Poche ore prima Andrea Quirini avrebbe potuto uscire senza difficoltà dal canale, ma vi restò sotto il fuoco delle batterie per trattenere lo Sforza, e quando in appresso sentì la necessità di mettere la sua flotta in sicuro, non potè più porla in movimento, perchè i migliori vascelli erano disalberati, e traforati dalle palle, molti marinai e soldati erano stati uccisi, altri molti fuggiti sulle rive, e l'esempio de' primi scusando la viltà degli altri, in breve non rimasero che pochissime persone sulle navi. Lo Sforza, conosciuto avendo lo stato della flotta nemica, fece prendere due vascelli, che si lasciarono condurre fino ai suoi, senza opporre resistenza. Questo fatto, eseguito in sugli occhi dell'armata, le ritornò il coraggio; i soldati sforzeschi passarono allegramente la notte sotto le armi, desiderando il giorno per saccheggiare questa ricca flotta, che omai vedevano ridotta in loro potere. Dal canto suo il Quirini, dopo di avere invano chiamato in suo ajuto Michele Attendolo, ordinò la notte del 16 al 17 luglio a tutti coloro che restavano a bordo di scendere a Casal Maggiore; e non vedendo come poter salvare i suoi vascelli, perchè non venissero in mano del nemico, prese finalmente la risoluzione di bruciarli. Ne fece tagliare le gomene, sperando che dall'impeto della corrente sarebbero trasportati addosso alla flotta milanese, che in sullo spuntare dell'aurora avanzavasi per riconoscerlo, e che l'incendio si comunicherebbe ai vascelli nemici. Ma Biagio d'Assereto, dopo aver presi a rimorchio due galeoni veneziani, che non erano ancora danneggiati, si tirò da banda per lasciar passare i vascelli che bruciavano. Il Quirini, tornato a Venezia, fu chiamato in giudizio dagli avogadori del comune, e condannato a tre anni di carcere per non avere difesa meglio la flotta che gli era stata affidata[318].

Frattanto questo prospero avvenimento espose ben tosto l'armata dello Sforza al più grande pericolo. Stava ordinata in battaglia, apparecchiandosi a sostenere l'attacco di Michele da Cotignola, mentre che i vascelli dei Veneziani, abbandonati e di già in preda alle fiamme, scendevano lentamente a seconda dell'acqua lungo la sponda occupata dall'armata. I servitori dell'armata ed i contadini adunati nel campo, cercavano di raggiugnerli a nuoto o con piccoli battelli, onde spogliarli. Trentadue galeoni, due grandi galere, due più piccole, trentaquattro bastimenti da trasporto, in tutto settanta vascelli, carichi d'immensi apparecchi di macchine militari, di vittovaglie e di ricchezze d'ogni qualità, erano abbandonati al saccheggio. I soldati vedevano tornare i loro servitori carichi de' più preziosi effetti, e quasi niuno ebbe la costanza di resistere a così pericoloso allettamento, e malgrado le minacce, e le calde preghiere dello Sforza, deponevano le armi e si gettavano a nuoto per aver parte alla preda. Invano lo Sforza fece pubblicare a suono di tromba su gli stessi vascelli che punirebbe colla morte chiunque non raggiugnesse immediatamente le sue insegne; invano fece spargere la notizia dell'arrivo di Attendolo in faccia al campo; niente potè svellerli dalla preda. Finalmente impiegò tutti quegli uomini che volevano ubbidirgli ad appiccare il fuoco ai vascelli che ancora non bruciavano, e così accrescere dovunque l'incendio. I suoi soldati, scacciati dalle fiamme, si ritirarono allora presso alle loro insegne, ed egli stesso, dopo avere compiuta la distruzione di così formidabile flotta, non volle compromettere la sua vittoria attaccando Casal Maggiore, o aspettando Michele, e ritirossi in buon ordine fino a Torre de' Picci a metà strada di Cremona[319].

Dopo così grande avvenimento, lo Sforza contava di tentare la conquista dello stato di Brescia, la di cui proprietà venivagli assicurata dal suo trattato coi Milanesi; ma il senato, che conosceva palesemente le sue intenzioni di trarre in lungo la guerra, o di volgerla soltanto a suo profitto, rivocò i pieni poteri che gli aveva accordati, e gli ordinò di assediare Caravaggio[320]. Questa terra, posta nella Ghiaja d'Adda, a metà strada tra l'Adda e l'Oglio, era resa forte dalle sue mura, e dalla quantità de' canali che la circondavano. Era, dopo Lodi, la conquista de' Veneziani, che recava maggiore molestia ai Milanesi; e questi, se potevano riacquistare queste due piazze, si proponevano di fare subito dopo la pace. Per incoraggiare gli assedianti pagarono loro tutto il soldo arretrato, e si obbligarono a mandare al campo abbondanti vittovaglie. Si dolse lo Sforza, che prendevasi motivo da una vittoria che gli avrebbe meritate delle ricompense, per ispogliarlo dell'illimitata autorità accordatagli da un pubblico decreto. Non pertanto si arrese agli ordini della signoria; perchè meditava di far valere a miglior tempo queste lagnanze, intorno alle quali non parevagli allora tempo d'insistere gagliardamente. Aveva ricevuto un rinforzo di quattro mila cavalli sotto gli ordini dei tre fratelli Sanseverino, di Jacopo Orsini, di Angelo Labello e di Fioravanti[321]. Ma per quanta diligenza avesse fatta, non aveva prevenuti Matteo Campano e Luigi Malvezzi, che con settecento cavalli ed ottocento fanti si erano gettati in Caravaggio. Non pertanto disegnò il suo campo tutt'all'intorno di questa borgata, la quale, sebbene avesse circa un miglio di giro, trovossi circondata interamente dalle tende degli assedianti. Questo campo venne fortificato con una doppia linea esterna ed interna, e rotte le strade per cui gli si poteva avvicinare il nemico.

