Due volte i deputati Milanesi eransi recati presso al conte per ridurlo a rinunciare a così inaspettate ostilità, e per testificargli, conservando sempre alcuni riguardi, il dolore che il suo tradimento cagionava alla repubblica, e per offrirgli di fargli giustizia se voleva esporre le sue lagnanze. Ma quello stesso Sforza, che fino a tale epoca aveva tenuto col senato di Milano il linguaggio di un servitore ubbidiente, prese tutt'ad un tratto verso i suoi superiori il tuono di un padrone verso i sudditi ribelli. Era il suo avere, rispose egli, che chiedeva ai Milanesi, era una sovranità che gli apparteneva, e loro soltanto prometteva indulgenza pei passati errori, ed un'amnistia per coloro che prontamente rientrerebbero in dovere[341].
Non contento di rispondere in tale maniera ai deputati milanesi, mandò Benedetto Riguardati a Milano per tenere al popolo adunato lo stesso linguaggio. Ma appena quest'inviato era sceso dalla tribuna delle arringhe, che vi salì Giorgio Lampugnani. Questi esortò i Milanesi ad esporsi a tutto, a tutto soffrire piuttosto che perdere la libertà comune, piuttosto che piegare la cervice sotto il giogo un uomo che gli aveva ingannati con sì nera perfidia, di una donna che degl'illegittimi suoi natali facevasi un titolo, perchè in qualunque modo procedevano dal sangue dei loro tiranni. In questa famiglia dello Sforza, che sembrava non conoscere i sacri nodi del matrimonio, vedevasi, disse loro, un infinito numero di fratelli, di quasi fratelli e di figliuoli legittimi, bastardi ed adulterini. Se il conte conseguiva lo scopo della sua ambizione, un solo non vi sarebbe de' suoi parenti che non si risguardasse quale padrone dei Milanesi, un solo che spegnere non volesse la sete del comandare, l'avarizia, il lusso, le vergognose dissolutezze, a spese dei cittadini. Che ascoltassero il conte Sforza, coloro che potevano risolversi ad abbandonare le loro spose, le loro figlie, alla seduzione ed all'adulterio, le loro case, i loro campi, le borse loro, alle fiscali estorsioni ed alle confische, i loro figli al capriccio d'un capo di soldati; coloro che non temevano di rassodare di nuovo coi loro sudori e col sangue quella cittadella quell'antimurale della tirannide, ch'essi avevano atterrato. In quanto a sè ed ai suoi, viverebbero liberi o saprebbero morire per la libertà[342].
Il popolo, strascinato da questo discorso, più non contenne la sua collera contro lo Sforza, ed i titoli di traditore, di disertore erano associati al suo nome in ogni bocca; più niuno eravi che si rifiutasse ai sagrificj di danaro, che potevano salvare la libertà. Francesco Piccinino fu nominato generalissimo, Carlo Gonzaga comandante della piazza, e la milizia della città somministrò numerose truppe di fucilieri. Non vedevasi ancora che raramente questa nuova arma negli eserciti, ma la ricchezza di Milano aveva permesso di moltiplicarla. Furono mandate guarnigioni a Monza, ad Abbiate, a Busto Arsiccio, a Cantù; e corpi di milizie andarono a Como ed a Novara, mentre i magistrati chiamavano al loro soldo tutte le lance spezzate[343], che andavano allora vagabonde per l'Italia. Scrissero pure a Federico III, re dei Romani, al re Alfonso, al duca Luigi di Savoja, a Carlo VII di Francia, al Delfino, al duca di Borgogna, per denunciar loro il tradimento dello Sforza, e chiedergli soccorso[344].
Ma la grande rivoluzione dell'arte militare, che si terminò ai nostri giorni, aveva di già avuto cominciamento; i mezzi di difesa delle piazze più non erano proporzionati coi mezzi d'attacco. Risguardavasi in addietro come capace di sostenere un assedio ogni borgata circondata di buone mura, sebbene non sostenute da terrapieni. Per altro queste mura più non potevano resistere al cannone; le pretese fortezze de' Milanesi più non potevano trattenere un'armata provveduta d'artiglieria ed una breccia praticabile fa fatta in tre giorni nelle mura di Abbiate Grasso. Lo Sforza desiderava di risparmiare gli estremi disastri a questa borgata per compiacere Bianca Visconti, che vi aveva passata la sua infanzia. Ma gli abitanti, sebbene perduti senza rimedio, non volevano conoscere il loro pericolo, e non acconsentirono a capitolare che a stento, per evitare l'assalto ed il sacco[345]. Un'altra parte dell'armata dello Sforza svolse il canale o naviglio, che dal Ticino conduce a Milano, per impedire il trasporto delle vittovaglie alla città, e privare i borghesi dell'uso de' loro mulini; ma in Milano eranvi tuttavia sufficienti provvigioni di frumento, ed i mulini a braccia supplirono a quelli mossi dall'acqua.
