Per altro una grondaja fatta il giorno prima per mettere al coperto i lavoratori, e che non era stata atterrata, forse perchè il lavoro che copriva non era per anco ultimato, formava quasi una specie di ponte, sul quale avrebbero potuto passare due uomini di fronte al di là del fosso; ma questo ponte veniva difeso dai più valorosi tra gli assediati, ed un angolo del muro copriva gli archibugieri, che lo scopavano coi loro colpi; già da lungo tempo si combatteva presso questo ponte, e lo Sforza, che trovavasi assai vicino, ebbe un cavallo ucciso sotto di lui da una colombrina; i suoi soldati, vedutolo cadere, lo credettero morto, e cominciavano a dare a dietro; ma lo Sforza ricomparve subito sopra un altro cavallo e li rincorò. Nello stesso tempo fece appuntare un cannone contro l'angolo della muraglia che copriva gli archibugieri, ed essendo stato rovesciato al primo colpo e schiacciati molti de' suoi difensori, gli assalitori approfittarono di quest'istante di spavento per precipitarsi a traverso al ponte, munire il parapetto ed estendersi dai due lati della breccia nella strada coperta che si prolungava lungo le mura; in breve giunsero alla porta di san Lazzaro che fecero aprire. Lo Sforza vi entrò a cavallo in testa ai suoi corazzieri, e Taddeo d'Este, Gherardo Dandolo ed Alberto Scotto, vedendo la città perduta, ritiraronsi colla guarnigione nella cittadella, che non fece lunga resistenza. I cittadini, scoraggiati dalla loro ritirata, abbandonarono la difesa delle mura, e due ore avanti sera, la città fu in ogni lato aperta ai vincitori[307].

Nello stato in cui trovavasi allora l'arte militare, la presa d'assalto di così grande città era un avvenimento affatto straordinario. Non erasi mai creduto che fortissime mura potessero venire scosse e rovesciate dal cannone, che si potessero superare le fosse in faccia ai difensori, e per ultimo che un'armata potesse essere forzata a combattere, non solo in una città, ma ne' semplici trinceramenti d'un campo. Quando rammentiamo l'infelice situazione cui videsi ridotto lo Sforza nel precedente anno per non essersi trovato a portata di forzare le porte del più piccolo castello, ci figuriamo quale dovette essere il di lui trionfo per essere entrato per la breccia in una città, che per estensione e forza di mura era tenuta la seconda di Lombardia. Ma questo memorabile avvenimento, che atterrì l'Italia, mostra sotto un aspetto assai odioso quelle leggi di guerra di cui gl'Italiani vantavano l'umanità. Mentre il mestiere del soldato omai altro non era che un giuoco, nel quale appena si esponeva la vita, i cittadini nelle loro disfatte rimanevano esposti alle più terribili calamità. Piacenza fu abbandonata al sacco, e non solo vennero spogliate tutte le case, ma inoltre si permise ai soldati di strappare ai proprietarj con isquisiti tormenti il segreto de' nascosti tesori, di oltraggiare le mogli e le figlie dei vinti, di ridurre in ischiavitù dieci mila cittadini, e di venderli al migliore offerente; per ultimo d'impiegare i quaranta giorni che l'armata passò in Piacenza a spogliare le case de' loro mobili, de' loro ferramenti e de' loro legnami, per caricarli sul Po, e venderli nelle vicine città. Così fu posto il colmo alla ruina di questa grande città, la quale dopo tanto disastro non potè mai rialzarsi al rango che gli avevano fatto prima occupare la sua popolazione e le sue ricchezze[308].

Dopo avere spogliata Piacenza di tutto ciò che poteva meritare qualche prezzo, Francesco Sforza accordò alla sua armata i quartieri d'inverno, e venne egli stesso a Cremona in principio del seguente anno 1448 soltanto con due coorti. L'armata veneziana erasi accantonata tra l'Oglio, il Mincio e l'Adige, e la flotta di trentadue galeoni, che il senato veneto aveva fatta armare per liberare Piacenza, erasi ancorata in vicinanza di Casal Maggiore[309]. Un breve riposo teneva in sospeso le operazioni militari, mentre i maneggi e le negoziazioni si continuavano con grandissima attività. La stessa armata di Bartolomeo Coleoni, che aveva battuti i Francesi a Bosco, erasi avvicinata a Tortona, e l'aveva costretta a rimandare il comandante datole da Francesco Sforza, per riceverne un altro dal senato di Milano[310]. Francesco Sforza dissimulò il proprio risentimento: contro la fede del suo trattato coi Milanesi egli aveva accettato per sè medesimo il governo di Tortona, e con un atto di violenza glien'era stato levato il comando. Questi due avvenimenti contribuivano ad accrescere la vicendevole diffidenza; ma conveniva a questo generale il far uso del danaro e dei mezzi dei Milanesi per resistere ai Veneziani ed ai Francesi, che volevano avere l'eredità di Filippo Visconti; e conveniva egualmente al senato di Milano d'impiegare in sua difesa i talenti e l'armata del miglior generale d'Italia, sebbene avesse cagione di non fidarsi di lui.