Erano appena passati tre giorni, da che lo Sforza trovavasi accampato sotto Caravaggio, quand'ebbe avviso, il 1.º agosto, che Michele Attendolo aveva passato l'Oglio, e pareva volersi stabilire a Morengo, tutt'al più quattro sole miglia lontano dal suo campo. Lo Sforza volle approfittare della confusione che di que' tempi era quasi sempre inseparabile dallo stabilimento del campo, e fece attaccare le truppe nemiche, quando ancora si trovavano cariche del loro equipaggio, e mal disposte a combattere. Ma il maggiore dei Piccinino, geloso del generale in capo, preferì di compromettere la propria riputazione e lasciare il fratello in pericolo, che tener dietro al vantaggio che poteva riportare[322]. I Veneziani approfittarono per loro difesa di un canale che attraversa il piano a metà strada tra Caravaggio e Morengo, e stabilirono il loro campo quasi in vista di quello dello Sforza. Le due armate chiamarono in appresso in loro ajuto una quantità di fossajuoli; s'innalzarono trinceramenti sopra trinceramenti, si tagliò con fosse e baluardi tutto lo spazio frapposto ai due campi, e si diede loro l'aspetto di due città le di cui mura si minacciavano, mentre che nella spianata che le divideva, le due armate perdevano ogni giorno molti uomini e cavalli[323].

Non fu che dopo trentacinque giorni, impiegati nel fortificare il suo campo, che lo Sforza cominciò a battere in breccia con quattro cannoni le mura di Caravaggio, ed in pari tempo ad attaccarle sotto terra con una mina. In pochi giorni una vasta estensione di mura fu abbattuta, e la fossa abbastanza colmata dalle ruine perchè la breccia potesse praticarsi. Ma lo Sforza temeva di dare l'assalto in presenza di un'armata nemica, tanto più che aveva ogni ragione di dubitare, che i soldati che destinerebbe alla guardia de' suoi trinceramenti, non gli abbandonassero per partecipare al sacco della terra, sebbene si fosse obbligato a far mettere tutta la preda in comune, ed a dividerla poi in parti eguali[324].

Frattanto Matteo Campano, comandante di Caravaggio, cominciava a parlare di capitolazione, ed i capi dell'armata veneziana, sebbene avvisati del pericolo della piazza, temendo assai più quello, cui si esporrebbero, se davano una battaglia per liberarla, non sapevano accordarsi intorno al partito che loro convenisse di prendere. Dopo interminabili dispute nel consiglio di guerra, convennero, che tutti i capi spedirebbero la separata loro opinione ed i motivi della medesima a Venezia, ed aspetterebbero la decisione del senato. Michele Attendolo, Luigi Gonzaga, Bartolomeo Coleoni e Nicolò Guerrieri opinavano concordemente di allontanarsi, ma non erano d'accordo intorno al luogo in cui traslocherebbero il campo. Erano tutti di parere che la diffidenza de' Milanesi, la discordia tra lo Sforza ed i Piccinino, e la mancanza delle vittovaglie disperderebbero presto l'armata nemica. Aggiugnevano che il sacco di Caravaggio, che più non si lusingavano di poter impedire, accrescerebbe a dismisura il disordine e le cagioni di discordia tra i vincitori. Ma Tiberio Brandolini, che, travestito da vendemmiatore, era penetrato fino nel campo dello Sforza, e che credeva di aver trovata una via facile e sicura per entrare in Caravaggio fece adottare la sua opinione da altri otto generali[325]. Rappresentarono concordemente, che la perdita di Caravaggio si trarrebbe dietro infallibilmente quella di Lodi, che gli abitanti di quest'ultima città non vorrebbero esporsi a sostenere un assedio, dopo aver veduto i Veneziani determinati a non avventurare una battaglia per liberare i loro alleati. Aggiugnevano, che avanzandosi pel cammino scoperto da Brandolino, non solo si salverebbero gli assediati, ma inoltre si avrebbe il destro di rompere l'armata dello Sforza. I due provveditori Veneziani, che avevano assistito al consiglio di guerra, Ermolao Donato, e Gherardo Dandolo, mandarono questi diversi avvisi al senato, e questi, contro il suo costume, si decise pel partito più rischioso, dando a Michele di Cotignola l'ordine di attaccare[326].