Il rinforzo di quattro mila cavalli, promesso dal senato di Venezia, fu condotto nel Milanese da Giacomo Antonio Marcelli, Pasquale Malipieri e Luigi Loredano. Quando lo Sforza l'ebbe ricevuto condusse la sua armata verso i laghi, ed occupò i castelli di Busto Arsiccio e di Varese. Questo paese era tuttavia abitato da molti membri della famiglia Visconti, parenti degli antichi duchi, ma la di cui agnazione rimontava a tempi anteriori alla grandezza di questa casa. Tutti si dichiararono a favore di Francesco Sforza. Tutte le rive del lago maggiore, di Lecco e di Lugano, seguirono quest'esempio, ma le città di Arona, di Como e di Bellinzona si mantennero fedeli ai Milanesi[346]. Lo Sforza, disceso dalle montagne in sul piano, cagionò tanto terrore ai Novaresi, che si fece aprire le loro porte il 20 di dicembre. Luigi del Verme prese in di lui nome Romagnano, ch'era occupato da tre mila Savojardi; lo Sforza mandò cinquecento cavalli a Tortona, e la città gli fu data dalla fazione a lui favorevole, mentre Alessandria dietro le sue istanze apriva le porte a Guglielmo di Monferrato[347]. Per compensare tanti disastri i Milanesi non avevano ottenuti che insignificanti vantaggi. Francesco Piccinino aveva saccheggiate le campagne di Pavia, ma senza osare di trattenervisi lungamente, e suo fratello Giacomo era stato introdotto in Parma, perchè questa repubblica, in allora alleata di Milano, aveva scoperta entro le sue mura una trama di alcuni cittadini, che volevano darla ad Alessandro Sforza.
Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, ed uno degli allievi di Vittorino da Feltre, era stato nominato comandante di Milano. Questo ambizioso principe cercava di rendersene assoluto padrone. Doveva, gli è vero, sentirsi troppo debole per isperare di rimanervi sovrano; ma forse al desiderio di comandare aggiugneva qualche segreto pensiero di vendere in seguito vantaggiosamente ai Veneziani, od allo Sforza un potere che andava dilatando colle sue perfide pratiche. Scelse i suoi partigiani tra i membri della fazione Guelfa, si fece riconoscere per loro capo, e cercò che avessero parte nel governo. I nobili Ghibellini, che fin allora vi avevano avuta la parte principale, ed in particolare il conte Vitaliano Borromeo, Teodoro Bossi, e Giorgio Lampugnani, costretti a difendersi contro questi nuovi avversarj, cominciarono a volgere i loro sguardi allo Sforza, sperando d'impegnarlo a dare le basi alla costituzione della loro patria, conciliando la loro libertà colla sua ambizione, in caso che fossero costretti a riconoscerlo per duca[348].