La pace sarebbe stata preferibile ad una tanto sospetta alleanza. I Piccinini, sempre gelosi dello Sforza, tentarono di negoziarla coll'intervento del provveditore veneziano, Gherardo Dandolo, che tenevano prigioniere a Piacenza, e che lasciarono in libertà. Dopo queste prime aperture la città di Bergamo fu scelta per conferire tra le parti; il senato di Milano vi mandò Oldrardo Lampugnani, Giovanni Melzi, Ambrogio Alciati e Franchi Castiglione per trattare coi Veneziani[311]. Questi erano stati scoraggiati dalla perdita di Piacenza, ed acconsentirono a firmare preliminari che conservavano ad ogni potenza ciò che aveva acquistato durante la guerra. Ma questo trattato per avere forza di legge doveva a Milano passare nel consiglio degli ottocento; e Francesco Sforza, che vedeva da questo trattato ruinate tutte le sue speranze, approfittò della pubblicità che cominciava ad avere per renderlo sospetto.

Tra i fondatori della libertà milanese, si vedevano di già formarsi due fazioni. Il Trivulzio era dalle antiche sue alleanze addetto ai Guelfi, il Bossi ed il Lampugnani ai Ghibellini. Il primo vivamente bramava un trattato di pace, che proteggesse la repubblica sia contro il suo generale, sia contro i suoi nemici; gli altri, sedotti dalle insinuazioni dello Sforza, e dalle segrete sue pratiche, temevano l'antica alleanza de' Guelfi con Venezia, ed il credito che la pace darebbe ai loro avversarj. Essi rappresentarono tutto il pericolo di un trattato, che lascerebbe ai Veneziani Bergamo da una parte, e Lodi dall'altra, come pure la testa del ponte di Cassano, e molte altre fortezze sulla destra dell'Adda. Allora, dicevano essi, Milano rimarrebbe in balìa d'un senato ambizioso e perfido, che aveva più volte mostrato di prendersi così poca cura della pubblica fede. Numerosi agenti di Francesco Sforza andavano ripetendo fra il popolo, che vergognoso riusciva un tale trattato dopo la vittoria di Piacenza, e che una pace così poco sicura era peggiore della guerra. Il giorno che si adunò il consiglio degli ottocento per disaminare il trattato, tutta Porta Comasina, ossia la sesta parte della città, fu posta in movimento da Teodoro Bossi e da Giorgio Lampugnani, e gl'insorgenti protestarono con altissime grida contro la pace. Erasmo Trivulzio, atterrito, fu egli stesso forzato a rinunciarvi, ed il consiglio degli ottocento, che poteva salvare la Lombardia con un atto di moderazione, perdette la repubblica votando per la continuazione della guerra[312].

Per non somministrare nuovi argomenti a coloro che stavano per la pace, Francesco Sforza si astenne dal chiedere gli arretrati considerabili dovuti alla sua armata, e ciò poteva ben fare, dacchè i suoi soldati si erano arricchiti col sacco di Piacenza, mentre per lo contrario il tesoro di Milano trovavasi affatto esausto; ma varj altri condottieri non tardarono a rappresentare ai Milanesi tutte le difficoltà della presente loro situazione. Carlo Gonzaga ed Astorre Manfredi pretesero ambidue d'avere terminato il tempo del loro servigio, e ricusarono di contrarre nuovi impegni. Il primo si ritirò nel Mantovano, l'altro nello stato di Faenza, con tutti i loro soldati.

Importava a Francesco Sforza di confermare i Milanesi con altri prosperi avvenimenti nella presa decisione a favore della guerra. Egli adunò adunque il primo di maggio la sua armata tra Cremona e Pizzighettone, regalò a tutti i suoi soldati un fiorino del Reno e viveri per dieci giorni, e li condusse ad assediare i castelli che i Veneziani possedevano sulla destra riva dell'Adda. Treviglio, Cassano, Melzi e Rivalta Secca vennero in suo potere dopo pochi giorni d'assedio[313]; ai Veneziani più non restava tra l'Adda e Milano che Caravaggio[314] e Lodi, ed i Milanesi ardentemente desideravano che s'investisse quest'ultima città. Lo Sforza per lo contrario celatamente desiderava che non fosse tolta ai nemici, onde così tenere il senato ed il popolo di Milano in una continua agitazione. Alle istanze che gli si facevano perchè ne intraprendesse l'assedio, rispondeva che doveva pensare a porsi in istato di difesa contro la flotta veneziana, la quale era stata armata nel precedente anno ed era composta di trentadue galeoni. Andrea Quirini, che la comandava, aveva rimontato il Po da Casal maggiore a Cremona, ed attaccato il ponte di battelli che copriva questa città e la flotta milanese; queste erano state coraggiosamente difese da Bianca Visconti, rimasta in Cremona, e che in tale occasione erasi mostrata degna consorte di un eroe; ma era a temersi che il Quirini non rinnovasse l'attacco; e rotto una volta il ponte di battelli, restava il Po aperto ai Veneziani fino a Pavia, la flotta milanese era perduta, e tutta la Lombardia meridionale esposta al saccheggio, Francesco Sforza fece valere queste considerazioni in un consiglio di guerra da lui adunato, e propose di condurre a Cremona la sua armata[315]. I fratelli Piccinino stavano per la contraria opinione, dimostrando che un solo distaccamento sarebbe bastante per assicurare Cremona; che un'armata di terra non potrebbe mai sforzare una flotta a combattere nè meno sopra un fiume, di modo che il Quirini, volendolo, potrebbe tenere in iscacco lo Sforza per tutta la campagna, mentre sommamente importava ai Milanesi di approfittare della loro superiorità per mettere in sicuro il loro territorio. Fu dunque risoluto l'assedio di Lodi, e mandati intanto a Cremona Roberto di Sanseverino, e Manno Barile con un corpo di cavalleria. Si permise allo Sforza di prendere al servigio dei Milanesi Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, in sostituzione di Bartolomeo Coleoni, che aveva disertato il 15 giugno con mille cinquecento corazzieri, passando al servigio de' Veneziani[316].