Il campo dello Sforza era appoggiato dalla banda di mezzogiorno ad un bosco pantanoso, il di cui passaggio erasi creduto impraticabile; questo bosco accompagnava colla estremità un argine, che stendevasi fra i trinceramenti ed il castello. In mezzo al bosco inondato, Tiberio Brandolini aveva rinvenuto un passaggio, pel quale contava di prendere l'accampamento dello Sforza alle spalle, e penetrare fino ai suoi padiglioni, senza dover superare i trinceramenti. Ma egli non aveva notato un fosso coperto da molti virgulti, che tagliava questo argine, e, difendendo il campo, chiudeva gli assalitori in un angusto spazio, circondato in ogni lato dai nemici. Questo fosso aveva in mezzo all'argine un ponte chiuso da un catro a canto al ponte levatojo. Il Brandolino comunicò il suo piano d'attacco a Michele Attendolo, e questi lasciò alla guardia del suo campo Bartolomeo Coleoni con 1500 cavalli e la maggior parte dell'infanteria, ordinandogli di tenere occupato il nemico con frequenti scaramucce, come ne' precedenti giorni. In appresso il 15 di settembre a mezzogiorno, quando potevano supporsi i soldati dello Sforza occupati intorno al pranzo, fece uscire dal campo tutto il rimanente dell'armata, vale a dire più di undici mila cavalli, e prese in silenzio la strada di Mozzanica. Lo Sforza n'ebbe intanto avviso, e senza sapere su qual punto il nemico potesse recarsi, fece ordinare ai suoi soldati di tenersi apparecchiati a combattere. Incamminavasi già egli stesso a cavallo dal lato cui dirigevasi l'armata veneziana, onde discoprirne i disegni, quando alcuni vennero a dirgli che il nemico, piegando subito a sinistra, aveva attraversato il bosco, ed era penetrato nel suo campo. Allora mandò subitamente tutti i soldati di cui poteva disporre alla difesa del fosso coperto di sterpi e del ponte, ch'erano la sola difesa della sua armata; e perchè le truppe pesanti, che si adoperavano in quest'epoca, lentamente si adunavano, e lentamente si armavano, tutto il campo si trovò in grandissimo pericolo, finchè non ebbe abbastanza genti per tener testa al nemico. Carlo Gonzago, ferito in fronte da un colpo di spada, fuggì senza voltarsi addietro fino a Milano, ove sparse il terrore[327]. Manno Barile, rovesciato da cavallo e calpestato, venne fatto prigioniere. Michele da Cotignola e Luigi Gonzaga, quando fu loro condotto avanti, gli dissero: «Barile, in verità che più negare non potete di non essere stato battuto e posto in rotta. Piuttosto siete voi altri, rispose, che siete entrati in una rete da cui mal potrete sbrigarvi.» In fatti la cavalleria, chiusa in una metà dell'argine, di già cominciava ad essere impedita ne' suoi movimenti, quando lo Sforza, facendo abbassare il ponte levatojo, mandò contro i Veneziani due coorti di cavalleria che li presero alle spalle. Vide in allora le lance dei nemici incrocicchiarsi come un bosco agitato dal vento; conobbe a tale movimento la loro irrisoluzione, e gridò subito: «La vittoria è nostra;» indi, facendo aprire il rastrello del gran ponte, precipitossi sull'armata veneziana, ch'era nello stesso tempo attaccata alla coda. Il terrore si sparse di fila in fila; i corazzieri gettavano le armi che più loro non servivano a combattere, e che ritardavano la loro fuga. Essi precipitavansi verso il bosco pel quale erano entrati in questo sgraziato recinto; ma la maggior parte, più non trovando il solo stretto passaggio ov'era chiuso il terreno, cadevano nel pantano e vi restavano immersi. Pochissimi in tutta questa folla vennero uccisi[328], pochissimi dei capi o dei soldati poterono fuggire, e tutto il rimanente fu preso a migliaja. Lo Sforza condusse allora il rimanente della sua armata contro Bartolomeo Coleoni, che custodiva i proprj trinceramenti, ed incoraggiando i suoi soldati a mostrarsi degni dei loro compagni che combattuto avevano all'altra estremità del campo, forzò le linee di Coleoni, che salvossi quasi solo a Bergamo[329].

Contavansi dodici mila corazzieri e tre mila fanti nell'armata dello Sforza, dodici mila cinquecento corazzieri e cinque mila fanti in quella d'Attendolo. Di quest'ultima non si salvarono che mille cinquecento cavalli, e niun fante. Immense ricchezze caddero in mano dei soldati, ed i due procuratori di san Marco furono fatti prigionieri colla maggior parte degli ufficiali generali. Rispetto ai soldati, lo Sforza preferì di rimandarli dopo aver loro tolte le armi e gli abiti, piuttosto che custodire una quantità di prigionieri, il di cui numero uguagliava quasi quello de' vincitori[330].