CAPITOLO LXXIII.
Francesco Sforza abbandona i Milanesi, e passa colla sua armata al servigio dei Veneziani. — Furore del partito popolare a Milano, blocco, ed angustie di questa città; i Veneziani gli accordano la pace, ma Francesco Sforza continua i suoi attacchi, e finalmente costringe i Milanesi a riconoscerlo per loro duca.
1448 = 1450.
La vittoria di Caravaggio pareva che dovesse condurre bentosto quella pace, che tanto era sospirata dalla Lombardia; tale vittoria doveva disingannare i Veneziani, e ridurli ad abbandonare gli ambiziosi loro progetti di conquista, poichè le forze che essi credevano irresistibili erano state distrutte da così subiti rovesci. Piacenza, la più forte delle loro città, era stata presa d'assalto; la più bella flotta, che mai rimontasse il Po sotto lo stendardo di san Marco, era stata bruciata; e la più bella armata, che avesse tentato la conquista del Milanese, era stata fatta tutta prigioniera. Dopo tante perdite, dovevansi finalmente credere i Veneziani animati dal desiderio della pace, come lo erano anche i Milanesi. La loro repubblica trovavasi smunta dagli inauditi sforzi ch'ella faceva per mantenere così numerose armate; sentiva il bisogno di godere della sua esistenza, di riconoscersi, di organizzarsi; essa temeva una terza campagna, ed il senato, invece di continuare le sue vittorie nello stato veneziano, avrebbe soltanto voluto allontanare il nemico dalle piazze più vicine alle sue mura, ed entrare nello stesso tempo in negoziazioni di pace. Egli esortava Francesco Sforza a dividere le sue forze per attaccare nello stesso tempo Bergamo e Lodi; ma questi per lo contrario insisteva per condurre la sua vittoriosa armata sotto Brescia, onde conquistare a spese dei Milanesi una città, che doveva restargli in piena sovranità. Egli omai sentiva avvicinarsi il termine de' suoi voti; ma temeva le conseguenze delle proprie vittorie, e non voleva così bene assecondare i Milanesi, che fossero poi in grado di fare senza di lui; temeva la pace, oggetto degli ardenti desiderj del popolo, e resa facile dalle sue vittorie, onde omai si rimproverava d'aver troppo abbattuti i Veneziani, la di cui opposizione era necessaria ai suoi disegni. Questo mutamento ne' suoi progetti fu la principale cagione della generosità con cui trattò i prigionieri di Caravaggio, mettendoli tutti in libertà. I Piccinino, gelosi della sua autorità e della sua gloria, osservavano i suoi passi, ed eccitavano la diffidenza del senato di Milano. Lo Sforza credette conveniente di separarsi da loro; li distaccò coi tre Sanseverini, Ventimiglia e tutti i soldati della scuola di Braccio, mandandoli sotto Lodi, mentre ch'egli stesso, tre giorni dopo la sua vittoria, prese la strada di Brescia, e fissò il suo campo nel piano a piedi delle mura[331].
I Veneziani non ismentirono la riputazione loro di costanza ne' rovesci; si affrettarono di rimontare la loro armata; ma prima di tutto ne levarono il comando a Michele Attendolo di Cotignola. Questo antico soldato, compagno e parente del primo Sforza, venne assoggettato ad una processura intorno alla condotta da lui tenuta nella battaglia di Caravaggio. Se non cadde in sospetto di criminosa intelligenza col suo avversario, perchè apparteneva alla di lui famiglia, fu fatto per altro risponsabile della sua cattiva fortuna. Una deliberazione del senato, del 19 di novembre, lo rilegò a Conegliano, che gli era prima stato dato in feudo, e lo ridusse ad un'annua pensione di mille ducati[332]. Pasquale Malipieri e Giacom'Antonio Marcello vennero nei Veronese per raccogliere tutti i fuggiaschi del campo di Caravaggio, e render loro armi e cavalli. Nello stesso tempo chiamarono da ogni banda nuovi condottieri al servizio della repubblica, ed ottennero dalla repubblica di Firenze, in virtù dell'antica loro alleanza, un sussidio di due mila cavalli, e mille fanti, sotto gli ordini di Sigismondo Malatesti, e di Gregorio d'Anghiari[333].
Ma Pasquale Malipieri cercava nello stesso tempo di procurare alla sua repubblica un assai più potente appoggio. Uno de' suoi segretarj, prigioniero nel campo del vincitore, aveva intavolato un segreto trattato con Angelo Simoneta, segretario dello Sforza e zio dello storico. Mentre i Milanesi offrivano la pace ai Veneziani, e si obbligavano a garantir loro il possedimento di Brescia, Malipieri offriva allo Sforza la stessa sovranità di Milano, se voleva passare al servigio dei Veneziani. L'amico ed il segretario dello Sforza, che ci lasciò la migliore storia de' suoi tempi che posseda l'Italia, quando giugne a questo enorme tradimento, cerca di far credere che il suo eroe vi fu strascinato dalle circostanze, e provocato dall'ingratitudine dei Milanesi. Ma tutta la condotta dello Sforza fu così destra, così costantemente diretta al medesimo scopo, che mal si può credere che tutto non fosse antecedentemente preveduto e meditato, fin dall'istante che entrò al servigio dei Milanesi. Per innalzarsi alla sovranità, ch'egli mai non perdette di vista, non poteva dispensarsi dal procurarsi l'appoggio, ed i sussidj d'un altro popolo. Egli doveva egualmente temere i Milanesi ed i Veneziani; gli conveniva valersi degli uni per indebolire gli altri, combattere alternativamente per tutti e due, risparmiare i proprj soldati, esporre i loro, strascinarli di spese in ispese, e non gettare in ultimo la maschera per combattere in proprio nome, che quando sarebbe egli solo l'arbitro dei loro soldati e delle loro ricchezze[334].