La giusta diffidenza che i consigli di Milano concepita avevano dello Sforza gli avevano mossi ad esigere da questo generale, che aspettasse i loro ordini per le operazioni militari di qualche importanza; e lo Sforza, che cercava di addormentarli in una falsa sicurezza, aveva loro mostrata grandissima deferenza. Per altro i senatori milanesi mal conoscevano l'arte della guerra, e la lentezza dei loro ordini poteva riuscire fatale all'armata. Perciò quando in principio di luglio Michele Attendolo passò l'Oglio, e poscia l'Adda, lo Sforza, vedendolo avvicinarsi, chiese caldamente ed ottenne illimitati poteri[317].

Era sua intenzione di sorprendere in vicinanza di Cremona la flotta d'Andrea Quirini, ma questi, quando lo seppe vicino, si ritirò sotto Casal Maggiore, in quello stesso braccio del Po che la flotta veneziana aveva passato due anni prima, dando a Filippo una così compiuta disfatta. La flotta veneziana in questo luogo pareva coperta da un canto dalla stessa borgata di Casal Maggiore, che aveva grossa guarnigione, dall'altro dall'isola. Il Quirini aveva inoltre fortificato l'ingresso superiore del canale con palafitte e catene, di modo che questo bacino era diventato per i suoi vascelli come un campo trincerato. Ma di que' tempi i migliori generali non avevano per anco un'adequata idea della portata dell'artiglieria: i bombardieri dello Sforza conobbero che alle due estremità di Casal Maggiore potevano piantarsi due batterie, che offenderebbero tutta la flotta. Furono infatti piantate, e cominciarono bentosto a traforare i fianchi de' vascelli colle pietre e colle palle. Nello stesso tempo la flotta milanese, facendo il giro dell'isola, erasi posta, all'apertura inferiore del canale per chiuderlo ai Veneziani. Biaggio d'Assereto, quello stesso genovese che aveva ottenuta la memorabile vittoria di Ponza, aveva il comando di questa flotta. Nell'atto di eseguire il movimento ordinatogli dallo Sforza, gli rappresentò che i suoi vascelli erano troppo inferiori di grandezza e di numero a quelli del nemico, e che sarebbero bentosto schiacciati, quando il Quirini risolvesse di uscire. Ma lo Sforza fondava tutto il suo attacco sull'apparente pericolo cui esponevasi egli medesimo, pericolo che doveva impegnare i suoi avversarj ad aspettarlo, e sopra l'esatto calcolo del tempo che gli era necessario per venire a capo della sua intrapresa.

Michele Attendolo era stato richiamato dalla sua invasione nel milanese per l'impreveduta marcia dello Sforza; egli affrettavasi di ripassare l'Adda per soccorrere la flotta, ed in sul declinare del giorno, trovandosi a sette sole miglia di distanza, mandò un messo ad Andrea Quirini, esortandolo a conservare il suo posto malgrado il fuoco dell'artiglieria nemica; perciocchè lo Sforza sarebbesi trovato tra l'armata veneziana eguale di numero alla sua, il borgo di Casal Maggiore, ove si trovavano otto mila combattenti, e la flotta, onde non potrebbe sottrarsi alla sua distruzione. Quando nel campo dello Sforza si ebbe avviso dell'avvicinamento di Attendolo, tutti i suoi generali, ed in particolare i Piccinini, la di cui gelosia accresceva la diffidenza, lo pregarono a ritirarsi in tempo da così imminente pericolo. La stessa armata pareva atterrita; ma il solo Sforza, osando prevedere la condotta de' suoi nemici dietro la perfetta cognizione ch'egli aveva del carattere di Michele Attendolo e dei provveditori veneziani che lo accompagnavano, assicurò il suo consiglio di guerra che non azzarderebbero niente, e che i Veneziani non lo attaccherebbero durante la notte per essere affaticati da così lunga marcia; onde contro il comune parere non si mosse.