Il conte Sforza, giunto a Landriano; vi accolse i segreti deputati dei capi ghibellini della repubblica, ma trovò inammissibili le loro proposizioni; pretese che il volerlo sottomettere alle leggi fosse un trattarlo da vinto piuttosto che da vincitore. Pure, siccome la negoziazione non era rotta, restò presso di lui un segretario di questi magistrati. Poco dopo un dispaccio da lui scritto in cifre cadde in mano di Carlo Gonzaga, e fu denunciato alla parte guelfa, come prova d'un tradimento dei nobili e dei Ghibellini. Il Gonzaga, invece di attaccare questi magistrati ne' consiglj, fece nominare coloro di cui più diffidava ambasciatori presso Federico III. Diede loro una scorta per accompagnarli fino a Como, ma furono appena usciti dalle porte, che la scorta li fermò, e li condusse nelle prigioni di Monza. Colà Giorgio Lampugnano perdette la testa sul patibolo; Teodoro Bossi, assoggettato alla tortura, nominò molti suoi compagni nelle negoziazioni collo Sforza, che furono subito imprigionati. Il rimanente de' nobili ghibellini salvossi colla fuga; i più trovarono asilo nel campo del conte Francesco, mentre il Gonzaga, di concerto con Ambrogio Trivulzio ed Innocenzo Cotta, diede nuova forma al governo di Milano. La superiorità venne data ai Guelfi ed alla fazione democratica; plebei dell'ultima classe, come un Giovanni d'Ossa ed un Giovanni d'Appiano, furono innalzati alle prime magistrature; la confisca de' beni dei nobili fuorusciti empì il pubblico tesoro, ed il governo prese un aspetto rivoluzionario. Carlo dichiarò ne' suoi editti che piuttosto che dare Milano al conte Sforza, era disposto a darsi al Gran Turco, o al gran demonio dell'inferno[349]. Ma l'armata milanese andava scemando con nuove diserzioni: il conte Ventimiglia, che aveva il comando di Monza, passò nel campo dello Sforza con cinquecento cavalli e quattrocento pedoni; Francesco Piccinino, ch'era accampato presso Landriano, e che cominciava a mancare di vittovaglie, aprì dal canto suo un trattato per essere ricevuto nell'armata nemica, e quando fu sicuro di esserlo a vantaggiose condizioni, disertò ancor esso. Forse, come lo accusarono i partigiani dello Sforza, aveva fin d'allora intenzione di tornare, in primavera, al servigio dei Milanesi, dopo essersi nutrito nella cattiva stagione coi granai del suo nemico[350]. Suo fratello Giacomo, che allora trovavasi a Parma, cambiò pure partito, ed uscì da quella città per passare nel campo d'Alessandro Sforza, che l'assediava; ma Parma non aprì le porte che in febbrajo a questo fratello del conte Sforza. Questa città aveva resistito alle pratiche del conte Rossi, che entro le sue mura secondava gli assalitori, agli attacchi di Alessandro, ed alla diserzione del Piccinino. L'avvicinamento di Bartolomeo Coleoni con due mila corazzieri e mille cinquecento fanti, la ridusse all'estremità: allora volle darsi al marchese Lionello, ma la repubblica di Venezia non permise che Lionello accettasse l'offerta; onde i Parmigiani dovettero finalmente cedere alla loro cattiva fortuna[351]. Lo Sforza accordò vantaggiose condizioni, e trovò modo di riconciliarsi con quelle stesse famiglie che fin allora gli si erano mostrate più nemiche[352].
Durante l'inverno gli affari dei Milanesi avevano sempre peggiorato. Lo Sforza aveva stabiliti i suoi quartieri presso alle porte della loro città, delle quali porte ne teneva cinque così strettamente bloccate ch'era quasi impossibile il ricevere per mezzo di queste provvigioni dalla campagna; ma in primavera alcuni più felici avvenimenti parvero rianimare le speranze degli assediati. Luigi del Verme, Ventimiglia e Dolce, che dallo Sforza erano stati mandati ad assediare Monza, e che di già avevano aperta una breccia praticabile nelle mura di quella fortezza, furono sorpresi da Carlo Gonzaga, e compiutamente rotti. Più tardi attribuirono questo disastro a tradimento di Francesco Piccinino, ch'erasi loro associato. Furono presi con tutta la loro artiglieria e quasi tutti i cavalli. Il Dolce morì in conseguenza delle ricevute ferite, e Luigi del Verme dovette per molti mesi guardare il letto[353].
Dall'altra banda la vedova di Filippo Visconti, Maria di Savoja, che stava sempre in Milano, dov'era rispettata dai magistrati ed amata dal popolo[354], negoziò un'alleanza tra suo fratello Luigi, duca di Savoja, e la repubblica milanese. Il duca di Savoja fece invadere il Novarese da Giovanni Compeys, signore di Torrens[355], con un'armata di sei mila cavalli. Il nome di barbari che i Greci davano altre volte a tutti i popoli che non parlavano il loro linguaggio, veniva altresì dagli Italiani del quindicesimo secolo prodigato a tutti gli oltramontani; e con tal nome indicarono i Savojardi condotti da Compeys[356]. In fatti questi montanari mezzo selvaggi trattarono con eccessiva crudeltà tutti i villaggi e castelli di cui s'impadronirono, ma non poterono entrare in Novara che avevano sperato di sorprendere[357].