Il trattato tra Venezia e Francesco Sforza, che fu soscritto il 18 ottobre del 1448, trentatre giorni dopo la rotta di Caravaggio, portava che lo Sforza porrebbe in libertà tutti i prigionieri, che evacuerebbe tutte le piazze conquistate negli stati di Bergamo e di Brescia, che rinuncerebbe ai diritti dei Visconti e dei Milanesi sopra il Cremasco e sopra la Ghiaja d'Adda, cedendo queste due province ai Veneziani, i quali dal canto loro si obbligavano ad ajutare Francesco Sforza a conquistare gli stati già posseduti da Filippo Maria; gli promettevano perciò quattro mila cavalli, e due mila fanti, e si obbligavano inoltre a pagargli tredici mila fiorini al mese, finchè Milano fosse ridotto in poter suo; in allora Venezia ed il nuovo duca dovevano rimanere alleati, e darsi vicendevolmente ajuto in tutte le loro guerre, sul piede dell'eguaglianza[335].
Dopo di aver segnato questo trattato, Francesco Sforza fece adunare la sua armata per informarla dell'accaduto. Nel suo discorso dichiarò ai suoi soldati, che i Milanesi, dimenticando gli obblighi loro, avevano voluto tradirlo; che, non contenti di volere far la pace coi Veneziani, ciò ch'era per la sua armata una potente ingiustizia, non tendevano le negoziazioni loro a nulla meno che all'intera sua ruina; che il senato di Milano aveva proposto a quello di Venezia un'alleanza per togliergli Pavia e Cremona, e che il solo desiderio di difendersi coi suoi figliuoli e compagni d'armi lo forzavano a mutare partito[336]. Non abbisognavano troppo convincenti argomenti per persuadere i soldati, i quali, facendo del battersi un mestiere mercenario, non avevano giammai posto mente alla giustizia o alla iniquità delle guerre, e che volentieri abbracciavano una nuova spedizione, il di cui prezzo essere doveva il sacco delle ricche campagne milanesi. Risposero pertanto al loro generale con clamorose acclamazioni, ch'erano apparecchiati a seguirlo dovunque. Pure lo Sforza seppe con sommo suo dispiacere che Lodi, che doveva essere a lui consegnato dalla guarnigione veneziana, erasi arreso ai Milanesi lo stesso giorno 18 ottobre[337], e che Carlo Gonzaga aveva abbandonato il suo campo durante la notte con mille duecento cavalli e cinquecento fanti, per mantenersi fedele ai Milanesi[338].
Ogni memoria di libertà non era per anco spenta in Lombardia; nell'istante in cui erasi spezzato l'antico giogo, erasi cercato di rialzare dovunque il governo repubblicano, come il solo felice e legittimo. Ma gli animi erano stati indeboliti da lunga servitù, e questa razza effemminata sentiva che l'avere una volontà propria, dei progetti ed una condotta a suo arbitrio, era un sottomettersi ad una grande fatica. Tostocchè un uomo di genio pretese di comandare a' Lombardi, trovò una folla di schiavi, che domandavano di ubbidire. Le città e le borgate, gelose della grandezza di Milano, mostraronsi disposte ad abbracciare il partito dello Sforza. Quella di Piacenza, ch'egli stesso aveva così crudelmente trattata nel precedente anno, si dichiarò a lui favorevole, o perchè non volesse esporsi un'altra volta alla sua vendetta, o perchè egli vi avesse fatti entrare molti de' suoi partigiani, o che finalmente l'odio contro i Milanesi vincesse la memoria de' più sanguinosi oltraggi. Ella chiuse le sue porte a Giacomo Piccinino, ed il conte Sforza ardì d'entrarvi senza guardie per prenderne possesso, ponendosi senza difesa tra le mani di coloro cui aveva saccheggiati i beni e disonorate le figlie: e non ebbe motivo di pentirsene[339]. I tre fratelli Sanseverino abbandonarono pure le insegne dei Milanesi per unirsi allo Sforza. Figli naturali d'uno de' principi dell'illustre casa di Napoli, che possede il feudo di Sanseverino, erano stati arricchiti da Filippo Maria Visconti, e si credevano obbligati da una tal quale lealtà ad attaccarsi a suo genero, sebbene lasciassero in Milano le loro spose ed i loro figli. Essi gli condussero circa otto cento cavalli[340]. Il condottiero Luigi del Verme si pose pure sotto gli ordini dello Sforza, e raffermò questa nuova alleanza col matrimonio dell'unica sua figlia con un figlio naturale del conte Francesco. Guglielmo di Monferrato trattò altresì con lui, chiedendo per prezzo dei servigj, che gli renderebbe, la cessione d'Alessandria. Lo Sforza, dopo essersi acquistati nuovi alleati con questi trattati, condusse in principio di novembre la sua armata nella campagna milanese che confina col pavese; occupò i castelli di Rosate e di Binasco, che non fecero resistenza, e pose i suoi soldati ai quartieri d'inverno nelle più ricche e fertili campagne della Lombardia.