortificati, e si limitò a colmare i fossi in tutto lo spazio che separava un ridotto dall'altro, e ad appianare il terreno, onde questi corpi staccati potessero facilmente comunicare tra di loro. Al di sotto della città fece ancorare in mezzo al fiume i quattro galeoni equipaggiati a Pavia, i quali sventarono il progetto che aveva Michele Attendolo di far giugnere rinforzi a Taddeo d'Este, che comandava in Piacenza, opponendo una vigorosa resistenza all'attacco de' Veneziani.

Di que' tempi l'uso dell'artiglieria non era meno conosciuto dell'arte d'attaccare una piazza; d'ordinario veniva diretta contro le file nemiche piuttosto che contro le mura; pure lo Sforza fece battere con tre delle sue più grosse bombarde la torre sostituita all'antica porta Cornelia, e la cortina che comunicava colla vicina torre. Per più di trenta giorni continuò a battere in breccia il muro e le due torri, ed ognuna di queste bombarde faceva ogni notte perfino sessanta colpi, lo che in allora risguardavasi come cosa affatto prodigiosa[304].

Michele Attendolo non aveva nulla ommesso in questo tempo per fare una potente diversione: spinse le sue bande ne' territorj di Milano e di Pavia, ove facevano orribili guasti, sperando che le lagnanze di queste due città obbligherebbero il conte Francesco a recarsi in loro soccorso. Non potendo con ciò smuoverlo, andò ad assediare san Colombano; perlocchè lo Sforza fece gettare un ponte di battelli sul Po, al di sotto di Piacenza, onde agevolarsi il modo di sorprendere improvvisamente l'armata di Attendolo, quale si vide perciò costretto a ritirarsi. Lo Sforza teneva eccellenti spie, che lo avvisavano fedelmente de' movimenti del nemico, spesso ancora de' suoi progetti, onde trovavasi sempre apparecchiato ad impedirli[305].

Le due torri, e la cortina che le univa, erano state finalmente rovesciate dai replicati colpi delle bombarde; ed i rottami delle torri, cadendo nelle fosse, le avevano in parte colmate, e resa la breccia praticabile; onde lo Sforza risolse di dare l'assalto il giorno 16 di novembre. Affidò la direzione della sua flotta a Carlo Gonzaga; e perchè le piogge avevano gonfiate le acque del Po e della Trebbia, i galeoni accostaronsi alle mura presso la fontana d'Augusto o Forusta che serve di porto a Piacenza. Manfredi e Luigi del Verme furono incaricati d'attaccare le mura tra porta san Raimondo e porta Sublata; lo Sforza per approfittare dell'emulazione tra le sue truppe e quelle di Braccio, unì i suoi soldati a quelli dei fratelli Piccinino, ed unitamente a loro si propose di montare la breccia[306].

Lo Sforza si era riservati tutti i suoi più vecchi corazzieri, e tutti quelli che credeva meno agili per aspettare in vicinanza della breccia l'istante in cui potrebbero attaccare, o respingere una sortita. I più giovani e più lesti erano scesi di sella e marciavano alla testa degli assalitori. Oltre le due fosse esterne che coprivano il muro, e ch'erano state quasi colmate dai rottami delle torri, Taddeo d'Este, comandante della piazza e Gherardo Dandolo, provveditore veneziano, ne avevano fatta scavare un'altra. Gli assalitori, trattenuti da quest'ostacolo, ebbero ordine di portarvi tutti una fascina; ma n'erano tenuti lontani da una tempesta di pietre e di palle, e pochi poterono avanzarsi fino alla fossa col loro carico.